La distruzione criminale dei sentieri per legge, in Lombardia

Intanto, in Lombardia, ci sono amministratori pubblici che in base a motivazioni che mi viene da definire semplicemente deliranti vorrebbe liberalizzare il transito di tutti i mezzi motorizzati non solo sulle strade agro-silvo-pastorali ma anche su mulattiere e sentieri di montagna, demandando le decisioni al riguardo ai comuni ma, appunto, sostanzialmente dando loro carta bianca.

Giusto nel post di ieri, qui sul blog, ho definito “delitti” gli interventi di tale portata (sia essa materiale o immateriale) nei territori naturali, affermando di non voler usare la parola “crimini” per conservare una pur flebile speranza che i promotori di quegli interventi vogliano arretrare rispetto ai passi finora compiuti e non andare invece ancora oltre. In Lombardia sembra che quella speranza debba risultare vana: i sostenitori dell’emendamento in questione stanno commettendo un vero e proprio crimine contro la montagna, contro la sua cultura, contro le comunità che la abitano e chi le frequenta con rispetto e consapevolezza, contro il suo futuro. Il sostantivo relativo con il quale definire i suddetti sostenitori di un tale emendamento va da sé.

Scrive bene Pietro Lacasella al riguardo (qui trovate il post completo su “Alto-Rilievo / Voci di montagna”:

[…] Io non so, esattamente, cosa il consigliere Galizzi intenda con “sentieri della morte” e con “sentieri dello spaccio”. Per carità, magari ho avuto io la fortuna di non imbattermi mai in uno di questi pericolosissimi itinerari. Ma poniamo che esistano: la soluzione per arrestare il degrado sarebbero il motorino, l’enduro, il monopattino elettrico e così via? Se così fosse, le trafficatissime strade di periferia dovrebbero essere il regno della legalità. Per combattere seriamente il “degrado” bisognerebbe scavare in profondità, lavorando sulla cultura, realizzando percorsi educativi e incentivando puntuali e pervasive strategie sociali. Per combattere l’abbandono della montagna e il conseguente deterioramento paesaggistico è necessario garantire alle popolazioni locali i servizi per un vivere dignitoso, non la possibilità di scorrazzare per i sentieri in monopattino. Ora non rimane che sperare nel buon senso dei Comuni affinché questo ingegnoso antidoto ai “sentieri della morte” non si riveli piuttosto la morte dei sentieri.

Ecco. Una vergogna senza limite, che va fermata in ogni modo possibile. Oppure ad essa si è conniventi, con tutte le conseguenze del caso.

La wilderness dentro

Abitiamo un pianeta, noi umani, del quale abbiamo praticamente esplorato ogni suo angolo e addomesticato quando non antropizzato, nel bene e nel male, la sua componente selvaggia, al punto che – io credo – il concetto di wilderness, inteso come la Natura nel suo stato originario e non ancora contaminata da interventi umani, sia diventato meramente ideale e utopico. D’altronde il termine, così lessicalmente scenografico, è usato e abusato in modo ormai spropositato e sovente per identificare luoghi naturali che del proprio stato originario non hanno più nulla ma li si vuol far credere ancora “selvaggi” per turistificarli meglio. Ma forse, al riguardo, una domanda sarebbe da porci: cerchiamo e a volte crediamo di trovare il “selvatico” nel mondo che frequentiamo, ma lo abbiamo ancora dentro noi stessi? Ovvero, siamo capaci di percepirlo, comprenderlo e armonizzarci a esso?

Dalle possibili risposte a queste domande temo derivi la realtà di un controsenso sostanziale: quando pensiamo al “selvaggio”, ovvero alla Natura che ci viene di considerare tale, subito lanciamo la mente in territori lontani e remoti nei quali crediamo che quel termine abbia ancora un senso compiuto. Comprensibilmente ma, con ciò, in qualche modo anche palesando l’acquisita incapacità di identificarlo altrove proprio perché non sappiamo più percepirlo dentro di noi. Abbiamo voluto diventare così “Sapiens” da perdere totalmente la nostra genesi animale ma, in questo modo, restando diversi passi indietro agli animali veri e propri, i quali infatti con il mondo naturale mantengono una relazione ben più armoniosa e meno dannosa della nostra. È solo perché loro non sono “intelligenti” come noi? E se fosse vero invece il contrario e la nostra intelligenza fosse solo una dote di matrice meramente “tecnicista” (forse meramente dettata dalla fortuna di possedere un pollice opponibile) presunta, autodecretata e funzionale al nostro voler dominare in modo indiscutibile il mondo? E a saperlo distruggere, come diretta e terribile conseguenza.

Insomma: penso che se siamo in grado di ritrovare in noi stessi la natura selvatica che geneticamente possediamo, e se la sappiamo comprendere e contestualizzare alla nostra relazione con il mondo nel quale viviamo, forse nel nostro mondo iperantropizzato il “selvaggio” lo possiamo fortunatamente ritrovare anche nel bosco appena fuori casa, lì dove la Natura, nella sua vitalità biologica, c’è in forme diverse con sostanza uguale a quella che si trova nelle tundre artiche o nella foreste equatoriali. È la stessa cosa, la stessa vita, solo diversa in quanto è differente il territorio ma ciò non cambia di una virgola il senso e l’essenza della nostra relazione con essa.

In fin dei conti, vista la realtà storica della civiltà umana, se fossimo (rimasti) più selvatici e ci relazionassimo di più e con maggiore armonia con quel mondo, anche ove sia pesantemente antropizzato, potrebbe pure essere che il mondo in cui viviamo ne trarrebbe dei bei vantaggi. Magari no, ma io, forse sbagliando o equivocando, penso di sì.

P.S.: nell’immagine in testa al post, un angolo di selvatico domestico, con segretario personale a forma di cane a mollo e un ospite speciale laggiù in fondo (ingrandite l’immagine per scovarlo).

Le castagne che nessuno raccoglie più

[Foto di Filipe Ramos, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
A girare per i boschi delle mie montagne, sui pendii ove le selve di castagni sono predominanti e paesaggisticamente identitarie anche perché storicamente sussistenziali (un tempo quassù si viveva di polenta e castagne, non c’era molto altro), mi sto rendendo conto di come ormai più nessuno o quasi le raccolga più, le castagne. Mi basta uscire dalla porta di casa e fare due passi nella selva oltre la via e credo che tutte quelle finora cadute dagli alberi lì presenti siamo rimaste a terra, ignorate da chiunque – residenti inclusi. Eppure ricordo che fino a pochi lustri fa, quand’ero ragazzino, queste erano selve nelle quali, da fine settembre in poi, a tirarci un sasso a caso e a occhi chiusi si sarebbe colpito qualcuno, per quanto brulicavano di gitanti-raccoglitori di castagne, la gran parte cittadini che salivano su questi monti vicinissimi all’hinterland milanese e se ne tornavano a casa con borse di plastica traboccanti di frutti e mani sanguinanti (evidentemente a pochi sovveniva che le castagne sovente stanno nei ricci e i ricci in quanto tali pungono, dunque un buon paio di guanti conveniva averlo con sé) ma espressioni palesemente soddisfatte sui volti degli adulti e dei bambini, nemmeno avessero trovato delle gran pepite d’oro.

In altre zone montane credo e spero che la raccolta delle castagne sia ancora un’attività praticata, anche solo per mero divertimento e per poi farsi una bella mangiata di caldarroste. Invece dalle mie parti, così vicine alla pianura metropolitana lombarda iperurbanizzata, iperantropizzata, ipercentrocommercializzata, oggi i boschi restano silenti e deserti e le castagne abbandonate sul terreno, tristemente destinate a una sorte di marcescenza. È un gran peccato, e lo dico senza essere un così fervido appassionato del frutto: anche senza considerare la storia che la castagna porta con sé – la definizione di “pane dei poveri” era un tempo quanto mai consona – e ciò che la presenza delle selve castanili ha significato per le genti che hanno abitato queste montagne e per il loro paesaggio (senza dire poi della meravigliosa storia del castagno, che veramente da millenni è una sorta di miglior amico arboreo dell’uomo), mi sembra che il disinteresse contemporaneo verso le castagne, che poi è un’apatia sostanzialmente rivolta all’ambiente naturale più prossimo a noi e al legame che dovremmo saper intrattenere con quella parte di Natura che è un elemento integrante della nostra quotidianità, sia emblematico in senso generale della nostra relazione con l’ambiente naturale ovvero del nostro distacco da esso, dell’alienazione sostanziale verso ciò che è posto al di fuori della nostra società e che evidentemente la società stessa non ritiene più meritevole di un valore variamente culturale (e nemmeno economico, ma fatemi intendere questo termine nella sua etimologia originaria) nonché, forse, emblematico della disconnessione tra uomini e Natura dalla quale provengono molti dei problemi che oggi dobbiamo constatare al riguardo, innanzi tutto in tema di salvaguardia.

Probabilmente per molti oggi non è più così divertente andare per selve a raccogliere castagne come lo era un tempo, quando si andava anche solo per il gusto di farlo senza nemmeno agognare la pancia piena di caldarroste o di altre prelibatezze affini e quella raccolta silvestre, per i più giovani, si trasformava puntualmente in una giocosa esplorazione di boschi e di monti. Forse è giusto così, i tempi cambiano e cambia la visione diffusa delle cose, le volontà, i gusti, i piaceri e le aspirazioni. E dunque, forse, che io trovi quelle selve sui monti di casa e le loro castagne abbandonate al suolo fin troppo immalincolenti è soltanto una mia idea esageratamente “nostalgica”. Chissà.

Tre cose interessanti

Tre imminenti iniziative, in tre contesti differenti e ciascuno a suo modo emblematico, che trovo assai interessanti sui temi del paesaggio, dell’ambiente, della loro salvaguardia e della nostra relazione con essi – in ordine di svolgimento…

A Tirano, Poschiavo e Teglio, tra Valtellina e Grigioni:

A Romano di Lombardia, nella bassa bergamasca:

A Tortona, in provincia di Alessandria ma guardando verso gli Appennini:

Cliccate sulle immagini per ingrandire le tre locandine.

Buon senso vs dissennatezza, a Sarnano-Sassotetto

[Immagine tratta da www.iluoghidelsilenzio.it.]
Già lo scorso 29 aprile vi avevo scritto le mie considerazioni nei riguardi del progetto di rilancio della località sciistica di Sarnano-Sassotetto, sul versante maceratese dei Monti Sibillini: un progetto talmente scriteriato da apparire quasi grottesco ma che d’altro canto dimostra che quella sconcertante incultura politica mirata alla gestione turistica dei territori montani di cui spesso tocca denunciare le dissennate iniziative non è confinata alle Alpi ma “deborda” pure verso il crinale appenninico. Stessa forma mentis (innanzi tutto politica, ribadisco) e identico modus operandi per danni inevitabilmente similari inflitti ai territori sottoposti a tali progetti, ai loro paesaggi e alle comunità che li vivono. Purtroppo l’involuzione turistica (e culturale) dell’industria dello sci non conosce confini montani, in Italia.

Riguardo il progetto di Sarnano-Sassotetto, e per tentare di bloccarne la realizzazione, si è formata un’Alleanza di varie associazioni marchigiane, non solo ambientaliste, che a maggio ha diffuso un comunicato stampa (qui accanto) con le ragioni in base alle quali si oppongono al progetto. In tale comunicato trovo molto interessante la parte dedicata alle reali esigenze di sviluppo delle comunità locali, un tema che praticamente mai viene toccato dai suddetti progetti turistici, i quali pedissequamente puntano tutto su iniziative monoculturali, con lo sci la fa da padrone e in base al consueto “mantra” per il quale lo sci e solo lo sci “salva la montagna”. Come se sui monti in questione non esistesse nessun altra economia, nessun altra potenzialità sfruttabile e possibilità di sviluppare forme di turismo alternative, come se le popolazioni che li abitano non sapessero fare altro e, come schiavi privi del diritto d’opinione, dovessero ineluttabilmente porsi al servizio dei promotori dei progetti suddetti che si comportano come padroni assoluti di quelle montagne. E come, ovviamente, se nevicasse allo stesso modo di decenni fa e i cambiamenti climatici non esistessero (ricordo che a Sarnano-Sassotetto si parla di un’area sciistica che non va oltre i 1600 m di quota). È del tutto evidente che la forma mentis alla base di questi progetti sia pericolosamente alienata, in primis rispetto alla realtà stessa dei monti sui quali vorrebbe intervenire, ovvero che persegua degli scopi che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo socio-economico autentico e la valorizzazione ambientale effettiva di quei monti.

Per questo trovo quella parte del comunicato stampa su Sarnano-Sassotetto particolarmente significativa e esemplare, opponendosi alle bieche mire politiche presentate dal progetto e al contempo indicando come e dove poter intervenire se realmente si voglia sviluppare e valorizzare il territorio. Ve la propongo di seguito, mentre qui potete scaricare e leggere l’intero testo diffuso, nella speranza che il progetto in questione non vada in porto e parimenti che la politica locale possa finalmente recuperare il senno e comprendere le reali peculiarità, potenzialità, possibilità, esigenze e bisogni delle proprie montagne in ottica storica presente e futura.

[…] Se i progettisti e i politici si prendessero la briga di andare a studiare un po’ più approfonditamente la realtà del loro territorio e delle vere esigenze della popolazione, scoprirebbero almeno due cose: uno che la maggior parte della popolazione attiva dei loro comuni si dedica all’agricoltura, due che la popolazione attiva è andata negli ultimi decenni velocemente invecchiando, non a causa dell’abbandono a seguito del terremoto, ma per la brutale decurtazione dei servizi e delle infrastrutture necessarie per il vivere civile, che ha fatto fuggire specialmente i giovani. E tale situazione non è diversa se nel comune c’è l’industria dello sci, come a Sarnano, oppure no come ad esempio ad Amandola o a San Ginesio. Ciò significa che il turismo mordi e fuggi che si vuole potenziare, non è quello che fa la differenza, ma altri sono i fattori strutturali sui quali bisognerebbe rapidamente incidere. Siamo fermamente convinti, che i soldi che arriveranno, non incideranno minimamente sulle reali condizioni di sottosviluppo del territorio montano della nostra provincia, che per lo più andranno in gran parte a beneficiare i progettisti e le imprese che realizzeranno gli impianti, e ben poco rimarrà poi a beneficio futuro della popolazione locale. Sarà proprio un caso che per realizzare qualche tappeto di plastica, mettere qualche cavo sospeso tra due picchi, ristrutturare qualche skilift e qualche baita, fare qualche piazzola da campeggio, anche se pomposamente la vogliamo chiamare “glamping”, si siano mossi importanti progettisti dalle grandi città del nord? Il rischio che si intravede allora è che si tratti ancora una volta dell’ormai vetusto modello colonizzatore della montagna, aduso ad appropriarsi di ogni residua risorsa lì disponibile, lasciando poi sul territorio, finiti i soldi, i simulacri arrugginiti di tali realizzazioni, come quelle che già tristemente da molto tempo fanno mostra di sé, sui versanti e le creste dei Sibillini.

Il vero patrimonio che nessuno vede, ma che è presente in tutta la fascia pedemontana marchigiana dei Sibillini è invece il paesaggio rurale e i suoi centri abitati; l’agricoltura è la vera ricchezza che andrebbe potenziata e sulla quale bisognerebbe massicciamente investire per trasformare le poche aziende ormai invecchiate, in centri di produzione di eccellenza gestiti da giovani preparati, acculturati, profondamente motivati a vivere “bene” a casa loro. I tristi fatti di questi giorni hanno drammaticamente evidenziato come il nostro sistema agroalimentare sia fortemente dipendente, fragile ed inquinante. Le risorse come l’agricoltura e l’acqua che la montagna ancora custodisce, sono la vera ricchezza, oggi e sempre più nel futuro, e lì bisognerebbe volgere tutti gli sforzi e gli investimenti per un nuovo modello di produzione e di sviluppo integrato sociale e rispettoso dell’ambiente. E oggi agricoltura sostenibile significa anche turismo i cui proventi però, finirebbero direttamente nelle mani dei produttori, della gente del posto e non esportati fuori dal territorio nelle mani di speculatori e avventizi. […]