Confini e guerre / guerre e confini

[Immagine tratta da www.artstation.com.]

Nel suo semidimenticato saggio War and America, scritto nel 1914, a ridosso della Prima Guerra Mondiale, il più celebre psicologo d’America, Hugo Münsterberg, espone coraggiosamente le sue idee pacifiste. “Da parte mia vedo una sola possibilità”, dice, “la guerra potrebbe essere fermata solo se le sue condizioni fondamentali fossero volontariamente cambiate. Le guerre fra nazioni sono state lotte per conquistare territori o per privare altre nazioni del loro territorio. Le guerre internazionali scomparirebbero solo se le nazioni non possedessero i propri territori”.
La sua presa di posizione è chiara, ma anche assai problematica poiché lui stesso, benché trasferitosi negli USA da vent’anni, era (e restava) un tedesco, legato alla sua cultura e alla sua patria d’origine. Ma proprio la sua situazione di intellettuale “de-territorializzato” è quella che gli permette di formulare un autentico “internazionalismo pacifista” a cui lui dà il nome di cosmocorismo. Per capire di cosa si tratti basta confrontarlo col cosmopolitismo kantiano: per Kant i confini esistono, e ciò che si invoca è il diritto di oltrepassarli liberamente; per Münsterberg il cosmocorismo significa la fusione totale dei territori e la scomparsa di tutti i confini, che, semplicemente, devono cessare di esistere. In altri termini, mentre per Kant l’uomo coincide con la propria azione morale, per lo psicologo esso è anche il prodotto dinamico delle idee che crea o subisce; se l’uomo dunque si liberasse dall’idea di essere definito dal suolo su cui è nato, le guerre scomparirebbero.

Quando la Russia ha attaccato l’Ucraina, scatenando l’ennesima guerra nella storia della cosiddetta “civiltà umana”, mi è tornato in mente un’editoriale di Marco Senaldi pubblicato qualche mese fa su “Artribune” – sia nel sito che sul numero 59 del magazine – la cui prima è parte è quella che ho pubblicato lì sopra. Nell’articolo si contestualizzava il tema sulla questione della pandemia da Covid-19, ma constaterete che quanto sosteneva Münsterberg lo si potrebbe adattare alla situazione bellica attuale. In effetti pure io, quando presi a leggere le prime notizie sull’aggressione russa, pensai proprio all’idea di “confine” quale solita causa, tra quelle principali e ineluttabili, delle guerre – al di là della visione internazionalista-pacifista dello psicologo americano e semmai più pensando a certo pensiero anarchico alla Élisée Reclus. Del concetto di «confine» e della sua materialità moderna-contemporanea mi sono occupato più volte, riunendo molte delle principali osservazioni personali al riguardo nel saggio Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (Postmedia books, 2020 – lo vedete qui accanto e cliccate sopra l’immagine per saperne di più) e, per ciò che ne posso ricavare, sono convinto che eliminare i confini geopolitici – nella forma attuale una forzata “invenzione” sei-settecentesca di matrice cartesiana sviluppata unicamente per soddisfare le pretese di dominio dei vari stati e non per salvaguardare unità socio-culturali di carattere realmente nazionale – in effetti eliminerebbe alla radice la causa di molte guerre ma non significherebbe affatto la globalizzazione culturale generale, che peraltro comunque trova campo libero nonostante qualsiasi confine più o meno rigido, come constatiamo da tempo. In tal senso non sono invece d’accordo con Münsterberg ove sostenga di doversi liberare «dall’idea di essere definito dal suolo su cui è nato», dote che invece, culturalmente sviluppata e del cui valore antropologico essere consapevoli, aiuterebbe proprio a definire quell’alterità necessaria alla conseguente (e niente affatto antitetica, sotto molti aspetti) definizione di un’identità di natura prettamente culturale e non politica ovvero nazionale-nazionalista. Così formato tale aspetto, e dunque resi sostanzialmente immateriali i confini tra genti diverse e relativi territori abitati, verrebbero facilitate anche le relazioni tra le diverse unità socio-culturali – le varie popolazioni, intendendo il termine sia su macroscala che su microscala – il cui contatto avverrebbe sullo stesso virtuoso piano culturale e non su altri potenzialmente più pericolosi.

Per dirlo in modo più semplice, propongo il solito esempio dei territori delle Alpi, divisi dall’elevata e ostica catena alpina i cui contrafforti montuosi mai hanno però diviso le genti dei versanti opposti, anzi, ne hanno sempre agevolato il contatto e l’incontro anche solo sulla spinta della curiosità di sapere cosa ci fosse al di là delle montagne che sbarravano il proprio orizzonte – il concetto di «Alpi come cerniera» che molti studiosi propongono, ad esempio l’antropologo Annibale Salsa. Da quando invece le montagne, da confini naturali che non erano, sull’onda del suddetto pensiero cartesiano sono stati trasformati in confini geopolitici che hanno creato un di qua diverso del di là – cosa totalmente artificiosa, appunto -, sono iniziati i problemi ovvero le guerre, che sovente si sono concentrate con la loro maggiore forza distruttiva proprio sui territori di confine: la Prima Guerra Mondiale, con le sue battaglie alpine, è l’esempio principale in tal senso.

Insomma, come ho scritto in un altro post dedicato al tema, «La geografia ci insegna che non esistono confini se non dove noi li vogliamo vedere, perché li immaginiamo nella nostra mente e li costruiamo nel nostro animo»: quando ciò accade, e se consideriamo che la geografia è fatta anche di storia e dunque questa seconda, e i suoi accadimenti, dipendono molto dalla prima, lo scoppio di una guerra è solo una inevitabile questione di tempo. Già.

Una soluzione

[Foto di Colin Behrens da Pixabay.]
Non di rado, da qualche tempo a questa parte, alcuni pongono la questione della sostenibilità del diritto di voto universale nell’odierna era del populismo sfrenato, delle fake news, dei social eletti a nuovi testi sacri eccetera. Ovvero, per dirla in modo semplice: «Devono votare anche gli ignoranti?», intesi come tali non solo quelli che ignorano la realtà e le verità oggettive del mondo contemporaneo ma che pure si dimostrano carenti di cultura politica e civica, dunque inclini ad un “voto di pancia” sostanzialmente irrazionale e ingiustificabile. Tale questione viene spesso sostenuta con argomentazioni assolutamente meditate e plausibili (si veda il link lì sopra, ad esempio) le quali tuttavia, posta pure la loro scientificità, non riescono a evitare la correlata questione dell’incostituzionalità di un diritto di voto limitato e non più universale come le democrazie avanzate contemplano per proprie costituzioni, appunto – e nonostante, per il bene di quelle stesse democrazie, il buon senso al riguardo si sarebbe ormai spostato nella direzione opposta, paradossalmente ma inesorabilmente. Di contro, senza dubbio, togliere il diritto di voto politico in modo arbitrario, seppur plausibilmente e giuridicamente motivato, non appare come una gran bella cosa.

Dunque, come uscire da una così ostica antinomia?

Be’, semplice: eliminando i politici da votare. Il che ovviamente non significa virare verso l’autoritarismo totalitarista ma, all’opposto, significa rendere pienamente compiuta la democrazia, termine che – serve sempre ricordarlo – deriva etimologicamente dal greco antico δῆμος, démos,«popolo» e κράτος, krátos, «potere» e significa “governo del popolo”. Che può anche essere di natura consultiva ma non necessariamente legata a un sistema di potere politico costituito – visti poi i risultati concreti di ciò.

Una mera utopia, sosterrà qualcuno. Vero, lo ammetto, ma esattamente come lo sta diventando l’azione virtuosa delle classi politiche sovente elette in modi culturalmente e civicamente discutibili (vedi sopra, per ribadire). D’altro canto, già quasi due secoli fa il buon Thoreau aveva compreso, nel suo Disobbedienza Civile, che

Il miglior governo è quello che non governa affatto.

Perché non esiste, in buona sostanza.

Ecco.

 

La lebbra della politica

Quasi ovunque – e spesso anche a proposito di problemi puramente tecnici – l’operazione del prendere partito, del prender posizione a favore o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero. Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici e si è allargata a tutto il Paese fino a intaccare quasi la totalità del pensiero.

(L’immagine di Simone Weil è tratta da www.andreameregalli.com, qui.)

(Simone Weil, Senza partito, traduzione di Marco Dotti, Feltrinelli, 2013, pag. 41. Citata da Paolo Nori nel suo sempre illuminante blog – la cui lettura non smetterò mai di sollecitare – qui.)

Che i partiti politici siano una lebbra per il pensiero e la democrazia e per la democrazia del pensiero, come scrive con insuperabile chiarezza Weil, è una cosa talmente evidente, ma talmente evidente, da essere (incredibilmente, ma forse no) ignorata da tanti. Come molte altre cose del mondo contemporaneo la cui evidenza è direttamente proporzionale all’importanza che hanno per il bene comune e della società in cui viviamo, e per questo vengono drasticamente osteggiate dal “potere” così ben rappresentato dai partiti politici, guarda caso, che trovano consensi proprio dove c’è quella così inopinata “cecità” di visione e di intelletto – guarda caso bis.

(L’immagine di Simone Weil è tratta da qui.)

Ecco il governo, ecco la sua giustizia

Essere governati significa essere guardati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, valutati, soppesati, censurati, comandati da persone che non ne hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governati significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, censiti, tariffati, timbrati, tosati, contrassegnati, quotati, patentati, licenziati, autorizzati, apostrofati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, sotto il pretesto dell’utilità pubblica e in nome dell’interesse generale, essere addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussionati, pressurati, mistificati poi, alla minima resistenza e alla prima parola di protesta, repressi, multati, vilipesi, vessati, taccheggiati, malmenati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, scherniti, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale.

[Foto di Nadar, pubblico dominio; fonte qui.]
(Pierre-Joseph Proudhon, Idée générale de la Révolution au XIXe siècle (1851), Paris, Rivière, 1923; ed. it. L’idea generale di rivoluzione nel XIX secolo, Centro Editoriale Toscano, Firenze, 2001. Citazione “rubata”, di nuovo, a Paolo Nori che l’ha pubblicata nel suo sito qui. Lodi e glorie imperiture a lui, come sempre.)

Io voglio ciò che devo

Povere creature che potreste vivere tanto felici soltanto a modo vostro e che invece dovete ballare al suono della musica di questi pedagoghi di orsi e produrvi in capriole artistiche che non vi verrebbe mai in mente di fare! E non vi ribellate mai, sebbene vi si intenda sempre in modo diverso da come vorreste voi. No, voi ripetete sempre meccanicamente a voi stessi la domanda che avete sentito porre: “A che cosa sono chiamato? Che cosa devo fare?”. Basta che vi poniate queste domante e vi farete dire e ordinare ciò che dovete fare, vi farete prescrivere la vostra vocazione oppure ve la ordinerete ed imporrete voi stessi secondo le direttive dello spirito. Ciò comporta, per quel che riguarda la volontà, questo atteggiamento: io voglio ciò che devo.

(Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà, traduzione di Leonardo Amoroso, Adelphi, 1999.)

L’Unico di Stirner è uno dei quei rari libri così disturbanti, da leggere, che a non leggerli si resta inconsciamente e inevitabilmente disturbati. Per questo ancora oggi a suo carico vengono mosse dall’opinione pubblica, nel caso in cui se ne discuta, così tante accuse: perché probabilmente non è stato letto. Altrimenti di accuse ce ne sarebbero comunque, ma rivolte nella direzione opposta.
Per lo stesso motivo, quando mi chiedono quali siano stati i libri più importanti per me e la mia visione del mondo e della vita, L’Unico non manca mai. Di un sano e pur aspro disturbo culturale c’è sempre bisogno, già.