Il tesoro senza prezzo di noi che viviamo «sperduti nel nulla»

Separando con la sua enorme massa le nazioni che ne assediano i versanti dall’uno e dall’altro lato, la montagna protegge gli abitanti, solitamente poco numerosi, che sono venuti a cercare asilo nelle sue valli. Li ospita, li fa suoi, dà loro costumi speciali, un certo genere di vita, un carattere particolare. Indipendentemente dell’etnia d’origine, il montanaro è divenuto quello che è sotto l’influenza dell’ambiente che lo circonda; la fatica delle scalate e delle penose discese, la semplicità del vitto, il rigore dei freddi invernali, la lotta contro le intemperie ne hanno fatto un uomo a parte, gli hanno dato un atteggiamento, un’andatura, un gioco di movimenti molto diversi da quelli dei suoi vicini di pianura. Gli hanno dato inoltre una maniera di pensare e di sentire che lo distingue; hanno riflesso nella sua mente, come in quella del marinaio, qualcosa della serenità dei grandi orizzonti; in molti luoghi, inoltre, gli hanno assicurato il tesoro senza prezzo della libertà.

(Élisée ReclusStoria di una montagnaTararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.110; 1a ed.1880. Cliccate sull’immagine per leggere la mia “recensione” del libro.)

Mi è tornata in mente questa citazione dell’imprescindibile Reclus nel sentire le “rimostranze” di un conoscente (peraltro era da un po’ che non ne ricevevo, pensavo quasi che la loro “epoca” fosse passata!) il quale, per la prima volta e per un impegno di lavoro, è salito nel comune montano dove abito. «Ah, ma dove vivi? Che strada, tutte curve, e c’era nebbia, non si vedeva nulla, poi arrivo su, non c’è in giro nessuno… ma siete sperduti nel nulla, lì!»

Fate conto che il luogo di mia residenza in questione è a meno di 10 km di strada (asfaltata, eh!) dalla iperantropizzata Brianza e a 40 minuti d’auto da Milano, mica in un vallone sperduto delle Svalbard. Ecco.

Be’, a sentire quelle sue parole, mi è tornato in mente Reclus e mi sono sentito un privilegiato, a poter vivere così “sperduto nel nulla”. Già.

Serve una “diplomazia animale”

[Foto di steve fehlberg da Pixabay]

L’attitudine a coesistere non è una pia illusione né una concordia naturale: non implica che ci si lasci mangiare senza difendersi. Esige tutta la nostra intelligenza per comporre degli habitat condivisi e mettere in campo dei comportamenti diplomatici atti a minimizzare ogni rischio per gli esseri umani – minimizzarlo senza dover sfociare nell’eliminazione generalizzata degli altri con la presunzione di pacificare la Terra.
I grandi predatori sono per larga parte della loro vita degli animali territoriali. La territorialità è stata inventata dall’evoluzione come dispositivo di pacificazione tra gli esseri viventi, molto più antico delle leggi e delle convenzioni umane. La ferocia senza freni di questi animali è un mito dei moderni: possono essere feroci ma possono anche cercare la diminuzione dei conflitti e dell’aggressività, ancor di più se, muniti della nostra particolare intelligenza di diplomatici animali, mettiamo in campo delle condizioni che permettano la coabitazione e che lascino loro spazio.

[Baptiste Morizot, Sulla pista animale, Nottetempo 2020, pagg.78-79. Trovate la mia recensione al libro – che dovete leggere assolutamente – qui. Nota bene: la citazione sopra riprodotta fa il paio con quest’altra.]

Da studioso e appassionato delle montagne a 360 gradi, passo volentieri oltre le ennesime polemiche che si scateneranno a seguito della direttiva europea che ha declassato lo status del lupo da “specie strettamente protetta” a “specie protetta”. Sia chiaro: il dibattito al riguardo è importante (fino a che non si polarizza e le parti non s’arroccano su posizioni francamente insensate quando non ridicole) e la mia opinione al riguardo ce l’ho chiara, ma sono ben conscio che il nocciolo della questione sta molto più a monte, nella relazione che la nostra civiltà ha elaborato nei secoli con il mondo animale, naturale e in generale non antropizzato. Una questione del tutto irrisolta e che al momento non mi pare risolvibile in alcun modo, posto lo stato delle cose e ancor più l’approccio culturale generale utilizzato al riguardo: lo spiegai già tempo fa in questa chiacchierata con l’amico Tiziano Fratus.

Occorre un approccio differente, molto meno superficiale e molto più relazionato al senso della nostra presenza nel mondo nonché al suo portato: qualcosa che, essendo noi Sapiens, dovremmo saper cogliere ed elaborare di default, invece non pare che ciò accada. Un approccio differente e di grande forza è quello che elabora Baptiste Morizot, il quale guarda caso di mestiere fa il filosofo, uno abituato a spiegare la natura e la realtà nella loro vera essenza attraverso la logica (siamo Sapiens, ribadisco) piuttosto di altre “doti” molto più superficiali che invece oggi vanno molto di moda. Anche la sua proposta di una “diplomazia animale” dovrebbe essere qualcosa di assolutamente naturale: siamo la razza più intelligente e avanzata del pianeta ma restiamo animali, e il valore della nostra dominanza sul pianeta dovrebbe essere dato dalla capacità di viverlo diplomaticamente rispetto alle altre creature che lo abitano con noi, non dalla capacità di poterle assoggettare e facilmente eliminare perché ritenute di “status” inferiore al nostro e d’intralcio alla nostra conquista assoluta del mondo.

Be’, fino ad oggi, nell’epoca moderna e ancor più in quella contemporanea, non mi sembra proprio che l’umanità sia riuscita in ciò. Domani chissà: la speranza è l’ultima a morire, dice il noto proverbio, ma speriamo che prima non debbano morire troppe altre creature viventi – Sapiens inclusi, inevitabilmente.

È la Natura che deve adattarsi all’uomo e alle sue attività, o viceversa?

[Foto di ©Roberto Garghentini.]
P.S. – Pre Scriptum: l’articolo che potete leggere di seguito è stato pubblicato sul quotidiano “Lecco on line” giovedì 9 maggio e fa riferimento all’incontro svoltosi qualche giorno fa a Casargo, in Valsassina (provincia di Lecco) dal titolo “La minaccia del lupo sugli alpeggi”, durante il quale è intervenuto il Consigliere di Regione Lombardia Giacomo Zamperini.
Inutile dire che questo mio articolo non vuole (e non deve) avere alcun obiettivo polemico, anzi, cerca di implementare il dialogo il più possibile costruttivo e necessariamente fondato non solo sul tema del suddetto incontro ma in generale sull’intera realtà dei territori montani, la cui gestione nel presente e ancor più nel futuro che ci attende si presenta delicata e ricca di incertezze.
Buona lettura.

Lettera aperta (e cordiale, ma…) al Consigliere Giacomo Zamperini, Presidente della Commissione Montagna di Regione Lombardia

Nel recente incontro svoltosi a Casargo dal titolo “La minaccia del lupo sugli alpeggi” e, come si evince, dedicato alla presenza di ritorno dei lupi sulle nostre montagne e alle problematiche a ciò connesse, soprattutto riferite al lavoro degli allevatori nei territori ove il lupo si sia manifestato, ha partecipato anche il Consigliere regionale – e Presidente della Commissione Montagna – Giacomo Zamperini, che più volte ha proferito in pubblico parole assolutamente condivisibili in merito alla realtà montana contemporanea e alla gestione politico-amministrativa delle terre alte.

Nel suo intervento a Casargo, invece, Zamperini ha fatto un’affermazione che proprio nell’ottica della miglior gestione possibile dei territori montani non può considerarsi sostenibile, sostenendo – come la vostra testata ha riportato – che «sono il lupo e la natura a doversi adattare alla presenza e all’attività dell’uomo, e non viceversa».

Al netto dell’elemento “lupo”, la cui problematica impone strategie mirate, ciò che ha dichiarato il Consigliere Zamperini è esattamente il principio per il quale la presenza e il rapporto dell’uomo con la montagna nel Novecento si è disequilibrato e distorto al punto da generare le circostanze di involuzione sociale, economico, ambientale, culturale, a livelli più o meno evidenti e gravi, che oggi purtroppo si possono constatare un po’ ovunque, sulle Alpi e sugli Appennini. No, la natura non si deve adattare alla presenza dell’uomo: da sempre avviene il contrario, così accade anche oggi e d’altronde è qualcosa di inevitabile. Semmai è proprio la ricerca del miglior equilibrio adattativo dell’uomo nei territori montani, in forza della peculiare realtà ambientale che presentano, a garantire i massimi vantaggi reciproci tanto alle montagne quanto alle genti che le abitano da secoli e, ci si augura, continuino a farlo nel futuro. È il bello dello stare in montagna, ancor più oggi che lo sviluppo tecnologico a disposizione consente di adattarsi alle condizioni montane ben più che una volta – ma non del tutto, visto che basta una bella nevicata o un periodo di forti piogge a mettere in crisi la nostra civiltà tanto avanzata e a volte un po’ troppo supponente. E meno male, a mio modo di vedere: ci consente di tenere sempre ben presente chi siamo, dove siamo e cosa dobbiamo fare per starci al meglio senza subire conseguenze deleterie.

D’altro canto, ovunque l’uomo abbia preteso di adattare la natura montana ai suoi voleri ne sono usciti dei gran danni, quando non dei disastri: è successo con il turismo quando si è massificato diventando eccessivamente impattante per i territori coinvolti, è successo con talune attività industriali che hanno superato il limite di sostenibilità dello sfruttamento territoriale (si pensi alle attività estrattive, ad esempio), ed è successo quando l’uomo ha voluto infrangere gli equilibri ecosistemici naturali, ad esempio nell’attività venatoria o con l’uso eccessivo delle risorse boschive.

Invece, proprio la dimensione di adattamento costante dell’uomo alla montagna e alle sue caratteristiche è ciò che rende la vita nelle terre alte speciale, preziosa, certamente più scomoda che in città ma per questo anche più importante e di valore: è esattamente quello che lo stesso Consigliere Zamperini ha sostenuto in un altro passaggio del suo intervento a Casargo citato nel vostro articolo, quando ha affermato che «preservare la montagna significa tutelare l’ambiente e mantenere in vita un’economia, una società e una cultura rurale millenaria». Ecco, guarda caso questa è un’ottima definizione per spiegare cosa significhi che l’uomo debba adattarsi alla natura montana e mantenere equilibrata la sua presenza in essa: è proprio ciò che i nostri montanari hanno fatto per secoli, è la realtà dalla quale è scaturita la cultura rurale millenaria che oggi cerchiamo di tutelare rispetto all’omologazione consumistica imperante nonché, a ben vedere, è uno degli elementi sui quali si fonda l’identità culturale contemporanea delle montagne. Soprattutto rispetto ai territori metropolitani iper urbanizzati, proprio quelli dove l’uomo ha adattato così estesamente il territorio alle proprie esigenze e alle attività antropiche da provocarne spesso un degrado diffuso e a volte profondo (lo stesso che poi fa affollare le località montane di cittadini in cerca di qualche ora d’aria buona e di mente libera).

Vogliamo che la montagna assomigli anche in questo alla città? Non credo proprio sia il caso, dunque non è ammissibile – non per qualsivoglia ideologia ma proprio per sensibilità politica e culturale – che si possa ragionare in montagna attraverso modelli di antropizzazione mutuati da realtà del tutto diverse e per questo potenzialmente pericolosi. Che è poi, per tornare all’altro “elemento” discusso a Casargo citato da Zamperini, il motivo per il quale la presenza del lupo oggi è problematica e si fatica non solo a trovare strategie efficaci ma pure a dialogare sul tema senza cadere in parteggiamenti e strumentalizzazioni ideologiche, che finiscono per rendere cronico il problema piuttosto di alleviarne il portato.

In ogni caso, ribadisco, il Consigliere Zamperini si è rivelato in altre occasioni ben più apprezzabile nelle parole pubblicamente spese su cose di montagna, e posso pensare che l’infelice uscita di Casargo sia stata soltanto una boutade malamente influenzata dalle circostanze del momento o per altri motivi poco meditata mentre in futuro le sue considerazioni sulla realtà presente e futura delle nostre montagne potranno essere più ponderate e provvidenziali per chiunque abbia a cuore le terre alte.

Come poter risolvere il “problema lupo” sulle nostre montagne se per farlo si sostengono palesi fake news?

[“Zagor” nr.536, marzo 2010.]
P.S. – Pre Scriptum: il testo che potete leggere è di una lettera che ho inviato alla redazione del quotidiano “La Provincia di Lecco”, sul quale domenica 5 maggio è apparso l’articolo (lo vedete qui sotto) che è l’oggetto delle mie considerazioni. Ciò nell’ottica solita di favorire il dibattito più franco, obiettivo e onesto, dunque costruttivo, sul tema in questione così come su ogni altro: qualcosa di cui abbiamo costantemente bisogno, e in modi crescenti.
Buona lettura.

La «minaccia del lupo sugli alpeggi» e le fake news (istituzionali) che la rendono ancora più grave

Qualche giorno fa a Casargo si è svolto l’incontro dal titolo “La minaccia del lupo sugli alpeggi” dedicato, come il titolo rende chiaro da subito, al ritorno del lupo sulle nostre montagne e alla problematica presenza nelle zone antropizzate, ove operano diversi allevatori con i loro animali; la vostra testata ne ha riferito qui. È un tema parecchio dibattuto, inutile rimarcarlo, anche se troppo spesso attraverso modalità eccessivamente polarizzate sulle due posizioni maggiormente contrapposte, quella che propugna la più estesa salvaguardia del lupo e l’altra che mira a supportare in maniera altrettanto estesa l’attività degli allevatori. Su tali posizioni per giunta si innesta – tradizione nostrana del tutto deprecabile – la strumentalizzazione politica, così che il dialogo tra le parti, qualsiasi esse siano, diventa pressoché impossibile, con il risultato che al problema non solo non si trovano soluzioni ma se ne aggrava le conseguenze.

Ma c’è qualcosa di ancora più deleterio all’analisi del problema, in questo caso come in ogni altro simile: la diffusione di falsità. Ed è piuttosto desolante constatare che, nel caso dell’incontro di Casargo, a praticare questo infelice metodo è stato proprio il Primo Cittadino del comune, quando ha affermato che «Il lupo è stato introdotto con il denaro pubblico». Niente di più falso: come è chiaramente spiegato nel sito di Life Wolf Alps EU, il programma europeo di azioni coordinate per migliorare la coesistenza fra lupo e attività umane a livello di popolazione alpina, «in Europa nessun lupo, è stato mai catturato per essere poi spostato e liberato a scopo di ripopolamento. L’espansione del lupo in Italia negli ultimi quarant’anni è frutto solo ed esclusivamente di dinamiche naturali della specie.» E se qualcuno, vedendo che si tratta di un progetto europeo, per parteggiamenti politici pensasse che ciò non sia vero, sappia che anche il sito della Provincia Autonoma di Trento, notoriamente su posizioni piuttosto “decisioniste” contro la presenza dei grandi carnivori sulle Alpi, mette ben in chiaro da subito la stessa verità, chiarendo che «La ricolonizzazione del lupo sulle montagne trentine è peraltro inserita in un fenomeno che sta avvenendo su scala addirittura continentale: in buona parte d’Europa si sta verificando un rapido e diffuso ritorno della specie, dovuto alle migliori condizioni delle foreste rispetto al passato, all’abbondante disponibilità di specie preda (in particolare ungulati selvatici), al quadro normativo vigente e alla maggiore accettazione della specie da parte dell’uomo».

Obiettivamente quello del Primo Cittadino di Casargo sembra un atteggiamento alquanto discutibile e ben poco accettabile, venendo da un rappresentante delle istituzioni cioè del comune che per giunta ha patrocinato l’incontro in questione. Ogni posizione sul tema dibattuto è legittima e vagliabile, si possa essere d’accordo o meno con ciascuna di esse: il problema esiste e va gestito al meglio, per il bene di tutti i soggetti coinvolti, ma senza alcun dubbio per elaborare la migliore gestione di esso bisogna lavorare su dati certi e obiettivi, non su fake news che generano solo ulteriore confusione oltre che esacerbazione degli animi.

Ci si potrebbe chiedere cosa possa cambiare, che i lupi siano stati reintrodotti sulle Alpi o se siano in dispersione, al fine della gestione del problema: inutile dire che cambia uno dei punti di partenza fondamentale per l’elaborazione delle più efficaci soluzioni sistemiche al riguardo, visto che nello stesso incontro di Casargo si è messa in evidenza l’importanza di adottare «strategie territoriali» che sarebbero da strutturare si vari livelli, da quello che concerne la macro-area alpina fino alla scala locale, al fine di mettere in atto soluzioni perfettamente contestali ai territori e all’entità del problema in essi. Ovvio che cercare di costruire qualcosa su basi così inconsistenti non può portare a nulla di veramente utile.

C’è solo da augurarsi che il Sindaco di Casargo abbia affermato quanto sopra in maniera solo troppo avventata, senza prima informarsi sulla fondatezza delle sue convinzioni e, parimenti, che l’abbia fatto senza con ciò aver voluto scientemente manifestare posizioni ideologiche strumentalizzate che, come detto, sono tra gli elementi che più determinano l’attuale confusione sul tema e la mancanza di strategie risolutive efficaci – in questa come in molte altre questioni che concernono la realtà contemporanea dei territori montani. E, in fin dei conti, che renderebbero inutile e inaffidabile l’incontro svoltosi nel suo paese: cosa che, lo si può ben immaginare, chiaramente il sindaco di Casargo in primis non vorrà appurare. Ce ne sono già fin troppe di incertezze che gravano sul presente e ancor più sul futuro delle montagne: è (sarebbe) bene non aggiungerne altre.