Se vi dico “montagna”…

[John Singer Sargent, Lake Carezza, South Tyrol, 1914.]
Amici,
vi propongo un’altra domanda alla quale dovete rispondere d’istinto, pensandoci il meno possibile:

se vi dico «montagna» qual è la prima cosa che vi viene in mente, in una parola?

O due parole, non di più. Qualsiasi cosa sia: memoria, luogo, persona, oggetto, emozione, idea, sensazione, fantasia… vale tutto, basta che sia una risposta istintiva e immediata e che sia condensata in una parola o due al massimo, appunto. Non servono spiegazioni: sia chiaro, siete liberi di comunicarle ma non è necessario, se realmente la risposta è frutto dell’istinto, si spiega da sé.

Vi ringrazio di cuore fin d’ora se vorrete partecipare e dare la vostra risposta!

I luoghi indelebili nella memoria

[Foto di Ricardo Gomez Angel su Unsplash.]

Fate una prova su voi stessi e chiedetevi quali immagini della natura si sono conservate in maniera più profonda, nitida e durevole nella vostra memoria. Sono forse quelle immagini che avete ammirato come turisti? Assolutamente no. Potete anche averle osservate con la massima attenzione, ma rimangono comunque semplici vedute che svaniscono in fretta oppure, ammesso che riusciate a fissarle nella memoria, sono prive di un intimo contenuto e – per dirlo in altri termini – si sottraggono a un autentico rapporto con la vostra persona. Accade invece il contrario per quegli ambienti naturali dove avete provato felicità o dolore: i luoghi dei vostri giochi d’infanzia, degli aneliti giovanili, del vostro agire da adulti, e magari anche i luoghi dove avete ricevuto una notizia importante. I luoghi, insomma, dove è successo qualcosa nella vostra vita: sono questi luoghi a rimanere nella memoria con tratti indelebili e colori incancellabili.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pagg.201-202; orig. Der Gotthard, 1897.)

Queste osservazioni, notate bene, Spitteler le scrisse a fine Ottocento, quando certamente non esisteva un turismo come quello odierno, ma sembrano riferirsi proprio ai giorni nostri e alla banalizzazione dei luoghi che sovente la fruizione turistica contemporanea induce, a quel mordi-e-fuggi dei viaggi “all inclusive” che disegnano i tour in base a Instagram e dicono di far vedere tutto ma non fanno realmente vedere (e capire) nulla e, in concreto, risolvono totalmente la presenza in un luogo in qualche selfie da pubblicare sui social senza instaurare alcun legame con esso. Tanto vale restarsene a casa propria ad ammirare belle immagini degli stessi luoghi sui propri device, a questo punto.

E che ne dite di una panchina gigante a forma di sedile da seggiovia?

Il fenomeno delle “Big Bench”, le panchinone giganti, si sta rapidamente sgonfiando: sia perché sempre più persone si rendono conto di quanto siano cafonesche, sia per come appaia ormai palese che non “valorizzino” il luogo nel quale vengono installate ma lo degradino. Ciò nonostante, o forse proprio in forza di tale montante declino, qualcuno cerca ancora di seguire quella scia malsana però inventandosi un “aggiornamento”, nella speranza di ravvivare l’attenzione (?) di qualcuno.

Ecco dunque spuntare, tra le piste da sci di Sauze d’Oulx, la panchina-seggiovia gigante.

Già. Lo so, sembra uno scherzo.

Così come sembra un testo comico l’articolo del giornale online “ValsusaOggi” che la presenta, e non per colpa del cronista della testata ma per ciò che gli è toccato riportare al riguardo.

Alcune “perle” tratte dall’articolo:

«Quattro metri di larghezza, sette di altezza […] il nuovissimo e gigantesco seggiolino da seggiovia che domina Sauze d’Oulx dai 1.800 metri di Clotes». Bello essere “dominati” da un tale manufatto, no?

«Un mega seggiolino da seggiovia è un’idea geniale che si adatta perfettamente al nostro territorio.» Uuuh, proprio geniale! E originale, innovativa, mai vista prima, veramente di gran spessore culturale, capacissima di valorizzare il territorio! Wow!

«Porterà sicuramente tanta nuova visibilità al nostro paese, perché sarà impossibile resistere a farsi una fotografia una volta vista questa meraviglia». Eh, infatti, “visibilità”: proprio questo conta per dare “valore” a un luogo, non lo sviluppo attento delle peculiarità locali e del suo ambiente montano per diffonderne la conoscenza che lo fa veramente apprezzare! Giammai!

«Invitiamo tutti ad andare a vederla e a farsi una fotografia ricordo da Sauze d’Oulx». Una foto ricordo, esatto: per ricordarsi di non tornare più, che di altre banalità da visitare ce ne sono tante pure altrove.

Ciliegina finale (anche se nell’articolo viene prima delle precedenti “perle”):

«La scelta di posizionarla a Clotes è stata strategica in quanto questo è un punto panoramico da dove si può ammirare l’intero paese e tutta la valle dal Monte Seguret fino a quello dello Chaberton (anche se per vederlo meglio ci sarebbero due alberi da abbattere)». Eh, ma infatti, che diamine?! Cosa si aspetta ad abbattere quei due maledetti alberi! Rovinano tutti i selfies dei panchinari-seggiovisti, altrimenti!

Non c’è da aggiungere altro, converrete. Ecco.

P.S.: ho cercato informazioni sull’artista che ha creato l’opera suddetta. Vedo che spesso ha realizzato cose ben più interessanti e apprezzabili di quella, il che mi rende ancora più oscuri i motivi – se ce ne fossero di validi – alla base.

Quando l’architettura è arte (in montagna)

L’architettura è un’arte. Ci si dimentica spesso di questa verità (a volte gli stessi architetti se lo scordano, ne siano consapevoli o meno) e, anche quando la si ricorda, si concepisce esclusivamente attraverso l’opera architettonica in sé. Ciò non è sbagliato ma risulta una visione parziale: in quanto «organizzazione dello spazio antropizzato in cui vive l’essere umano», l’architettura si fa arte quando grazie all’opera concepita “inventa” (τέκτων, técton: “creare”, “plasmare”) lo spazio nel quale è inserita, dandogli nuova forma e nuova identità oppure rigenera e potenzia quella esistente, se il luogo già la possiede. D’altro canto è ciò che accade con qualsiasi altra opera d’arte autenticamente tale: un dipinto dozzinale non aggiunge nulla all’ambiente nel quale è esposto, un capolavoro invece vi aggiunge moltissimo: in bellezza, fascino, valore materiale e immateriale, piacere di starci, eccetera.

Due ottimi esempi di tutto questo – uno già realizzato, l’altro è augurabile che lo sia – li vedete qui.

Le Casermette di Moncenisio (Antonio De RossiLaura MascinoMatteo Tempestini del Politecnico di Torino, Edoardo Schiari e Maicol Guiguet di Coutan Studio Architetti), che ho già raccontato in questo articolo, sono un progetto solo apparentemente piccolo e in verità di grande e emblematica importanza per il luogo che le ospita, un comune montano tra i più piccoli d’Italia che ora possiede un mirabile strumento di rigenerazione per il proprio territorio e la sua intera comunità, perfettamente integrato nel paesaggio locale. Per questo e per molto altro al progetto sono stati insigniti due importanti riconoscimenti: il Premio internazionale Architettura Minima nelle Alpi e la “Bandiera Verde” 2024 di Legambiente, che in modi diversi ma armonici ne segnalano il valore.

La proposta per l’ampliamento e la riqualificazione del Rifugio Graffer, a 2261 m di quota sopra Madonna di Campiglio, (Enrico Scaramellini, Daniele Bonetti, Pietro Dardano, Stefano De Stefani di S+D Engineering) è un progetto che con molta attenzione cerca un nuovo equilibrio con l’esistente, mentre la scoperta del dettaglio e l’uso raffinato dei materiali è il fondamento di un profondo pensiero progettuale. Il porticato, luogo protetto che guarda verso il paesaggio in prossimità del secondo nuovo ingresso, si trasforma in uno spazio a doppia altezza in cui luce, materiali e dettaglio architettonico contribuiscono all’architettura e alla sua atmosfera.

Due manifestazioni di autentica e notevole arte architettonica, in buona sostanza, proprio in base a ciò che ho rimarcato lì sopra, e modelli esemplari di progettazione dello spazio e del paesaggio la cui capacità d’influenza nei territori montani è quanto mai auspicabile.

Una cartolina dal Monte Pelmo

[Foto di Mario da Pixabay.]

In nessun’altra parte delle Alpi si innalzano così bruscamente cime altissime e con così poca apparenza di connessione tra di loro. In nessun’altra parte vi sono contrasti così marcati offerti dalla differenza di struttura geologica come quelli che qui colpiscono il viaggiatore.

Così a metà Ottocento scriveva delle Dolomiti sul proprio diario John Ball, politico, naturalista e alpinista irlandese. Il quale aveva pieno titolo per scrivere quelle parole: Ball nel 1857 salì una delle principali cime dolomitiche per la prima volta, il Pelmo, 3168 m (che spicca al centro della “cartolina” qui sopra), e il suo nome è rimasto “impresso” sulla montagna grazie all’itinerario che egli seguì per raggiungerne la vetta, la cengia di Ball, tutt’oggi la via normale. E se l’alpinista irlandese affermò poi di aver scelto il Pelmo per la sua prima scalata perché gli era sembrato il più bello tra tutti i monti delle Dolomiti che aveva visto (cosa condivisibile, peraltro, anche grazie alla sua particolare forma che gli riserva il nomignolo di Caregón de ‘l Pareterno, “Trono di Dio”), è pure vero che il monte dà bene l’idea di «cima altissima e con così poca apparenza di connessione» con le altre, avendo tale peculiarità anche nel proprio oronimo che deriva dalla forma dialettale Sass de Pelf col significato di “sasso”, “roccia compatta” e anche “sasso isolato” (cfr. il preromano pel- affine a pal(a), “roccia”, “pala”) caratteristica ben evidente anche nella “cartolina” lì sopra.