In cammino (su Facebook) lungo la DOL

I cammini di Orobie è la nuova collana di guide escursionistiche della rivista “Orobie”, nata per far conoscere la bellezza e la storia delle montagne di tutta la Lombardia. Un invito a percorrere con “occhi nuovi” questi itinerari e a frequentare le montagne per mantenerle vive.

Come intuirete dall’immagine qui sopra, “I cammini di Orobie” è anche una pagina facebook, sulla quale potete seguire lo sviluppo della collana e restare informati su tutte le novità e gli eventi al riguardo. Cliccateci sopra per visitarla.

A inaugurare la collana – altra cosa che ormai saprete bene – è la guida “DOL dei Tre Signori”, curata da Sara Invernizzi, Ruggero Meles e dallo scrivente, che porta i suoi lettori alla scoperta della Dorsale Orobica Lecchese (DOL), già protagonista dell’edizione 2017 di “In viaggio sulle Orobie”. Un cammino dalla storia millenaria che unisce le province di Bergamo, Lecco e Sondrio e attraversa territori ricchi di bellezza, tradizione e saperi nati dal profondo intreccio fra uomo e natura. Sette le tappe proposte, dalla stazione ferroviaria di Bergamo a Colico (Lecco) o Morbegno (Sondrio). Abbinati alla guida, la carta escursionistica e il collegamento tramite QR code alla App Orobie Active. La guida “DOL dei Tre Signori” è stata realizzata grazie al sostegno di Italcementi, con un progetto a cura di Moma Comunicazione in collaborazione con ERSAF – Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste e Regione Lombardia.

Vi ricordo che attualmente la guida “Dol dei Tre Signori” è in edicola come allegato al quotidiano “La Provincia di Lecco”: cliccate qui per saperne di più, oppure cliccate qui per conoscere ogni dettaglio riguardo il volume.

Un indovinello (?)

Questa bellissima e assolutamente primaverile fioritura di crochi – in un paesaggio alpestre altrettanto sublime – è stata immortalata da Roberto Ganassa in Val Biandino, laterale della Valsassina e tra le più belle zone di montagna delle Alpi Bergamasche Occidentali. Se indovinate quale sia la (celeberrima) vetta più alta laggiù in fondo alla valle, forse intuirete pure il perché vi sto proponendo questa immagine (è facile, e comunque non è solo una questione di “consonanza stagionale), altrimenti… aspettate fino a lunedì e, qui sul blog, lo potrete sapere! 😉

La neve che si scioglie

[Foto di Natalia Kollegova da Pixabay.]
Siamo negli ultimi giorni della stagione invernale, qualche fiocco di neve che testardamente cade dal cielo attesta il tentativo dell’inverno di farsi ancora vivo e presente per non andarsene via bistrattato da tutti. Ma ormai la primavera è alle porte, non lo attesta solo il calendario: s’è fatta già annunciare distintamente con alcune recenti giornate assai miti e radiose.

Nonostante il freddo notturno che persiste, appunto, sui monti la neve svanisce a vista d’occhio, quasi, e giorno dopo giorno gli squarci verdi d’erba e grigi di rocce, ormai liberi dalla copertura nevosa, si fanno sempre più estesi, ampliandosi come s’estende la luminosità del cielo, s’allungano le giornate e s’allarga il cuore nel crescente scoppio di entusiasmo naturale primaverile. In tal senso, per molti la neve che si scoglie sui monti genera l’allegria fremente di un ritorno alla vita, in altri invece incute una certa inopinata malinconia: vi è certamente una forte suggestione di matrice “poetica” in questo periodo di passaggio stagionale, di uscita dal gelo e dal buio invernale verso la luce e il caldo estivo, di trasformazione del paesaggio, di esplosione cromatica, e tutto con maggior evidenza e rapidità di quanto accade nell’altro periodo di cambiamento naturale, quello autunnale. Sedersi su un prato di montagna che si sta liberando dalla neve permette quasi di sentire il rumore di ogni singolo fiocco nevoso che svanisce, dei rigagnoli di acqua di fusione che si moltiplicano per quanto il Sole si faccia più caldo, o magari – con un quid di visionarietà, che non fa mai male – di percepire tra i fili d’erba ancora in gran parte prostrati la spinta dei boccioli dei primi fiori appena sotto l’umido terriccio superficiale, nel mentre che dal bosco illuminato da una luce ormai potente si fanno sempre più udire gli uccelli con il loro canto, quando fino a solo qualche giorno prima nell’ombra del monte il silenzio acuiva la perentorietà del dominio invernale.

In ogni caso, a prescindere dai diversificati stati d’animo che chiunque può generare dentro di sé in questi giorni, chi si mostra sensibile alla Natura e alla biosfera sa bene che il periodo dello scioglimento della neve, fenomeno ovviamente dipendente da quanta ne è caduta durante l’inverno, alle nostre latitudini è uno dei più importanti e potenzialmente vitali per l’ambiente naturale, dacché da esso dipende buona parte della bella stagione e delle sue condizioni biologiche, con tutto ciò che ne consegue per uomini, piante e animali e per la loro esistenza fino almeno al prossimo autunno – anche al netto delle piogge che nei mesi successivi potranno cadere. Niente come la neve invernale che si scioglie apporta acqua al paesaggio idrico e a qualsiasi cosa che da esso dipende – in primis la nostra sete! – per tale motivo ciò che accadrà al fenomeno nivologico in forza dei cambiamenti climatici in atto è qualcosa di realmente fondamentale per il nostro futuro, al pari dell’andamento dei ghiacciai – a loro volta dipendenti dalla neve caduta durante i mesi freddi.

Quella che vedete sciogliersi sui monti, ora che viene la primavera e le giornate si fanno via via più miti, è neve ma non solo: è vita, in forma liquida, che segna lo scorrere del tempo, trasforma il paesaggio, nutre la terra e ci permette di continuare la nostra esistenza quotidiana. È delicata poesia naturale e concreto pragmatismo quotidiano, fenomeno naturale “ineluttabile” tanto quanto opportunità da comprendere e godere. Ed è sempre e comunque un’ennesima, potente manifestazione di bellezza che possiamo ammirare e contemplare con la mente e della quale al contempo nutrire il cuore, l’animo e lo spirito. Perché ogni cosa nel paesaggio naturale, anche quella apparentemente più normale e “ovvia”, ha un messaggio da raccontarci, da comprendere e da fare nostro, ed è bene non dimenticarlo mai.

Come si trasporta un fallimento

Ora come non mai, con il Recovery Fund europeo di mezzo, si fa un gran parlare di infrastrutture, termine poi legato a “opere pubbliche”, a “cantieri” e ad altre definizioni o parole con le quali da sempre la politica ama riempirsi la bocca e non da oggi ma da decenni, appunto. Lo fa pure, io credo, per nascondere dietro tali “belle” parole e le relative promesse uno dei più grandi fallimenti italiani, quello appunto delle infrastrutture pubbliche, un capitolo della storia nazionale tra i più ricolmi di occasioni mancate e perse, di soldi buttati, opere inutili, mazzette e corruzioni e quant’altro di tradizionale, per il paese.

Il suddetto fallimento ce l’ho personalmente sotto gli occhi tutti i giorni, lavorando in una delle zone più industrializzate d’Europa, tra due capoluoghi di provincia, avendo da una parte una strada statale e dall’altra una linea ferroviaria: la prima perennemente intasata di mezzi pesanti che trasportano merci industriali provocando un traffico insostenibile, la seconda sulla quale non vedo passare un convoglio merci da anni mentre fino a qualche tempo fa ne transitavano quotidianamente.
Una cosa assurda, folle, dannosa sotto ogni punto di vista (logistico, industriale, economico, ecologico, ambientale…) della quale la suddetta politica è colpevole palese eppure costantemente latitante riguardo le proprie responsabilità. Dunque io mi chiedo: ora che c’è con il Recovery Fund probabilmente ci saranno i soldi per costruire infrastrutture finalmente adeguate alla realtà economico-produttiva del paese, lo si farà? E lo si farà bene? E se lo si farà e magari anche bene, poi quelle infrastrutture verranno utilizzate per come potranno essere utilizzate, oppure diventeranno ennesime cattedrali in un deserto che sempre più determinerà la decadenza definitiva del paese? Ribadisco, io ho accanto al mio luogo di lavoro quotidiano una linea ferroviaria che unisce due capoluoghi provinciali: un’infrastruttura strategicamente importante che c’è, bell’e pronta per essere sfruttata ma che non viene utilizzata. Dunque? Che garanzie ci offre l’amministrazione pubblica e la politica italiana al riguardo?

 C’è un’altra questione che si lega agli argomenti qui proposti, afferente le mie zone ma in generale un po’ tutto il Nord Italia, una macroregione che è a contatto della catena alpina e interna al territorio della cosiddetta Convenzione delle Alpila quale, tra le altre cose, regola in modo ben determinato il traffico di transito attraverso il territorio alpino a fini di sostenibilità economica e ambientale. Una regolamentazione che dalle mie parti, come vi ho detto, è totalmente inosservata e violata, con il traffico su gomma – inquinante e sempre più antieconomico – che soverchia quello su rotaia, certamente più sostenibile e in molti casi più vantaggioso economicamente.

Come si può leggere nel sito della CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione della Regione Alpina, che al tema dedica un approfondito e illuminante focus (potete raggiungere tale sezione del sito della CIPRA anche cliccando sull’immagine in testa al post),

Gli impatti sull’uomo e la natura prodotti nelle strette valli alpine dal traffico di transito sono una costante della politica europea dei trasporti, non solo al Brennero. È questa l’origine della valanga di camion e dell’inquinamento atmosferico, per cui la popolazione è afflitta dalla congestione permanente e dall’inquinamento acustico. Nel 2018 su un totale di 53,8 milioni di tonnellate di merci trasportate attraverso le Alpi, il 72% è stato trasportato su strada. Mentre in Svizzera – grazie a all’elevata tassa sul traffico pesante (pedaggio) calcolata in base alle prestazioni e alla costruzione della nuova galleria ferroviaria al Gottardo, la più lunga del mondo – si registra un calo del numero di automezzi pesanti, le valli alpine tra Italia e Francia che conducono ai valichi del Moncenisio e del Fréjus sono sottoposte all’impatto di un traffico stradale troppo elevato. In Svizzera su un totale di 39,6 milioni di tonnellate (2018) di merci che attraversano le Alpi solo il 30% viene trasportato su strada, mentre in Francia la percentuale raggiunge l’86% sul totale di 24,7 milioni di tonnellate di merci. Sul versante orientale delle Alpi, tra il Veneto e il Tirolo Orientale, incombe addirittura la minaccia di un’altra autostrada di transito, la A27, la cosiddetta “Alemagna”. Più aumenteranno le merci provenienti dalla Cina che sbarcheranno nei porti del Nord Italia, più la problematica diventerà pressante.

Insomma: come potete capire, la questione è tanto articolata quanto di importanza fondamentale per il futuro nostro e dei territori che abitiamo. Il suo riequilibrio, a livello locale, regionale e transnazionale, nell’ambito dei territori alpini ma pure altrove, in un’ottica continentale, non è una sfida che si possa continuare ancora a lungo senza saperla vincere, dacché il non vincerla significa automaticamente uscirne sconfitti. Dalla mancanza di impegno politico effettivo in ciò, registrata fino a oggi, dipende non solo, per dire, il restare quotidianamente imbottigliati nel traffico ma pure, ad esempio, il gravissimo tasso d’inquinamento della regione padana, che geograficamente è da considerare a sua volta una vallata pur ampia tra due catene montuose: non casualmente le due città europee dove si registra la maggior incidenza di morti per inquinamento atmosferico sono Brescia e Bergamo, conglomerati urbani posti proprio a ridosso dei territori alpini. Per giunta, città tra quelle con il maggior tasso di mortalità per Covid: in tal senso nemmeno questo è un caso, lo sottolineavo giusto ieri qui sul blog.

Quindi? Vogliamo andare avanti così? O finalmente ci decideremo a costruire un futuro migliore, più sostenibile, più salubre e in generale più proficuo per chiunque, e non solo per i manifesti elettorali dei soliti politici?

La “Dol dei Tre Signori” vi aspetta in edicola!

Be’, a quanto pare, come accaduto con la prima uscita dello scorso dicembre insieme a “L’Eco di Bergamo” anche in questa seconda uscita in allegato al quotidiano “La Provincia di Lecco” la guida “DOL dei Tre Signori” è andata a ruba!
Ciò senza dubbio conferma due cose: che è la migliore guida sulla Dorsale Orobica Lecchese che ci sia in circolazione (ok, è anche l’unica, e il fatto che sia tra i suoi autori forse rende questo fatto un po’ immodesto, ai vostri occhi) ma, soprattutto, che la guida ha il pregio e la fortuna di narrare la il territorio, l’ambiente, il paesaggio, la storia, le genti, i cammini, i luoghi e la bellezza di una delle zone più affascinanti e spettacolari della montagna lombarda se non – e questa non è affatto cosa immodesta ma certamente oggettiva – di tutte le Alpi italiane.

Dunque, se non ve la siete ancora accaparrata, ricordatevi che dallo scorso giovedì 11 marzo, e fino a esaurimento delle copie,  la guida “DOL dei Tre Signori” è disponibile in tutte le edicole di Lecco e provincia in allegato al quotidiano “La Provincia di Lecco”, a Euro 11,50 più il prezzo del quotidiano. Abbinati alla guida ci sono la mappa in scala 1:40000 del territorio della Dorsale Orobica Lecchese e il codice QR per accedere all’app “Orobie Active” con la quale esplorare anche in modo “tecnologico” il percorso della DOL.
Conviene che vi affrettiate se volete trovarne ancora qualche copia, e vi garantisco: è una fretta che vi ripagherà alla grande!