Una recente veduta della Valmalenco coperta da una nevicata «come quelle di una volta», in una bella immagine dell’amico Roberto Garghentini.
“Come una volta”: quante volte ci viene di usare questa definizione quando torna a cadere abbondante la neve? Ormai siamo tutti ben consci (salvo qualche impostore) del cambiamento climatico in corso e di come influisca sulle stagioni invernali più visibilmente che sulle altre. In verità, di nevicate abbondanti ce ne potranno ben essere anche in futuro: il problema semmai è che il limite delle nevicate si alzerà a quote sempre maggiori e la neve resterà sul terreno molto meno di una volta – appunto. Non dovremo dunque ricordarci tanto i momenti come quello fissato nell’immagine qui sopra, quanto le montagne imbiancate pur lunghi mesi, ovvero la permanenza di un paesaggio innevato per l’intera stagione invernale. In altre parole, negli anni futuri l’inverno “di una volta” si trasformerà viepiù in un autunno inoltrato e poi in una primavera anticipata, separate da qualche giorno nel quale il meteo e il clima sembrerà quello di anni fa: ma sarà un’apparizione invernale fugace, purtroppo.
Questo dovrebbe da una parte spingerci a elaborare in maniera sempre più compiuta la consapevolezza verso il cambiamento climatico e il conseguente, inevitabile cambiamento della nostra relazione e dell’atteggiamento riguardo i territori che più di altri ne subiscono le conseguenze, come le montagne, e dall’altro a sviluppare sempre di più i territori montani come laboratori di buone e innovative pratiche di sostenibilità atte a garantirci la resilienza necessaria alla realtà in divenire nonché l’equilibrio della nostra presenza sui monti, sia essa stanziale come abitanti oppure occasionale come turisti. Anche per far che la bellezza e il fascino insuperabili delle montagne coperte di neve possano rischiararci la mente e ravvivare l’animo sempre, quando ce le troveremo di fronte e quando non più come accadeva una volta, ecco.
«In un‘epoca in cui l‘adrenalina e l‘avventura si fondono con la ricerca di nuove esperienze… un‘alternativa perfetta per coloro che desiderano vivere l‘incanto delle cime innevate…»
«È un‘avventura che può essere apprezzata da tutti: famiglie, gruppi di amici o coppie in cerca di romanticismo… sentendo il freddo pungente sul viso mentre si scivola attraverso paesaggi fiabeschi e boschi incantati…»
«In un mondo sempre più affollato e connesso, le montagne offrono un rifugio di tranquillità e bellezza. E grazie ai giri in motoslitta, queste meraviglie sono ora accessibili a tutti…»
«Con la loro potenza e agilità, consentono di esplorare angoli nascosti e paesaggi mozzafiato che altrimenti sarebbero inaccessibili senza un lungo e faticoso trekking…»
A leggere cose del genere si potrebbe pensare a uno scherzo, una pubblicità fake resa appositamente grottesca per suscitare scalpore ma, a ben vedere, del tutto folle proprio perché satirica.
Invece no, nessuno scherzo sarcastico o pubblicità fake. È tutto vero. leggetequi sotto:
Ora, solo persone fortemente disturbate, e ovviamente del tutto insensibili a ciò che realmente sono le montagne se non palesemente ostili ad esse, potrebbero concepire qualcosa del genere: mettere insieme tranquillità, bellezza, paesaggi fiabeschi e boschi incantati con mezzi pesantemente impattanti come le motoslitte, per di più utilizzate per meri fini ludico-ricreativi. Una follia assoluta, e a suo modo una forma di terrorismo contro le montagne, purtroppo spesso consentita (e a volte agevolata) dall’incompetenza e dal lassismo della politica locale.
Ugualmente, solo persone fortemente disagiate se non del tutto idiote possono pensare di esplorare le montagne e divertirsi a bordo di una motoslitta. Persone da allontanare il più possibile dai territori montani, per quanto mi riguarda, almeno fino a che non siano in grado di capire cosa sono le montagne e comprendere come si possono frequentare. Altrimenti, ribadisco, è bene che passino il loro tempo libero dentro i centri commerciali, luoghi certamente ben più consoni dei monti al loro animo e alla vita che vivono.
Dopo il successo del primo quiz proposto, eccovene un altro assolutamente intrigante!
Leggete con attenzione le seguenti dichiarazioni:
Per quanto tempo ha senso ancora investire dove la neve non c’è? Oggi sappiamo già che ci dobbiamo preparare a una stagione che sarà contraddistinta da una forte crisi idrica e il nostro compito è quello di non affrontare le sfide attuali con la mentalità di 100 anni fa.
La domanda è: chi le ha proferite?
La Ministra del Turismo in carica poco prima di affidarsi alle cure del proprio chirurgo estetico di fiducia.
Un esponente di rilievo del centrodestra lombardo, in quota Fratelli d’Italia.
Un esponente di rilievo del centrosinistra lombardo, in quota Alleanza Verdi e Sinistra.
Un noto rapper nel corso della trasmissione RAI “Domenica In” appena prima che la conduttrice gli togliesse bruscamente la parola.
Forza sióre e sióri, provate nuovamente a indovinare!
[La diga della Piastra e gli impianti della Centrale Luigi Einaudi a Entracque (Cuneo). Foto di rafraf80 da www.tripadvisor.it.]La scarsa attenzione e sensibilità della politica nei confronti delle montagne e delle loro comunità (nota bene: anche i cospicui stanziamenti unicamente destinati all’industria turistica sono un effetto paradossale di quelle mancanze) si manifestano in modi a volte poco noti ma non meno emblematici di quelli più risaputi. Come accade per la questione del rinnovo delle concessioni di utilizzo dell’acqua delle montagne, bene pubblico, per la produzione di energia idroelettrica da parte delle aziende del settore, soggetti privati. Da ben venticinque anni, cioè dal 1999, lo Stato avrebbe dovuto definire il rinnovo di tali concessioni con apposite linee guida, ma non lo ha fatto. Di contro, nel 2019 una nuova legge nazionale ha trasferito la competenza dallo Stato alle Regioni, che hanno così dovuto imbastire le procedure per i rinnovi o le riassegnazioni, tuttavia ad oggi ancora ferme. Risultato di tale inazione: ad esempio la Lombardia, che da sola produce il 27% dell’energia idroelettrica nazionale, deve incassare ben 104 milioni di Euro, che sarebbero da destinare in gran parte alle opere pubbliche e di supporto alle comunità dei territori di montagna (e totalmente per quanto riguarda la provincia di Sondrio, interamente montana), somma che in forza della situazione sopra descritta le aziende dell’energia non pagano e la Lombardia non reclama – ulteriore mancanza istituzionale locale che si somma a quella nazionale a danno delle montagne. Soldi quanto mai necessari per il loro sviluppo, inutile rimarcarlo.
Ma la mancanza di tutti questi soldi non è la sola conseguenza che le terre alte devono subire, come spiego – insieme a varie altre cose al riguardo – nel mio ultimo articolo su “L’Altra Montagna” qui sotto riportato: cliccate sull’immagine per leggerlo.
Non ho dubbi che il Gruppo in questione abbia a cuore le nuove generazioni. Ci mancherebbe. Ma per favore: non usate quelle montagne. Perché sui territori montani, trai i paesi, le ferrovie non ci sono più e dove qualcosa c’è, siete troppo fragili per dire che si guarda al futuro. Anche per colpa delle Istituzioni, certo, per carità, che nei “rami secchi” delle montagne non hanno creduto investendo. Le ferrovie sulle montagne non ci vanno. E le nuove generazioni, come tutte le altre, si devono spostare in auto. Voglio sperare che quello della pubblicità oggi sui quotidiani sia un “impegno” del Gruppo italiano. Nel presente e nel futuro. Perché nel passato e nel presente, fino a questo istante, le ferrovie non ci sono. Sono chiuse e ferme.
Non nel nome delle Montagne. Per favore.
Come non essere d’accordo con le considerazioni che avete appena letto di Marco Bussone, Presidente nazionale di UNCEM?
Vedere delle montagne con sopra il logo delle FS per certi aspetti è grottesco, per certi altri è sgradevole e irritante. Probabilmente i dirigenti del gruppo ferroviario nazionale si rivolgono alle “nuove generazioni” proprio perché cresciute in un mondo locale dominato da strade, autoveicoli e traffico, anche e soprattutto per raggiungere i territori interni e lontani dalle aree metropolitane come quelli montani, e che probabilmente non hanno più memoria di quante ferrovie di montagna sono scomparse, in Italia, nel corso del Novecento e soprattutto nel secondo dopoguerra, guarda caso quando l’automobile si impose (ma per molti versi dovrei scrivere venne imposta) come il mezzo di trasporto “fondamentale” per gli italiani.
Il sito web ferrovieabbandonate.it mantiene questa memoria ferroviaria nazionale, elencando e descrivendo tutte le linee dismesse, la gran parte perché considerate “rami secchi” ma tali solo in un’ottica di imposizione politica degli autoveicoli.
Nelle sole regioni i cui territori comprendono la parte italiana della catena alpina il sito conta 119 linee ferroviarie soppresse, in buona parte di montagna o comunque funzionali al trasporto di persone e merci verso le vallate montane. Centodiciannove. Altre decine se ne trovano lungo tutta la catena appenninica e nelle isole. Quante di queste linee oggi offrirebbero, oltre a quello logistico, un enorme potenziale turistico? E quanto traffico, inquinamento, disagio, degrado provocato dal traffico automobilistico sulle strade potrebbero evitare, se fossero in attività? E quanto interesse manifesta quel gruppo che diffonde pubblicità come quella ritratta nell’immagine nei confronti del trasporto ferroviario nelle aree interne, sia per eventuali riattivazioni di linee dismesse che per il potenziamento delle poche esistenti? A questa domanda è facile rispondere: praticamente nessun interesse.
Di contro, basta superare il confine nord, soprattutto quello al di là del quale vi sia la Svizzera, per “atterrare” su un altro pianeta ferroviario, fatto di linee e treni ben tenuti ed efficienti che raggiungono quasi ogni vallata montana e superano innumerevoli passi a quote ben superiori ai 2000 m, trasportando residenti, lavoratori pendolari e non, turisti, merci, nonché manifestando concretamente un modello di sviluppo logistico sostenibile che oggi risulta non solo vantaggioso e proficuo ma pure al passo con i tempi, attuali e futuri.
[Un treno della Ferrovia Retica/Rhätische Bahn transita al cospetto dei ghiacciai del Bernina, in Svizzera. Immagine tratta dalla pagina Facebook worldheritageswitzerland.]Dunque no, “caro” Gruppo FS: nello sviluppo e nella crescita del paese che volete farci credere le montagne e le loro comunità non sono comprese e considerate. E non realizzate nemmeno infrastrutture funzionali ai territori montani, come ugualmente sostenete: l’ho raccontato proprio di recente in un articolo pubblicato su “L’AltraMontagna”. Ergo non avete proprio il diritto di utilizzare le montagne per “farvi belli” agli occhi del pubblico italiano, quando poi in concreto da decenni le ignorate e le bistrattate. Anch’io vi dico: Non nel nome delle Montagne. Per favore.