La massa ha centomila occhi ma è cieca – e non sa più ridere (Giovannino Guareschi dixit)

Per noi l’unico vero nemico del nostro popolo è la retorica. La retorica ubriaca le masse, di qualunque colore esse siano, e le spinge a ricadere in errori fatali. Retorica, divismo e mancanza di senso dell’umorismo: ecco i nostri più grandi guai. […] Ho il terrore della massa: la massa ha centomila occhi ma è cieca.

(Giovannino Guareschi, L’Umorismo, Edizioni L’Ora d’Oro, Poschiavo, 2015)

Una delle prerogative peculiari dei più grandi pensatori d’ogni epoca – siano essi, artisti, letterati, scienziati o che altro – è quella di essere sempre almeno un passo avanti rispetto allo spazio-tempo che hanno intorno, se non di più d’uno. E tale “spazio-tempo”, inteso come la dimensione nella quale si manifesta la realtà quotidiana e il vissuto collettivo, può essere ben osservato, studiato, compreso e dunque superato (ovvero seppellito, “bakuninianamente” parlando) da poche cose che abbiano la stessa efficacia della risata, dell’ironia, dell’umorismo – lo sostengo da sempre.

Posto ciò, Giovannino Guareschi sosteneva che la prerogativa dei grandi umoristi – e dell’umorismo in generale – era “vedere oggi con gli occhi di domani: esattamente quanto ho appena affermato, ovvero la riprova della potenza dell’umorismo, della sua insuperabile capacità di andare oltre o al di sopra della realtà quotidiana per osservarla meglio di ogni altra cosa e, attraverso la risata, renderla palese e comprensibile in modo altrettanto insuperabilmente efficace.

Non a caso la massa, quando pur con tutti i suoi centomila occhi diventa cieca, perde pure la capacità di ridere: del mondo che ha intorno ma ancor più di sé stessa. Quando ciò accade, è il segnale che la situazione è grave in modo quasi irreversibile.

P.S.: cliccate sull’immagine per saperne di più riguardo il libro da cui è tratta la citazione, oppure cliccate anche qui.

Mario Curnis

Conoscere una persona come Mario Curnis è un po’ come conoscere una sorta di nume tutelare ancestrale dei monti, delle rocce, del ghiaccio e dei boschi il quale, dalla propria dimensione parallela, si manifesti in tutta la propria carismatica saggezza, all’apparenza sfuggente e spigolosa, in verità profonda e salvifica. Oppure, forse, Curnis è realmente un pezzo di montagna, fatto di roccia dura e resistente, che a volte assume forma umana per scendere dai propri ambiti selvaggi e prendere contatto con quegli umani capaci di percepirne e comprenderne l’ archetipica sapienza alpina nonché le rare doti vitali.

No, non prendetemi per matto: veramente Mario Curnis è una persona che suscita visioni quasi leggendarie ovvero mitologiche, e forse anche perché da tali mitizzazioni solitamente rifugge nel modo più drastico.
Curnis è il decano degli alpinisti bergamaschi, con un’intensa e prestigiosa attività sulle montagne di tutto il mondo – dalle Orobie al Monte Bianco, alla Patagonia al Perù e agli 8000 himalayani, con numerose vie nuove anche invernali. Tuttavia, da sempre, ama semplicemente definirsi “un muratore”, mestiere che ha orgogliosamente praticato per più di 50 anni. E, da “muratore-alpinista” si può ben dire che ha costruito – “mattone dopo mattone”, spedizione dopo spedizione – una carriera certamente ricca di innumerevoli salite, grandi imprese, cime prestigiose tanto quanto di grande umanità, di impetuosa vitalità e, ancor più, di passione sconfinata e sempre gioiosa per la montagna, sotto ogni punto di vista. Una passione che contagia inesorabilmente chiunque abbia la fortuna di incontrarlo e stare in sua compagnia ad ascoltare le storie di montagna e di vita, i saperi e le piccole-grandi saggezze di un uomo che ha stretto con la montagna un legame solido come la roccia più compatta e scintillante come il ghiaccio delle più alte quote.

Per chi volesse vivere questo incontro, Mario Curnis sarà il protagonista, venerdì 11 novembre, di una serata a Costa Valle Imagna, tra le “sue” montagne orobiche (qui accanto potete scaricare la relativa locandina). Un’occasione unica per conoscere un’autentica leggenda dell’alpinismo con “dentro” un uomo (“un muratore”, ribadirebbe certamente lui) di straordinaria umanità.

Questa sera, ore 21 su RCI Radio: riparte il viaggio di RADIO THULE!

Questa sera, sei novembre duemiladiciassette, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, riparte il viaggio nell’etere radiofonico di RADIO THULE!

E’ la prima puntata della nuova stagione 2017/2018, la XIV per il magazine radiofonico da me curato e condotto, e in quanto tale come tutti gli anni è un po’ come il giorno della partenza verso una nuova avventura in compagnia: ci si (ri)trova – io e voi – ci si conosce se non ci si conosceva già prima, ci si racconta quello che si ha intenzione di fare, le idee, i progetti, le aspirazioni, si pianifica questo nuovo, quattordicesimo viaggio insieme alla scoperta del mondo che ci circonda, delle sue realtà, delle sue storie, delle cose meno conosciute e, magari, di qualche verità nascosta. Il tutto con lo spirito thuleano di sempre: allegro, sagace ma mai serioso, doverosamente ironico, a volte scanzonato ma altre più impegnato e, al solito, con il sottofondo (ma poi non troppo fondo e non troppo sotto!) di ottima musica: la tradizionale selezione musicale di alta qualità, appunto, una delle peculiarità fondamentali di RADIO THULE.

La “meta” è sempre quella: offrire un punto di vista differente e curioso sul mondo che abbiamo intorno, al fine di tentare di comprenderlo un po’ più a fondo e, magari, pure per allenare al meglio il pensiero libero. Ma, proprio per questo, si può ben dire che per RADIO THULE non solo il viaggio è la meta, ma pure che voi stessi, viaggiatori-ascoltatori di RADIO THULE, siete e sarete il viaggio!

Dunque mi raccomando: appuntamento a lunedì sera su RCI Radio e per tutta la stagione fino a giugno 2018! Infine, non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, QUI! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Un nuovo libro sul grande Manzoni (no, non Alessandro!)

Se i Manzoni saranno ricordati, non credo sarà di certo per merito di Alessandro, autore del romanzo più servile e anonimo dell’Ottocento, piuttosto sarà grazie alle rare qualità di Piero Manzoni. Mente libera e indipendente per eccellenza, che troppo presto ha abbandonato questa nostra Italia borghese e bigotta.

(Arturo Schwarz su Piero Manzoni)

Fin da quando ho conosciuto e “studiato” (per usare un verbo assolutamente esagerato ma chiaro) l’arte di Piero Manzoni, ne ho percepito l’impatto profondamente rivoluzionario, destabilizzante, provocatore in forza d’una sagacia irriverente e al contempo geniale. Un’espressività artistica che s’affiancava a quella “madre di tutte le altre” di Lucio Fontana e da lì partiva per la tangente verso ambiti comunicativi che se da un lato i coevi dell’artista milanese (ma cremonese di nascita) per la gran parte non furono in grado di capire, per mancanza di mezzi intellettuali ma più spesso per mera meschinità  – rare eccezioni il citato Schwarz e lo stesso Fontana -, dall’altro hanno lasciato un retaggio ben più ampio e profondo di quanto si potesse credere, e che soltanto ora si apprezza in tutta la sua innovativa sostanza.

Prova ne è Piero Manzoni. Nuovi Studi, il volume curato dalla Fondazione omonima e appena pubblicato da Carlo Cambi Editore che raccoglie i contributi di numerose firme della saggistica e della critica d’arte contemporanea, e che si prefigge di sottrarre una volta per tutte la figura di Manzoni “al gioco stucchevole delle affermazioni di grandezza, delle definizioni sloganistiche ad uso del compound di riferimento, delle volgarizzazioni chiassose dell’attualità”  per dare corso al “tempo degli studi, delle indagini acuminate, delle ricostruzioni partite, in cui la dimensione dell’attualità trascolora, facendo posto alla misura lunga della storia.

Un volume (cliccate sulla copertina lì sopra per saperne di più) che fa il buon paio con la bella autobiografia firmata da Dario Biagi e uscita qualche tempo fa (della quale trovate la mia recensione qui) che certamente leggerò presto e che, per tutto quanto vi ho scritto finora, non posso che consigliarvi.

“Anna Frank chi?”

Ma veramente c’è qualcuno capace di credere che dalla questione “ultrà/Anna Frank” ne uscirà una maggiore consapevolezza nazional-popolare verso certe meschinità in salsa antisemita (ovvero nazista o fascista ovvero comunista o stalinista, non è questo che conta e nemmeno conta il calcio e gli stadi, strumenti più che fonti della parte più escrementizia della GGente comune) e che finalmente la cosiddetta società civile saprà porre un freno a tali così biechi fenomeni con punizioni esemplari che ne infine provochino l’estinzione?

Povero illuso, quello, nel caso esista veramente! – ed esiste, lo so bene.

Il problema non è che tali fatti siano così frequenti da diventare ormai “normalità”, semmai che la normalità dell’italica “società civile” (virgolette quanto mai necessarie) li permetta senza batter ciglio (lasciamo stare le grottesche manfrine di queste ore che sono come polvere al vento, lo asserisce con encomiabile schiettezza Alessandro Piperno qui), come fossero dei classici “effetti collaterali” che ci possono essere e quando accadono amen! – “sono ragazzate”, “roba da tifosi scalmanati”, “opera di solo pochi teppisti” e domani è un altro giorno con in tavola serviti gli ennesimi piatti di tarallucci e vino. Perché domani o poco dopo, statene certi, di Anna Frank, del suo diario letto in campo come fosse un annuncio pubblicitario in mezzo a urla e schiamazzi, delle deposizioni corone di fiori più o meno “sceneggiate” e di quanto la (sempre tra virgolette) “società civile” italiana sia in sue ampie parti palesemente xenofoba e razzista – o geneticamente fascista, come sosteneva Giorgio Boccanon fregherà più nulla a nessuno o quasi. Nuovamente i potenziali anticorpi di civiltà e cultura saranno fagocitati dalla preponderante massa tumoral-sociale che sta debilitando sempre più la parte sana del paese e tutto sarà come prima, bell’e pronto per una nuova, ennesima dimostrazione di barbarie. Anzi no: non sarà come prima, sarà peggio di prima, perché una tale situazione di degrado culturale profondo non può che avvicinare sempre più il paese all’orlo del baratro finale. Meritatissimo, peraltro.

A meno di usare contro la suddetta massa tumoral-sociale gli stessi drastici mezzi – ovvero quelli dei suoi riferimenti “storico-culturali” – che essa invoca nei confronti dei suoi nemici, ecco. A costo di sentirsi epitetare degli stessi “titoli” di cui quella massa si fregia ma, come si usa dire (e qui, per me, parafrasare), occhio per occhio, merda per merda.