Andermatt Swiss Alps, la nascita di una nuova mini-città alpina

[Veduta di Andermatt e della Val Orsera/Urserental. Fonte: www.myswitzerland.com.]
Ad Andermatt, località turistica del Canton Uri (Svizzera) appena oltre il Passo del San Gottardo, sta assumendo ormai forme definitive il nuovo quartiere di Andermatt Reuss, più noto come Andermatt Swiss Alps, dal nome della società che lo sta edificando e che fa capo al miliardario egiziano Samih Sawiris. Si tratta di un complesso formato da sei hotel a 4 e 5 stelle, circa 500 appartamenti per vacanze in 42 edifici, 25 chalet esclusivi – tutto quanto definibile “di lusso” – nonché strutture congressuali, una piscina e un campo da golf a 18 buche. Prima su quel terreno c’era una caserma dell’esercito svizzero.

In pratica, è stata costruita una nuova Andermatt, un altro centro “abitato” – virgolette necessarie, visto che si tratta di alloggi turistici – che appare grande quanto se non più del villaggio “originale”, fatto di edifici di alta qualità costruttiva, ecosostenibili, alimentati da fonti energetiche rinnovabili eccetera… ma comunque palazzoni alti diversi piani che insieme assumono le sembianze di una “mini-città” in un contesto paesaggistico e ambientale di notevole pregio:

[La “nuova” Andermatt vista dall’alto; cliccate sull’immagine per ingrandirla. Fonte: www.andermatt-swissalps.ch.]
Al riguardo sul web si possono già leggere alcuni commenti di chi lo ha visitato: c’è chi dice che «con il progetto innovativo e sostenibile Andermatt Swiss Alps, il tradizionale villaggio di montagna svizzero sta diventando una destinazione attraente per tutto l’anno» e c’è chi invece dice «è costruito magnificamente, ma sembra un po’ senza vita quando lo attraversi». Un intervento inevitabilmente divisivo, insomma.

(Le immagini di questa galleria vengono da www.komoot.com e da www.andermatt-swissalps.ch.)

Voi che ne pensate? Vi piace, a prima vista? Non vi piace? Vi pare che si integri bene con l’ambiente circostante o no? Al di là delle sue apprezzabili o deprecabili peculiarità commerciali, vi sembra un (neo)luogo che può rappresentare l’anima della montagna contemporanea oppure no, anzi, è un non luogo che ne rappresenta la deleteria mercificazione? E potendolo fare ci comprereste un appartamento, lì?

P.S.: al progetto di Andermatt Reuss ho già dedicato tempo fa un articolo qui sul blog, nel quale ho evidenziato alcuni degli aspetti emblematici e delle criticità del progetto. Evidenze che ora, a lavori quasi terminati, si fanno del tutto peculiari.

Una montagna iconica come poche altre (summer rewind)

[Foto di Luca da Unsplash.]

In giro per le Alpi vi sono molte montagne morfologicamente iconiche e culturalmente identitarie – ovviamente il Cervino/Matterhorn è la prima che verrà in mente a tanti – ma ve ne sono poche che assumono un carattere di ineluttabile marcatore referenziale come il Grosser Mythen (che invece verrà in mente a pochi, immagino), posto praticamente al centro della Svizzera e vetta profondamente elvetica per molti aspetti.

In primis per la sua posizione geografica, appunto così baricentrica per il territorio della Confederazione e peraltro centrale anche rispetto ai cantoni primitivi, quelli del Patto del Grütli dal quale, nel 1291, è nata la Svizzera odierna, dunque assumente un valore storico simbolico notevole; poi perché questa sua posizione, isolata rispetto ad altre sommità (eccetto che per la presenza del “fratello” Kleinen Mythen, un poco più basso e meno imponente) e dominante la zona dei laghi della Svizzera centrale, rende il monte visibile da molte parti del paese; la sua morfologia particolare lo rende inoltre inconfondibile oltre che, ribadisco, lo fa sembrare un gigantesco cairn piazzato nel bel mezzo del più caratteristico paesaggio svizzero – laghi, prati verdi, mucche al pascolo, foreste di conifere, chalet… insomma, la Svizzera al suo massimo immaginifico.

[Foto di Roland Zumbühl, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

La iconicità identitaria del monte è tale che una raffigurazione artistica del Grosser Mythen, insieme al Kleinen Mythen, dipinta nel 1901 e significativamente intitolata La culla della Confederazione, è presente anche nell’Aula del Consiglio Nazionale presso il Palazzo del Governo Federale di Berna: la vedete qui sotto, insieme alla veduta “reale”.

[Foto di Charles Giron, tratta dal sito web del Parlamento Svizzero, fonte: commons.wikimedia.org.]
[Immagine tratta da www.myswitzerland.com.]
D’altro canto anche il toponimo è sovraccarico di potenziali simbologie, visto che mythen significa “miti” e al riguardo, come se non bastasse, il leggendario eroe nazionale elvetico Guglielmo Tell sarebbe nato proprio all’ombra del Grosser Mythen. Tuttavia bisogna denotare che l’origine del toponimo viene ritenuta differente e proveniente dalla parola femminile latina meta che indica qualcosa di importante o imponente: in effetti fino all’Ottocento il monte veniva chiamato al femminile, Mythä, come accade per numerose altre sommità svizzere, poi nel parlato comune ha finito per prevalere il genere maschile – ma in zona c’è ancora qualcuno che lo chiama nel modo antico.

In questo monte così pienamente svizzero però c’è anche un po’ di Italia: infatti il vertiginoso sentiero che conduce fino alla vetta, tutt’oggi assai frequentato, venne realizzato nel 1864 da un italiano, tale Muratori, incaricato da un appaltatore di Gersau dal nome altrettanto sudalpino, Domenico Taddei. Ma la montagna stessa possiede antichissime origini mediterranee: la sua geologia rivela una formazione del rilievo nelle acque di quello che è oggi il Mar Mediterraneo, all’epoca un bacino secondario del grande oceano che copriva buona parte dell’Europa, la cui massa è stata poi spinta verso Nord (a 150 km dalla posizione iniziale, addirittura) durante l’innalzamento tettonico della catena alpina; i ghiacciai delle epoche geologiche successive, in questa zona spessi fino a 800 metri, hanno poi modellato la montagna generando la forma odierna.

[Immagine tratta da https://www.myswitzerland.com/it-it/destinazioni/grosser-mythen/. Cliccateci sopra per ingrandirla e notare meglio il ristorante sulla vetta nonché il sentiero che la raggiunge.]

Ma per tornare alle peculiarità proprie del monte, e per rendere ancor più “svizzera” la montagna, il Grosser Mythen palesa un’altra gran mania degli elvetici, quella di piazzare ristoranti o cose affini (quando non funivie o funicolari, fortunatamente non qui) in vetta alle loro montagne: ecco dunque che appena accanto al punto più elevato sorge l’omonimo ristorante con alloggio, raggiunto dal sentiero che ho citato poco sopra ma per il resto circondato quasi ovunque dai più impressionanti precipizi. Una posizione unica che regala uno tra i più spettacolari panorami di tutta la Svizzera, per certi versi anche superiore a quello celeberrimo del Monte Rigi (o della Rigi, per dirla al femminile con i locali, vedi sopra).

[Foto di Patrick Federi da Unsplash.]

Insomma, sotto molti punti di vista il Grosser Mythen rappresenta un autentico e basilare fulcro geografico-culturale della Confederazione. Di montagne iconiche e sovraccaricate di simbolismi (anche se a volte meramente turistici e dunque piuttosto artificiosi) la Svizzera abbonda, inutile rimarcarlo: basti pensare ai già citati Matterhorn o al(la) Rigi, al vicino Pilatus, alle vette dell’Oberland bernese oppure alla “montagna nazionale” (intesa idealmente) del Passo del Gottardo; tuttavia i Mythen, e il Grosser in particolare, ha attratto a sé una narrazione più specifica e speciale, priva ad esempio degli afflati alpinistici propri di vette più elevate e spettacolari e maggiormente impregnata di sentimento nazionale tanto quanto di figurazione antropologica. In ciò è senza dubbio un monte iconico nel senso più compiuto del termine, che magari non troverete raffigurato come altri su locandine e gadgets turistici ma che è “Svizzera”, ovvero è la materializzazione dello spirito geopolitico e culturale di un intero paese, probabilmente più di quelli ordinariamente riconosciuti. Se viaggiate oltre Gottardo per andare verso Lucerna o Zurigo oppure ancora più a Nord o viceversa, sia dall’autostrada che dalla ferrovia date un’occhiata verso l’alto e probabilmente lo vedrete, il Grosser Mythen, dacché transiterete quasi ai suoi piedi. E, se l’angolazione, la meteo e gli altri fattori ambientali del momento saranno favorevoli, capirete sicuramente meglio quanto vi ho raccontato fino a qui.

Come esempio di una cultura sensibile alla protezione del patrimonio naturale

[Immagine di @b.eccio, tratta da www.ladarbia.com.]

Non come opposizione all’industrializzazione, ma come esempio di una cultura sensibile alla protezione del patrimonio naturale, e finalizzato criticamente a mettere in guardia la classe politica dalle facili concessioni.

Sembrano affermazioni proferite oggi, vero?

Invece le scrisse nel 1906 – millenovecentosei, già – Giorgio Spezia, celebre ingegnere e mineralogista italiano, originario della Val d’Ossola, enunciate in forza del suo impegno per evitare che la Cascata del Toce, in val Formazza, considerata una delle più spettacolari delle Alpi, fosse prosciugata per fini idroelettrici. Le ho tratte da L’attraversamento invernale delle Alpi, il bel libro di Alberto Paleari del quale ho scritto qui (è alle pagine 81-82 del libro).

Quando affermazioni relative a realtà vecchie di più di un secolo risultano valide ancora oggi, anche più di allora, significa che c’è un problema, serio e irrisolto. Infatti abbiamo un grosso problema, noi uomini del Terzo millennio, con la salvaguardia dell’ambiente che abitiamo: ciò non significa che non si possa fare nulla di umano in Natura ma che ogni cosa debba essere fatta con «cultura sensibile» e senza correre dietro a «concessioni» antitetiche e pericolose per il territorio che viviamo. Il che, dal mio punto di vista e in poche parole, significa che si può fare di tutto ma che va fatto con buon senso.

[Immagine di @ale_rilievi, tratta da www.ladarbia.com.]
Parrebbe una cosa semplice, banale, ovvia per l’Homo Super Sapiens che sta per andare su Marte e ha elaborato l’IA. Invece basta guardarsi intorno e si capisce che non è così. Tanto quanto non si capisce – cioè non capiamo, noi “Sapiens” – le conseguenze che ne inevitabilmente scaturiranno. Purtroppo, già.

Alberto Paleari, “L’attraversamento invernale delle Alpi. Dal lago Maggiore al lago dei Quattro Cantoni”

Di attraversamenti sciistici invernali della catena alpina ce ne sono stati parecchi, dal primo del 1956 compiuto da due squadre rispettivamente capitanate da Walter Bonatti e Bruno Detassis – che per allora fu un’impresa quasi epica – alle traversate contemporanee e spesso con protagonisti ugualmente rinomati, come quella compiuto di recente dal noto scrittore-esploratore francese Sylvain Tesson. Si tratta di traversate “per la lunga” delle Alpi, generalmente da est a ovest, le più lunghe e complicate dunque più difficili ma anche le più “ordinarie” nel loro criterio puramente geografico e orografico. Di traversate con gli sci “per la larga” della catena alpina invece non ce ne sono molte documentate, essendo innanzi tutto meno “logiche” – in fondo le Alpi si potrebbero attraversare da sud a nord o viceversa in mille modi con altrettante diverse rotte – ma non per questo risultano meno sciisticamente laboriose, e possono offrire numerose altre “logiche” che diano loro un senso.

Alberto Paleari, guida alpina ossolana e prolifico scrittore, decide di intraprendere con due amici una traversata sciistica invernale delle Alpi unendo due dei principali laghi alpini, l’italiano lago Maggiore e lo svizzero lago dei Quattro Cantoni, con uno scopo preciso: raggiungere la città di Altdorf, nel Canton Uri, e portare il proprio omaggio al mito fondativo elvetico per eccellenza, Guglielmo Tell, il cui monumento adorna la piazza centrale della città.

Il viaggio è raccontato da Paleari in L’attraversamento invernale delle Alpi. Dal lago Maggiore al lago dei Quattro Cantoni (MonteRosa Edizioni, 2017, 202 pagine), ed è il diario di un’avventura vera e propria oltre che pienamente compiuta: non solo scialpinisticamente, anche geograficamente, storicamente, sul piano culturale e dal punto di vista antropologico, per come la rotta percorsa dalla piccola squadra guidata da Paleari diventa il fil rouge narrativo dei territori, dei luoghi e dei paesaggi attraversati []

[Alberto Paleari, al centro, e i due amici protagonisti della traversata ai piedi del monumento a Guglielmo Tell di Altdorf. Foto di Alberto Paleari.]
(Potete leggere la recensione completa di L’attraversamento invernale delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Pale eoliche in montagna: siete favorevoli o contrari?

[Il parco eolico del Passo del Gottardo. Immagine tratta da aet.ch.]
Solo pochi giorni fa in Svizzera ha fatto discutere la presa di posizione di Pro Natura, una delle principali associazioni di tutela ambientale del paese, che si è detta a favore degli impianti eolici giustificando la propria posizione per il fatto che «I vantaggi per la transizione energetica superano gli svantaggi in termini di conservazione del paesaggio» (si veda qui). Il tema sarà oggetto di un referendum relativo alla nuova Legge federale sulle energie rinnovabili sulla quale gli svizzeri si pronunceranno il prossimo 9 giugno. Altre importanti associazioni ambientaliste invece hanno già espresso il loro dissenso al riguardo, palesando la differenza di vedute nei soggetti che si occupano di salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio. Fatto sta che alcuni impianti particolarmente impattanti dal punto di vista paesaggistico sono già stati realizzati: il più emblematico è probabilmente quello del Passo del Gottardo, realizzato in uno dei luoghi geograficamente e storicamente più identitari della Svizzera. Ne scrissi qui.

Anche in Italia si manifesta tale differenza di vedute tra associazioni ambientaliste: Legambiente da tempo si è proclamata favorevole alle pale eoliche e anche WWF e FAI si dichiarano favorevoli; altri soggetti sono invece nettamente contrari, innanzi tutto in relazione agli impianti che si prevede di realizzare sui crinali montani e in altre zone di particolare pregio paesaggistico, più che per gli impianti off shore realizzati in mare.

[Rendering del parco eolico del Monte Giogo, in Toscana. Immagine tratta da radiomugello.it, che qui offre un’articolata ricostruzione del caso in questione.]
In ogni caso il tema è particolarmente interessante, da un lato per l’evidente necessità di accelerare la transizione ecologica verso le energie rinnovabili per abbandonare i combustibili fossili e evitare il ritorno del nucleare, e dall’altro per la sempre più diffusa sensibilità nei confronti dell’ambiente, dei paesaggi naturali e della tutela delle aree non antropizzate, che in Italia come in Svizzera significano soprattutto montagne. Sensibilità diffusa che d’altro canto è la stessa che spinge per abbandonare al più presto i suddetti combustibili fossili, al fine di mitigare le conseguenze già pesanti del cambiamento climatico in corso. Un cul-de-sac, verrebbe da ritenere.

Posto quanto sopra, vi pongo l’ovvia domanda (che può valere come sondaggio informale ma comunque significativo): che ne pensate al riguardo? Ritenete come l’elvetica Pro Natura che siano maggiori i vantaggi rispetto agli svantaggi, oppure la pensate all’opposto come altri?

Grazie a chiunque vorrà esprimere un parere!

P.S.: del tema dell’eolico in montagna mi sono già occupato varie volte in passato, si veda qui.