In difesa del Lago Bianco, il 10 settembre al Passo di Gavia

In tutta sincerità: credo che solo a persone pressoché prive di intelletto e di umanità – nel senso più ampio del termine – possa venire in mente di depredare delle sue acque uno dei laghi naturali d’alta quota più belli delle Alpi per alimentare un impianto di innevamento artificiale. Non posso che pensare a ciò, senza alternative.

Anzi, con ancora maggior franchezza: penso che depredare delle sue acque un bacino naturale come il Lago Bianco il quale, oltre a possedere peculiarità naturalistiche e ambientali più uniche che rare, è posto in una delle zone di massima tutela di un Parco Nazionale, quello dello Stelvio (ma possiamo ancora definirlo “parco nazionale”?), per l’uso meramente turistico-commerciale-lucrativo sopra indicato, non sia solo un atto che palesa mancanza di intelletto e anima ma rappresenti un autentico e innegabile crimine ambientale.

Un crimine ambientale, già. E di rimando, economico, ecologico, culturale, sociale. L’ennesimo, per giunta.

Purtroppo, in questo nostro – per molti aspetti – miserrimo paese capita che persone talmente prive di intelletto, umanità, sensibilità, etica, buon senso e di autentico amore per le montagne vengano elette a cariche amministrative per le quali si possono permettere di prendere decisioni talmente scellerate e pericolose con atteggiamento da “unti dal Signore”, probabilmente pensando di poter fare qualsiasi cosa delle montagne – patrimonio di tutti, non proprietà di pochi – senza subire conseguenze. E naturalmente senza dover dar conto delle proprie scelte.

Non è una cosa accettabile, ammissibile, giustificabile, in nessun modo. In. Nessun. Modo. Punto.

Per tutto ciò e per molto altro bisogna fare di tutto per fermare quel disastro ambientale, bisogna sostenere la protesta che va ampliandosi ogni giorno di più, bisogna partecipare alla manifestazione di domenica 10 settembre al Passo di Gavia la cui locandina vedete lì sopra. Perché nella realtà presente e futura che stiamo vivendo non si possono (più) compiere crimini del genere a danno delle nostre montagne e della Natura per l’interesse di pochi, e perché stare zitti o far finta di nulla rende complici di quello scempio e dei suoi mandanti.

Credo che nessuno, in cuor suo, possa realmente accettare ciò. Nessuno.

Qui trovate la pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco” alla quale potete iscrivervi restando così puntualmente aggiornati sulle iniziative e sulle notizie riguardanti la questione.

Altrettanto importante è, per chiunque voglia e possa, partecipare alla raccolta fondi avviata al fine di sostenere le spese delle azioni legali che si cercherà di avviare per fermare il disastro del Lago Bianco, come le leggi vigenti devono e possono permettere. Questo è il link per parteciparvi: https://gofund.me/79334d28

[Foto ©Simone Foglia.]
Di nuovo, non c’è di mezzo il destino di un solo lago, un unico luogo o un solo territorio ma di tutte le nostre montagne e del loro futuro. Che è anche il nostro futuro, è bene non dimenticarlo.

Corsi di (de)formazione turistica

Vagando sul web mi è caduto l’occhio sulla locandina sopra pubblicata (vi ho coperto i riferimenti diretti agli organizzatori per evitare sterili polemiche, in ogni caso non si tratta certo di un caso isolato), e ne sono rimasto parecchio sconcertato. È dello scorso anno, mica del 1982, eppure, nonostante tutto quanto si sta disquisendo da tempo intorno alla necessità ormai ineludibile di cambiare i paradigmi sui quali si basa il turismo di oggi, alla sua sostenibilità ambientale e territoriale, alla qualità delle proposte rispetto alla quantità, all’overtourism eccetera, ancora si tengono “corsi” nei quali viene insegnato a come asservire un territorio e la sua comunità agli indiscutibili desideri del turista e alla sua soddisfazione? Non vi sono cenni, a quanto pare – altrimenti lo avrebbero scritto tra i contenuti, mi viene da pensare – a un’analisi dei desideri e della soddisfazione dei residenti, a come generare un equilibrio tra esigenze degli abitanti e dei turisti, a come rendere la risorsa economica turistica un valore aggiunto per il benessere autentico del territorio e non viceversa. O, quanto meno, a come consapevolizzare i turisti rispetto al territorio così da elaborare desideri consoni ad esso, sostenibili e realmente in grado di apportare soddisfazione per chiunque: turisti, residenti, soggetti economici e culturali… Niente di tutto ciò, all’apparenza: come fossero, quelli che hanno organizzato il corso, fermi agli anni Ottanta del secolo scorso, appunto, quando si sono generate certe fenomenologie la cui dannosità oggi è ormai acclarata.

La domanda da porsi non è «Cosa vuole il turista oggi?» ma «Di quale turista ha bisogno il territorio oggi?» ovvero quale turismo possa essere in tutto e per tutto consono e equilibrato per il luogo e per il bene della sua comunità, e come svilupparlo al meglio e con la partecipazione attiva della stessa comunità residente, non più mera spettatrice ma protagonista attiva di quello sviluppo. Un bene comune che poi diventa un forte e attrattivo valore aggiunto proprio per la qualità dell’offerta turistica e per la soddisfazione autentica – perché reciproca con il luogo e dunque compiuta – del turista.

In questi termini sì quel corso sarebbe stato di autentica “formazione”: spero che sia andata veramente così e che invece non si sia rivelato un corso di deformazione turistica, ecco.

Notare molte cose del paesaggio ma vederne poche

Non dovremmo godere passivamente della “natura” (o per meglio dire delle immagini del paesaggio), limitandoci ad acuire i sensi e indirizzando il nostro spirito verso l’osservazione. Uno sguardo mirato, come appunto quello del turista, nota molte cose ma ne vede poche, perché quello del guardare è principalmente un processo spirituale. In primo luogo, è importante che la lastra fotografica destinata ad accogliere l’immagine sia preparata nella maniera giusta, e poi conviene che l’immagine si rispecchi inaspettatamente, senza assecondare i nostri desideri e la nostra volontà.

(Carl Spitteler, Il Gottardo, Armando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.201; orig. Der Gotthard, 1897.)

Già più di 120 anni fa Carl Spitteler aveva compreso uno dei maggiori equivoci indotti nel “turista”, rispetto al più autentico viaggiatore: quello di visitare i luoghi senza farlo veramente, senza realmente viaggiare, senza la percezione dello spazio in cui ci si trova e della sua essenza storica, geografica, sociale, spirituale, senza che si crei un’autentica relazione (reciproca) con i luoghi visitati e i loro paesaggi. Proprio quello che in molti casi è il turismo, oggi: un’esperienza meramente ludico-consumistica che non insegna nulla a chi la compie, che si risolve in qualche selfie postato sui social e, dunque, che risulta francamente inutile sia al visitatore e sia al luogo visitato (salvo qualche fugace e illusorio tornaconto per il commercio locale).

La piana dell’Alute a Bormio è salva. Forse.

Il comune di Bormio ha per il momento sospeso l’iter burocratico per la realizzazione della “tangenzialina dell’Alute”, la famigerata nuova strada che per collegare più rapidamente gli impianti sciistici alla viabilità ordinaria distruggerebbe l’omonima piana, unica area agricola rimasta nella conca bormina, degradandone il paesaggio e rendendo possibili future cementificazioni immobiliari – ne ho parlato in questo post di qualche giorno fa, quando lo stesso comune aveva negato il consenso al referendum sulla questione nonostante le migliaia di firme raccolte al riguardo.

Sembrerebbe una buona notizia, senza dubbio, ma siamo in Italia e avendo a che fare con le istituzioni nostrane i verbi al condizionale sono d’obbligo: infatti ho scritto che “per il momento” l’iter è sospeso. Leggendo tra le righe delle dichiarazioni rilasciate dagli amministratori pubblici sul tema, contraddistinte dalla solita inquietante fumosità, i dubbi sulla reale presa di coscienza civica riguardo la pericolosità dell’opera (che già ha fatto guadagnare a Bormio la “Bandiera Nera” di Legambiente) non si dipanano affatto. Anzi.

Riporto di seguito le considerazioni dell’amico Angelo Costanzo, che da tempo segue la vicenda al fianco del Comitato “Bormini per l’Alute” e conosce bene lo stato effettivo delle cose, in superficie e dietro le quinte:

«Avevo invitato, attraverso un post, il Sindaco di Bormio, l’Assessore Regionale Sertori e Regione Lombardia a fermarsi per riconsiderare l’opportunità della realizzazione della tangenzialina nella piana dell’Alute. Il momentaneo stop, alla realizzazione dell’opera annunciato dal Sindaco di Bormio, è una buona notizia, ma non definitiva. Detto questo, non si può che rimanere stupiti da quanto emerge dalla stampa rispetto all’incontro istituzionale svoltosi martedì 8 agosto a Bormio: “Iter procedurale ancora lungo che aumenta il rischio di ritrovarsi con un cantiere aperto durante le olimpiadi” – “In questo momento dobbiamo concentrarsi su opere quali la Ski arena, il parcheggio di Porta con passerella e rotatoria, l’area sportiva al Pentagono e quelle sulla pista Stelvio che richiedono tutto l’impegno, nostro di amministratori e degli uffici comunali, per rispettare i tempi e farci trovare pronti per le Olimpiadi….” – “Prendiamo atto della grande responsabilità nei confronti dell’evento olimpico, quindi per il momento ci fermiamo, ravvisando l’esigenza di dare priorità alle altre opere”. Ma con quanta approssimazione si prendono decisioni importanti e divisive della popolazione. Un’opera che costa sette milioni di euro e che era considerata collaterale, ma fondamentale per le Olimpiadi. Ma prima questi problemi che emergono ora in una riunione a poche ore dalla manifestazione e che si terrà in difesa della piana dell’Alute, non sono si potevano valutare. Per il momento ci fermiamo?  Effetto annuncio ma nessun atto concreto. Le procedure degli espropri dei terreni stanno andando avanti! Sostanzialmente si prende tempo, sperando che il dissenso rispetto alla realizzazione dell’opera si stemperi e si demanda in un futuro momento l’avvio dei lavori. Se invece è il modo, per il Sindaco,  per cadere in piedi rispetto al forte dissenso che, grazie al comitato locale è emerso, va bene. Ma deve essere uno stop definitivo. Se è una furbata per prendere tempo no! Se il Sindaco di Bormio Silvia Cavazzi, l’Assessore Regionale Massimo Sertori e Regione Lombardia che finanzia l’opera hanno cambiato idea ne sono felice. Nella pubblica amministrazione contano gli atti, non le dichiarazioni stampa. Ci sono atti istituzionali di Regione Lombardia, della conferenze di servizi, delibere del Consiglio comunale di Bormio che ritenevano fondamentale costruire la tangenzialina. Si revochino quegli atti e si metta definitivamente una pietra tombale rispetto ad un’opera divisiva che devasterebbe un patrimonio ambientale, paesaggistico e storico della Magnifica Terra.»

Quale sarà dunque la sorte di Bormio? Diventerà l’ennesimo modello di sfruttamento insensato e di cementificazione della montagna a favore del turismo di massa e a danno degli abitanti del suo territorio? Oppure, almeno per tale questione, saprà salvarsi e magari prendervi spunto per sviluppare una visione ben più equilibrata e proficua per il proprio futuro?

Su “Il Dolomiti” e “Sondrio Today”, circa il Lago Bianco al Gavia

Ringrazio molto “Il Dolomiti” e “Sondrio Today” per aver ripreso le mie considerazioni in merito alle opere di captazione delle acque del Lago Bianco al Passo di Gavia per alimentare l’innevamento artificiale del comprensorio sciistico di Santa Caterina Valfurva, e ci tengo a sottolineare che, innanzi tutto, la mia è solo una delle tantissime voci che si stanno levando contro questi scellerati lavori (tra le quali fondamentale è quella di Marco Trezzi, ribadisco), inoltre che la prima e fondamentale critica ai lavori al Gavia viene dallo stesso Regolamento in vigore del Parco Nazionale dello Stelvio, nel cui territorio di massima tutela si trova il Lago Bianco, nello specifico dagli articoli 17 (“Tutela del regime delle acque”) e 18 (“Captazioni di acqua”).

Parco Nazionale dello Stelvio che ancora non dice nulla sui lavori, dunque al momento affermando formalmente il proprio tacito assenso al disastro in corso e così meritandosi pienamente le innumerevoli critiche al riguardo.

Per leggere i due articoli, cliccate qui e qui.