Questione di scelte

Michele Comi è una guida alpina della Valmalenco, certamente una delle più note in zona (e non solo lì) ma come poche altre è realmente definibile guida: la sua attività sul campo e la sua sensibilità nei confronti di una (nuova, rinnovata, differente) relazione tra uomini e montagne è infatti peculiare
tanto quanto emblematica, ben al di là della mera fruizione turistica – pur “nobile” come dovrebbe e potrebbe essere quella alpinistica – delle vette, e assolutamente consapevole della necessità di un approccio più approfondito, consapevole, culturale e olistico con le montagne in quanto ambito unico sotto ogni punto di vista ma non per questo disgiunto dal resto del mondo d’intorno. Ma di lui vi parlerò più diffusamente, presto.

Nel Diario del sito “Stile Alpino” Michele distilla pillole di grande saggezza alpina, mai banali e retoriche, sempre capaci di sensibilizzare l’attenzione dei lettori verso realtà (e relative verità) che altrove vengono poco o nulla considerate quando non distorte o addirittura negate. Come nel post dello scorso 2 gennaio, “Questione di scelte”, del quale vi cito la prima parte e che vi invito a leggere interamente qui o cliccando sull’immagine sotto riprodotta.

Sempre di più cresce il desiderio di frequentare la montagna con modalità non invasive, per raggiungere luoghi non compromessi, lontani da tracce di urbanizzazione, emissioni e rumori.
Luoghi dove si conserva il silenzio, ricercati perché interdetti ai motori, lontani da infrastrutture e per questo attrattive turistiche di interesse crescente.
Le motoslitte (occorre distinguere l’uso di certi mezzi per scopi di lavoro, di soccorso o civili, dall’uso per divertimento) sono attività decisamente antieconomiche per le comunità locali o quanto meno lo diverrebbero nel giro di brevissimo tempo, perché vanno ad erodere consensi, interesse e adesioni da tutte le forme di turismo virtuoso che con esse non possono coesistere.
Eppure gran parte degli operatori turistici locali pare abbiano scelto di sacrificare definitivamente il caratteristico percorso innevato di accesso a Chiareggio, più bel villaggio alpino della Valmalenco, destinandolo a nuove “escursioni” a motore, nonostante sia già ampiamente utilizzato dai cingolati per raggiungere i ristoranti in quota.
Il paesaggio è il luogo in cui viviamo, rispecchia quel che siamo. []

Paolo Nori, “La grande Russia portatile”

C’è ne sono di posti al mondo ricchi di contraddizioni, senza dubbio, ma come la Russia credo pochi, forse nessuno. Voglio dire, anche gli Stati Uniti – per citare un paese di paragonabile “taglia” geopolitica – ne hanno, ma di natura per così dire più superficiale, più legata alla quotidianità di una dimensione socioculturale di recente formazione e tutto sommato uniforme anche nelle sue diversità più spiccate, quella coi poi a volte si definisce ancora “sogno americano” nonostante negli ultimi tempi la sua connotazione onirica sia sempre più scivolata versi ambiti tenebrosi, da incubo insomma.

La Russia invece, in quanto nazione e in quanto luogo peculiarmente antropologico, sociale, sociologico e culturale, presenta contraddizioni molto più profonde e più psicologiche, se così posso dire, legate a un’anima nazionale da secoli irrequieta e divisa, in primis “psicogeograficamente” tra Europa e Asia ovvero tra due culture generalmente differenti e in certi casi radicalmente diverse. Qualcuno ha imputato al popolo russo una certa tendenza all’autolesionismo, alla depressione “antropologica” e relativa remissione politica, o l’incapacità di concepirsi in maniera compiuta come “potenza”, in senso geopolitico e non solo, mancanza che la Russia svilupperebbe anche solo in forza dell’estensione del suo territorio e che invece, quando nel corso della storia sembra finalmente definirsi, finisce nuovamente per sgretolarsi e prostrarsi su se stessa. Già Diderot la definì «un colosso dai piedi di argilla», e uno dei russi più grandi di sempre, Tolstoj, così scrisse al riguardo dei propri connazionali: «“Noi non vogliamo prendere parte al peccato del governare. Se voi non lo considerate come un peccato, venite e governate”. Questa psicologia dei russi spiega la loro docilità verso gli autocrati più crudeli, o più pazzi, da Ivan il Terribile fino a Nicola II. È così che il popolo russo considerava il potere nei tempi antichi, ed è così che lo considera ancora oggi.»

Ecco: Tolstoj, ovvero la grande letteratura russa, forse l’unica cosa realmente potente, in fin dei conti, che la Russia abbia saputo preservare dentro i propri confini nel corso della sua tribolata storia politica. E a parlare di letteratura russa, in Italia, uno dei primi nomi che devono venire in mente è quello di Paolo Nori, che al mondo russo-sovietico ha dedicato buona parte della sua vita e dei suoi studi, impiegando la restante parte a scrivere libri che, a mio modo di vedere, lo rendono uno degli scrittori migliori e più concretamente originali del panorama letterario italiano – in ciò una cosa rara, se posso aggiungere. In alcuni di quei suoi libri, poi, Nori racconta proprio della sua “Russia”, paese che ha visitato più volte da appena dopo che l’URSS collassò, vivendone la trasformazione in un paese “(pseudo)occidental-capitalista” e, appunto, cogliendo tuttavia il gran fiorire di contraddizioni che quel cambiamento radicale aveva risvegliato e persino esaltato anche più di prima. Di questi suoi particolari “diari di viaggio” (definizione quanto mai esigua, in tal caso) ho già letto quello scritto a quattro mani con Daniele Benati, Baltica 9. Guida ai misteri d’Oriente, cronaca on the road di un viaggio e d’un’avventura umana dall’Italia a San Pietroburgo; ne La grande Russia portatile (Salani Editore, 2018), invece, il viaggio si stende nel tempo più che nello spazio e nella dimensione russa che, appunto, Nori conosce meglio di e come pochissimi altri, quella letteraria []

(Leggete la recensione completa de La grande Russia portatile cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Uno scarpone abbastanza grosso

Il Paul fa sì con la testa, il comune ha minacciato di chiudere lo skilift, da quando è presidente quell’altra testa di legno vogliono risparmiare su tutto, sarebbe un peccato per il nostro bel muletto, se pensi a quanti ci hanno imparato a sciare, da qui veniva fuori un campione un anno si e un anno no, come il Seppi Plum, un lampo, peccato solo che è finito nel bosco. Una miniera di talenti è questa, ma poi ti arrivano quelli lì e non trovano uno scarpone abbastanza grosso per il calcio in culo che voglion piazzarti.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.13.)

L’estetica di Instagram

Su “Artribune” – che io considero la migliore rivista italiana di arte e vi assicuro che non è una marchetta, questa – Marco Senaldi cura da tempo la rubrica In fondo in fondo, l’ultima di ogni numero, sorta di contro-editoriale che risulta sempre interessante per come tratti le realtà del nostro mondo contemporaneo da punti di vista alternativi e intriganti, non di rado illuminanti. Quasi sempre, infatti, l’osservazione comune della realtà avviene da prospettive indotte e uniformate, generando inevitabilmente visioni standardizzate; basta spostarsi di un poco a lato, di un pochissimo spesso, perché la visione cambi completamente e altrettanto si modifichi la percezione e il valore di quella realtà osservata. È ciò che cerca sempre di fare la buona arte contemporanea, in fondo, dunque i testi di Senaldi ci stanno benissimo su una rivista che se ne occupa, anzi: vi risultano fondamentali, appunto.

Sul numero 45 del magazine, in un pezzo intitolato The Instagram Aesthetics, Senaldi ci porta a ragionare su come i social media, e in particolare quello “tutto immagini” citato nel titolo, stiano nemmeno troppo lentamente causano un ribaltamento nel regime scopico collettivo, cioè – semplifico radicalmente per massima chiarezza – nella visione dimensionale e prospettica che utilizziamo come sistema standard di osservazione del mondo, attraverso il quale recepiamo le informazioni per concepirlo, (non sempre) comprenderlo e per identificarci in/con esso.

Ve ne cito un brano significativo; l’intero articolo lo potete leggere (e merita alquanto di essere letto e meditato) cliccando sull’immagine in testa al post, tratta dall’articolo stesso. Qui invece potete scaricare “Artribune” #45 in pdf.

Qualcosa di nuovo è accaduto nel nostro regime scopico (per usare l’efficace espressione di Pierre Sorlin) e, anche se sembra un dettaglio trascurabile, è come se, a quello che siamo abituati giustamente a chiamare “il paesaggio mediale” – e un paesaggio per definizione è più largo che alto – si fosse aggiunta una dimensione nuova, che “risolleva” le proporzioni, come nei ritratti dei gentiluomini messi in posa all’impiedi, insomma un “ritratto mediale” (spesso i ritratti hanno una ratio inversa rispetto ai paesaggi).
Ma, forse, non si tratta solo di estetica: questo ribaltamento annuncia istanze più profonde, che paiono spingere verso un’inversione dimensionale generale. La verticalità dei dispositivi neomediali, infatti, sembra sostituire una metafora antichissima del tempo, dettata invece dall’orizzontalità: quella, risalente agli esordi della filosofia antica, dello scorrere delle acque di un fiume. Quando, abbastanza ingenuamente, si dice che i new media hanno “mutato il nostro orizzonte” – si afferma qualcosa di vero, poiché essi hanno letteralmente mutato la disposizione verso il mondo che ci ha caratterizzato da sempre.

Fare mattina leggendo Foscolo

(Gogol’ ritratto da Dmitriev Mamonov, 1840 circa.)

Una sera di luglio del 1845, Dostoevskij, che ha 23 anni, va a trovare un suo amico e si mettono a leggere Gogol’ e lo leggono fino alle 4 del mattino.
«Allora succedeva così, tra i giovani: si riunivano in due, tre e: “Se leggessimo Gogol’, signori?”, e si sedevano e leggevano», ricorda Dostoevskij.
Come se dei ragazzi italiani, ventitreenni, si trovassero e si dicessero, «E se leggessimo Foscolo, cosa dite?».
E tirassero fuori I sepolcri e facessero mattino a leggere e rileggere I sepolcri.

(È un articolo dell’1 novembre nel sito/blog di Paolo Nori, che trovo sempre fenomenale da leggere – il sito e lui come autore pure, certo, infatti lo cito spesso, qui. Leggetelo pure voi, vi delizierà parecchio.)