Paolo Nori, “La grande Russia portatile” (Salani Editore)

C’è ne sono di posti al mondo ricchi di contraddizioni, senza dubbio, ma come la Russia credo pochi, forse nessuno. Voglio dire, anche gli Stati Uniti – per citare un paese di paragonabile “taglia” geopolitica – ne hanno, ma di natura per così dire più superficiale, più legata alla quotidianità di una dimensione socioculturale di recente formazione e tutto sommato uniforme anche nelle sue diversità più spiccate, quella coi poi a volte si definisce ancora “sogno americano” nonostante negli ultimi tempi la sua connotazione onirica sia sempre più scivolata versi ambiti tenebrosi, da incubo insomma.

La Russia invece, in quanto nazione e in quanto luogo peculiarmente antropologico, sociale, sociologico e culturale, presenta contraddizioni molto più profonde e più psicologiche, se così posso dire, legate a un’anima nazionale da secoli irrequieta e divisa, in primis “psicogeograficamente” tra Europa e Asia ovvero tra due culture generalmente differenti e in certi casi radicalmente diverse. Qualcuno ha imputato al popolo russo una certa tendenza all’autolesionismo, alla depressione “antropologica” e relativa remissione politica, o l’incapacità di concepirsi in maniera compiuta come “potenza”, in senso geopolitico e non solo, mancanza che la Russia svilupperebbe anche solo in forza dell’estensione del suo territorio e che invece, quando nel corso della storia sembra finalmente definirsi, finisce nuovamente per sgretolarsi e prostrarsi su se stessa. Già Diderot la definì «un colosso dai piedi di argilla», e uno dei russi più grandi di sempre, Tolstoj, così scrisse al riguardo dei propri connazionali: «“Noi non vogliamo prendere parte al peccato del governare. Se voi non lo considerate come un peccato, venite e governate”. Questa psicologia dei russi spiega la loro docilità verso gli autocrati più crudeli, o più pazzi, da Ivan il Terribile fino a Nicola II. È così che il popolo russo considerava il potere nei tempi antichi, ed è così che lo considera ancora oggi.»

Ecco: Tolstoj, ovvero la grande letteratura russa, forse l’unica cosa realmente potente, in fin dei conti, che la Russia abbia saputo preservare dentro i propri confini nel corso della sua tribolata storia politica. E a parlare di letteratura russa, in Italia, uno dei primi nomi che devono venire in mente è quello di Paolo Nori, che al mondo russo-sovietico ha dedicato buona parte della sua vita e dei suoi studi, impiegando la restante parte a scrivere libri che, a mio modo di vedere, lo rendono uno degli scrittori migliori e più concretamente originali del panorama letterario italiano – in ciò una cosa rara, se posso aggiungere. In alcuni di quei suoi libri, poi, Nori racconta proprio della sua “Russia”, paese che ha visitato più volte da appena dopo che l’URSS collassò, vivendone la trasformazione in un paese “(pseudo)occidental-capitalista” e, appunto, cogliendo tuttavia il gran fiorire di contraddizioni che quel cambiamento radicale aveva risvegliato e persino esaltato anche più di prima. Di questi suoi particolari “diari di viaggio” (definizione quanto mai esigua, in tal caso) ho già letto quello scritto a quattro mani con Daniele Benati, Baltica 9. Guida ai misteri d’Oriente, cronaca on the road di un viaggio e d’un’avventura umana dall’Italia a San Pietroburgo; ne La grande Russia portatile (Salani Editore, 2018), invece, il viaggio si stende nel tempo più che nello spazio e nella dimensione russa che, appunto, Nori conosce meglio di e come pochissimi altri, quella letteraria. Un libro a suo unico nome, dunque, ma non una narrazione “solitaria”, tutt’altro: La grande Russia portatile viaggia nello spazio-tempo russo portandosi appresso – con Nori a far da guida o forse più, se così posso dire, da “autista” – una variegata comitiva di grandi e grandissimi scrittori russi, alcuni celeberrimi come il citato Tolstoj, Dostoevskji, Gogol’, Bulgakov, Puškin, insomma, i più celeberrimi nomi degli ultimi due secoli, altri meno noti (almeno al cosiddetto “grande pubblico”) ma spesso di simile grandissimo valore: Dovlatov, Charms, Erofeev, Chlebnikov – sul quale Nori scrisse la propria tesi di laurea e che, per tal motivo, è stato un po’ il “mandante” iniziale della relazione poi intessuta dallo scrittore emiliano con il mondo russo.

Un viaggio, dunque, quello de La grande Russia portatile, fatto da innumerevoli citazioni di quei tanti scrittori russi sulla Russia, sui connazionali, su se stessi e sulla particolarità di una nazione, come detto, ricca di sfaccettature spesso contraddittorie, intervallate dalle impressioni di viaggio di Nori, dal racconto di come si è generato e strutturato nel tempo il suo rapporto con la Russia, di quanto certe cose vissute là siano poi “ricomparse” in Italia, ovviamente in forme e modi totalmente differenti ma a volte con sorprendenti affinità laicamente spirituali e umane. In fondo mi pare di poter dire che è stata la letteratura a far “imparare” la Russia a Nori; poi, dopo i primi viaggi e la generazione del rapporto suddetto, la Russia in quanto dimensione socioculturale ha ricambiato e insegnatogli tante ulteriori narrazioni letterarie. Uno scambio che rappresenta bene la stessa relazione che deve (dovrebbe) sempre intessersi tra gli uomini e i luoghi (piccoli o grandi, la scala geografica non è importante) per poter dire con pienezza di senso che gli uomini vivano quei luoghi, che vi si identifichino in essi e viceversa, che la “territorializzazione” abitativa storica attraverso la quale gli uomini hanno adattato i luoghi alle esigenze della loro quotidianità sia avvenuta anche in senso culturale ovvero artistico, intendendo con “arte” la pratica umana che forse come nessun altra è in grado di rappresentare il mondo in senso generale, dunque di conferire ad esso quella identità culturale che funge da base imprescindibile per qualsiasi relazione dell’uomo col mondo stesso.

E perché poi è “portatile”, la grande Russia di Paolo Nori? Be’, mi verrebbe da dire perché non è affatto detto che un paese così grande in senso storico e geografico come la Russia debba necessariamente e proporzionalmente abbisognare di un gran tomo per descriverla. Quando poi vi sia la presenza e il dono di una letteratura così peculiare e peculiarmente identitaria – anche qui, con tutte le contraddizioni “nazionali” dentro: i grandi scrittori hanno anche la capacità di saper descrivere e raccontare grandi storie con poche parole, o di condensare in poche parole significati grandissimi e articolati. La lettura dei loro testi forma dunque una guida di viaggio completa come poche altre, proprio perché non descrive meramente (seppur mirabilmente, magari) i luoghi ma, in primis, descrive le genti che abitano, vivono, attraversano quei luoghi. È vera e propria “geografia umana”, insomma, che è poi la definizione scientifica contemporanea della stessa disciplina geografica attraverso la quale poter raccontare i luoghi non solo nel senso morfologico e ambientale ma pure storico: storia e geografia come sorelle inseparabili, e non come parenti più o meno lontane e dialoganti. La letteratura sa fare questo, sa mettere in luce pienamente quella sorellanza: Paolo Nori lo sa fare qui, in questo libro, tanto quanto nei suoi romanzi, cesellati in un linguaggio così legato alla terra, ai suoi territori, all’identità culturale dei luoghi della sua quotidianità – seppur poi egli sappia ben ricontestualizzarli, nelle sue narrazioni, ad ambiti senza confini effettivi, linguistici o che altro.

Insomma, Nori è da leggere sempre e se nei suoi testi, come in questo, vi offre l’opportunità di seguirlo in viaggi letterari più unici che rari, il consiglio vale ancora di più, così come similmente varrà ancor di più, e sarà ben più completa, la visione del mondo che attraverso i suoi testi Nori vi può indicare, raffinata dall’arte più “semplice”, più popolare e, in proporzione alla sua immediatezza, parimenti più profonda che l’uomo abbia elaborato, la letteratura.