Uno strano fenomeno, sulle Alpi italiane

[Panorama della conca di San Simone, Val Brembana, Alpi Bergamasche. Foto tratta da Ciaspole.net.]
Questo inverno in giro per le Alpi italiane sta accadendo uno strano fenomeno. Anzi, accadeva anche negli inverni scorsi, ma quest’anno pare in modo più evidente. Spiego: molte località sciistiche che per un motivo o per l’altro non hanno aperto gli impianti di sci (per problemi finanziari delle società a cui fanno capo, assenza di concessioni, mancanza di gestori, eccetera) e per le quali tale chiusura è stata considerata da alcuni come «una catastrofe», «la morte della località», «la fine dell’economia locale» e via di questo passo, stanno invece inopinatamente vedendo un notevole afflusso di gitanti, con parcheggi stracolmi, ristoranti e rifugi a pieno regime, scialpinisti e ciaspolatori un po’ ovunque, famiglie con bambini che si godono la sicurezza e la tranquillità di una gita sulla neve priva dei pericoli e dei disturbi per impianti e piste da sci inevitabilmente genererebbero.

In pratica: dove un tempo si sciava e ora non più, e dove per questo si credeva ci sarebbe stato il “deserto”, c’è invece più gente di quando gli impianti erano funzionanti e più di altre località nelle quali i comprensori sciistici sono aperti. Che cosa stranissssssssima, vero?

Spiega bene il “fenomeno” Massimo Sonzogni nel servizio realizzato di recente per “BergamoTV” e dunque con un focus specifico sulle località nelle condizioni sopra descritte sulle montagne bergamasche, ma mi giungono notizie simili anche da altri paragonabili territori montani lungo un po’ tutte le Alpi:

Ma dunque, quelli che sostengono a spada tratta e sovente con sprezzante sicumera lo sci su pista, adducendo come motivazione fondamentale che senza lo sci la montagna muore (qui, ad esempio), e per giunta in base a ciò chiedendo continuamente sostegni finanziari pubblici, che dicono? E che dicono gli amministratori politici che quei sostegni finanziari elargiscono munificamente ignorando totalmente o quasi il supporto a qualsiasi altra forma di frequentazione turistica non sciistica e più sostenibile della montagna invernale (parimenti ignorando i servizi di base di cui i residenti avrebbero realmente bisogno? Dove sono gli effetti dell’altrettanto sbandierato “indotto” economico che lo sci su pista creerebbe nei territori ai quali viene imposto, dove sono i benefici diffusi sul lungo periodo per l’intera comunità che li abita? Siamo dunque proprio sicuri che i comprensori sciistici siano l’unica via di sviluppo possibile per le montagne, anche al di là dei loro esorbitanti costi di gestione e le problematiche ambientali che presentano, o forse, come anche Sonzogni osserva (anche in modo parecchio retorico) nel servizio di “BergamoTV”, forse è lecito porsi qualche interrogativo sul futuro della montagna e riflettere sul reale stato delle cose in modo sensato, coerente e costruttivo, stando ben lontani dalle strombazzate propagande filosciistiche che obiettivamente appaiono – in buona parte dei casi – sempre più forzate se non proprio prepotenti e oppressive in primis per le montagne alle quali vengono imposte e per le comunità che le abitano?

Sono solo alcune delle tante altre domande, nette e chiare, alle quali non sembrano giungere risposte di alcun genere da parte di coloro ai quali vengono poste ma la cui formulazione riceve solo insulti nemmeno tanto velati e asserzioni sovente arroganti. Tuttavia restiamo in attesa, fiduciosi tanto quanto vigili – ma più la seconda che la prima, già.

Di muri inesistenti, sui monti

Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze d’agosto in una località di montagna posta sul confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…

Hic sunt dracones, insomma. Come ci fossero stati pericolosissimi draghi, oltre il crinale.

In verità, il mio sguardo curioso e ingenuo di ragazzino affascinato dal paesaggio selvaggio dell’alta montagna di linee rosse sul terreno non ne vedeva. Né vedeva muri, reticolati o che altro; solo qualche piccolo cippo qui e là confuso tra le rocce, che peraltro erano del tutto uguali sia da una parte che dall’altra. Stesso paesaggio, stesse montagne, identica orografia, col sentiero sul fondovalle che da qui andava di là. Tuttavia il confine lo sentivo, nella mente, in forza di tutte quelle voci e delle relative raccomandazioni che lo rendevano presente, come se realmente una qualche barriera vi fosse. Ed essendo percepito nella mente, era pure lì sul terreno.

Anche se non c’era nulla. Tanto meno c’erano i draghi, ça va sans dire.

Rimase a lungo viva, quella costruzione mentale indotta, almeno finché non presi ad andare per monti in età adulta portandomi nello zaino, oltre ai viveri, un bagaglio culturale maggiore e più consapevole, anche dal punto di vista geografico ovvero geopolitico. Quando cioè vidi che non c’era nulla da vedere, sul terreno, niente linee o che altro, mentre tutt’intorno osservavo un unico paesaggio nel quale venivano in contatto “due” (giuridicamente) spazi abitati, peraltro conformati da una pressoché identica cultura che da secoli si muoveva lungo le vie che attraversavano quel territorio da una parte all’altra e viceversa, alimentandone le società per la cui determinazione l’unico con-fine era quello fisico, del passo alpino da superare.

Hic absunt dracones, già.

[È un brano tratto da un testo che ho scritto per questo prestigioso libro: clic. Nelle immagini potete vedere la zona della sella descritta nel testo in versione estiva e in veste invernale, in tal caso con un elemento spesso presente e non di rado infuriante, lassù. Le immagini sono tratte da qui e da qui.]

“L’Extraterrestre” sul Monte San Primo

Anziché buttare via questi milioni, sarebbe meglio investirli per rimuovere gli impianti abbandonati, e poi potenziare tutta una serie di attività assolutamente sostenibili come pastorizia ed agricoltura di montagna, una buona manutenzione dei sentieri, investire nella biodiversità provvedendo a rimboschimenti con essenze autoctone. Molto meglio che costruire parcheggi, pensati per favorire il trasporto privato, evitare di consumare altro suolo, e magari istituire delle navette. Insomma, ci troviamo di fronte a due visioni contrapposte della montagna. Una, già fallita, che pensa a valorizzare nei termini di una spesa pubblica dissennata, investimenti a pioggia ancora puntati sulla cementificazione del territorio, e l’altra, dolce, rispettosa della montagna, da vivere in armonia, in accordo con i tempi, pensandola come un patrimonio prezioso di flora, fauna, di acque, di un paesaggio unico da lasciare in eredità alle generazioni future.
Giovedì 15 dicembre, sull’inserto “L’Extraterrestre” de “Il Manifesto”, è uscito un bell’articolo firmato da Teodoro Margarita sulle iniziative contro lo scriteriato progetto di “sviluppo turistico” del Monte San Primo messe in atto dal Coordinamento nato appositamente e composto da decine di associazioni del mondo della montagna e dell’ambientalismo lombardo. Nelle scorse settimane ne ho scritto spesso sul blog, qui trovate l’elenco degli articoli pubblicati. L’articolo de “L’Extraterrestre” lo potete leggere interamente cliccando sull’immagine del titolo oppure in pdf qui. Ora, a fronte della sempre più grande e decisa mobilitazione generale di così tante associazioni e persone a favore della salvaguardia del San Primo e di un suo sviluppo autentico, realmente valorizzante le innumerevoli peculiarità del suo territorio e non degradante nonché ambientalmente impattante come quello proposto in primis dalla Comunità Montana del Triangolo Lariano e del Comune di Bellagio – con il mefistofelico supporto di Regione Lombardia – si attende non solo un confronto serie tra le parti ma pure una presa di coscienza generale, civica e culturale innanzi tutto, di certa politica locale così avulsa, nei propri pensieri e nelle relative azioni, dallo stesso territorio che amministra e dalle sue realtà. Sarebbe una cosa assolutamente apprezzabile, se ciò avvenisse; sarebbe viceversa inquietante se gli enti suddetti perseverassero nelle loro dissennate idee, e lo sarebbe non solo per il Monte San Primo ma, emblematicamente, per tutte le nostre montagne e per il loro – il nostro futuro.

Una bella giornata, sul Monte San Primo

La camminata di sensibilizzazione di ieri sul Monte San Primo contro il dissennato progetto di “sviluppo turistico” dell’area proposto, anzi, imposto dalla Comunità Montana del Triangolo Lariano e dal Comune di Bellagio si è rivelata un successo che ha superato ogni più rosea aspettativa; l’avervi partecipato è per motivo di grande orgoglio e piacere.

Centinaia di persone giunte da tutta l’alta Lombardia, famiglie, comitive, giovani, meno giovani, cani d’ogni razza, oltre ovviamente alle rappresentanze delle associazioni che formano il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, non hanno solo dimostrato la loro ferma contrarietà a quel progetto illogico manifestando un senso civico prezioso e importante, ma nel vederle poi spargersi per gli itinerari del San Primo, ammirarne le innumerevoli meraviglie, fotografarne le vedute più spettacolari, nel chiacchierare con loro su quanto fascino naturale avessero davanti, hanno anche dimostrato un grande affetto per questo territorio, la cui bellezza non ha certamente bisogno di opere banali e degradanti da luna park montano, oltre modo costose ma di attenzione, sensibilità, conoscenza delle sue peculiarità e del suo grande valore naturalistico, cultura, competenza, visione del suo miglior futuro possibile. Ovvero di uno sviluppo veramente contestuale al luogo e alle sue caratteristiche e di una conseguente avveduta progettualità, che le sappia esaltare e possa spandere l’affetto e la sensibilità dimostrato ieri dai presenti alla camminata a chiunque giunga sul San Primo, un luogo della mente e del cuore che sa entrare nell’animo a tutti.

Avanti così, dunque, per la salvezza del Monte San Primo dalla turistificazione più insensata e a salvaguardia futura della sua bellezza!

Suoni, voci e visioni del Monte San Primo (contro rumori, caos, incurie)

Se voi vi trovaste davanti una piscina con dentro poca acqua, giusto una spanna e per giunta in costante calo, vi ci tuffereste? No, ovviamente, perché rischiereste di dare una sonora capocciata sul fondo. Ma, ad un tratto, vedreste alcuni figuri che non solo ci si tuffano in quella poca acqua, facendosi male ma fingendo che nulla sia successo, ma pretendono pure di renderla un’attrazione acquatica e che la gente ci si tuffi come loro, spendendo per questo fine un sacco di soldi. Voi ci provate a dire loro che no, è un’assurdità, non c’è quasi più acqua nella piscina, come ci si può nuotare dentro? Ma loro nulla, non sentono ragioni, dicono che non è vero, anzi, danno a voi dei disonesti e dei disfattisti.

Ecco, questi figuri sono probabilmente dei politici. Ed è altrettanto probabile che la piscina in questione sia “sul” (ovvero il) Monte San Primo, dove alcuni enti locali vorrebbero mettere in pratica un progetto di “sviluppo turistico” da 5 milioni di Euro raffazzonato, incredibilmente illogico e privo di qualsiasi visione del futuro, un progetto del quale ho già scritto più volte qui. Lo fa notare a suo modo anche Luca Mercalli, climatologo che non abbisogna di presentazioni, nel messaggio inviato al Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” – tra le prime e più attive associazioni nella denuncia dei progetti turistici sul San Primo, componente del Coordinamento nato di recente al riguardo – con il quale ha voluto rimarcare la totale irrazionalità scientifica e economica di tali interventi, e degli investimenti di soldi pubblici conseguenti, nella realtà climatica attuale e futura:

Ma allora noi climatologi non serviamo a niente… Da trent’anni i climatologi e i nivologi studiano l’innevamento alpino e lo vedono diminuire. Fa più caldo, la quota della neve si alza e il numero di giorni con suolo innevato si abbassa: abbiamo perso in meno di un secolo circa 15 giorni di innevamento. I colleghi delle Università e degli enti di ricerca francesi (CEN – Centre d’Etudes de la Neige) elvetici (WSL Istituto per lo studio della neve e delle valanghe SLF Davos, Università di Ginevra, Friburgo, Zurigo), italiani (EURAC Bolzano, Società Meteorologica Italiana, Moncalieri, ARPA regioni alpine) e austriaci (ZAMG Vienna), lo dicono in tutti i modi: il riscaldamento globale renderà sempre più frammentario e intermittente l’innevamento sotto i 2000 metri, sconsigliando nuovi investimenti in impianti sciistici, anche con innevamento programmato, che ha comunque bisogno di acqua, di freddo e di energia, tutti elementi non scontati. Allora quando vediamo che ancora oggi, quando perfino ai 3500 m di Plateau Rosa si annullano le gare di Coppa del mondo, pubbliche amministrazioni utilizzano denaro pubblico per progetti di sviluppo di comprensori sciistici a bassa quota, ci chiediamo: il nostro lavoro, i nostri avvertimenti, la nostra ricerca scientifica, serve a qualcosa?

Alle domande in forma retorica di Mercalli a me verrebbe da rispondere che sì, serve a qualcosa, qualcosa di fondamentale: contribuire a salvaguardare le nostre montagne, i territori in cui viviamo, il mondo che ci circonda, dal divenire della realtà (non solo dal punto di vista climatico) e, parimenti, da chi invece dimostra di voler lavorare per banalizzare, svilire, degradare quelle loro e nostre montagne in forza di convinzioni pericolosamente distorte con le quali sostenere interessi ostili alla realtà, alla storia, alla cultura e al futuro dei territori in questione.

Per protestare contro i progetti di “sviluppo turistico” del Monte San Primo, il Coordinamento delle associazioni impegnate al riguardo ha organizzato una giornata in loco, domenica 11 dicembre (ne vedete qui accanto la locandina), durante la quale camminare nel meraviglioso paesaggio del San Primo e così sensibilizzare chiunque sull’importanza ineludibile di comprenderne a fondo la bellezza e valorizzarne realmente le pregevoli peculiarità e le conseguenti potenzialità di sviluppo d’un turismo consapevole, sostenibile e in grado attivare quelle economie locali, di natura circolare ma non solo, che possono assicurare all’intero territorio del monte un buon futuro e una protezione da qualsivoglia turistificazione banalizzante.

Partecipare alla giornata è importante, direi necessario. È una manifestazione di senso civico, di sensibilità verso il nostro patrimonio naturale, di attenzione verso la sua realtà, di consapevolezza culturale, di godimento d’una bellezza paesaggistica rara e preziosa che non può essere sprecata e venduta come un bene di consumo.

Qui trovate l’evento Facebook dell’iniziativa con le indicazioni al riguardo. Per qualsiasi altra informazione, potete scrivere a info@circoloambiente.org

[Veduta dalla vetta del Monte San Primo verso la zona nella quale si vorrebbero realizzare i nuovi impianti sciistici. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Per il Monte San Primo“.]