Una sfida elettorale parecchio strana (ma significativa)

A Casargo, comune montano dell’alta Valsassina in provincia di Lecco che andrà al voto nel prossimo fine settimana, va in scena una sfida elettorale parecchio strana e per molti versi significativa. Si presentano due liste afferenti alla stessa formazione politica, i cui canditati sindaco peraltro hanno lo stesso cognome (tipico della zona) ma che su molte cose sostengono visioni opposte. In particolar modo, riguardo lo sviluppo turistico e il relativo progetto “Winter & Summer Alta Valsassina” (l’intervento più ingente tra quelli previsti nel comune), una lista sostiene a spada tratta il progetto – palesemente insensato – che spendendo 4,5 milioni di Euro in gran parte pubblici prevede nuovi impianti sciistici e innevamento programmato in una località dove già da vent’anni non si scia più, a quote inferiori a 1800 metri e con esposizione sfavorevole (pur dichiarando che «i maggiori investimenti sono relativi alla stagione estiva o comunque riguardano opere che saranno fruibili tutto l’anno», cosa smentita dai contenuti stessi del progetto); l’altra lista invece sostiene che il turismo vada sviluppato ma si oppone alla «opportunità di investire somme così ingenti sulla promozione della stagione più fredda visto “l’andazzo” degli ultimi inverni in Alta Valsassina e vista la vicinanza di stazioni sciistiche ben più rinomate e competitive» – posizione che peraltro a sua volta smentisce ciò che sostiene l’altra lista circa la destinazione dei maggiori investimenti. Tutto ciò, ovviamente, al netto di quanto proposto da entrambe le liste, con cui si può concordare o meno.

[L’Alpe di Paglio, località sciistica chiusa dal 2005 dove si vorrebbero ripristinare piste e impianti, come si presenta di frequente negli ultimi inverni: con ben poca neve durante giornate fin troppo calde.]
Eppure, ribadisco, le due liste scaturiscono dalla stessa fazione politica (anche se i rispettivi referenti della stessa sono diversi, non a caso). Una situazione obiettivamente curiosa che non può essere spiegata con la mera “libertà d’opinione”, visto che i vertici di quella parte politica le idee sul tema citato le hanno ben chiare – e puntano decisamente alla infrastrutturazione pesante delle montagne a scopo turistico. D’altro canto, la situazione di Casargo dimostra che lo “sviluppo” (termine quanto mai ambiguo e dunque potenzialmente pericoloso) dei territori montani è cosa delicata che non può essere (più) gestita attraverso progetti calati dall’alto, decontestuali, irrealistici e privi di visione strategica del futuro oltre che di una ricaduta sistematicamente positiva sulla comunità locale – su tutta, ovviamente, non solo su una parte.

Territori, d’altro canto, che vengono continuamente depotenziati nei servizi di base da una politica che ai livelli superiori appare costantemente insensibile alla realtà autentica delle montagne (cioè dove non ci sia da fare business e propaganda: cosa ben esplicata da certi progetti imposti ai territori montani di matrice meramente consumistica per i quali i sindaci rappresentano solo dei silenti passacarte) e che dunque abbisognerebbero di una distribuzione delle risorse disponibili ben più meditata, oculata, elaborata e centrata sulla comunità locale, innanzi tutto, e poi su ogni altra cosa. Tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di riflessioni, ponderazioni, studi, analisi, valutazioni; di frequente invece, sulle nostre montagne, sembra che tra il dire e il fare ci un ruscelletto secco al punto da poterlo saltare a piè pari dimenticandosene subito.

Questa, insomma, la situazione a Casargo. Dalle vostre parti esistono casi simili? Sarebbe interessante conoscerli e analizzarli, non per ricavarne chissà quale dibattito politico ma per capire ciò che accade nei comuni montani quando arrivano le elezioni: momento che, ormai lo sappiamo tutti bene, rappresenta l’unico vero orizzonte (temporale e non solo) al quale puntano le amministrazioni locali. Nel bene e ancor più, purtroppo, nel male.

P.S.: i vari articoli che ho dedicato a Casargo e alle sue vicende politico-montane li trovate qui.

I voli turistici in elicottero aiutano la montagna a “sopravvivere”?

Posto il rispetto per la carica istituzionale, sconcerta leggere le recenti dichiarazioni della sindaca di Valbondione (Valle Seriana, provincia di Bergamo) con le quali commenta l’inevitabile “Bandiera Nera” assegnata da Legambiente al progetto di ampliamento del comprensorio sciistico tra Lizzola (frazione del comune di Valbondione) e Colere, in Valle di Scalveun progetto già tramontato per problemi finanziari e ambientali, ora inopinatamente riproposto nonostante gran parte delle infrastrutture siano a quote ormai fuori precipitazioni nevose, che utilizza soldi pubblici senza offrire alle valli interessate un sostegno duraturo ed efficace», questa la motivazione della “Bandiera Nera”; di tale progetto ne ho scritto qui). La sindaca ribadisce il suo sostegno al progetto e dice: «Appena insediata ricordo la “battaglia” di Legambiente contro l’uso dell’elicottero per voli turistici e anche allora chiesi loro di proporre alternative alle nostre iniziative atte alla sopravvivenza in montagna. Oggi ci risiamo: niente proposte, solo critiche».

[Il territorio che si vorrebbe sottoporre all’ampliamento sciistico; tutta la zona intorno al Pizzo di Petto è pressoché priva di infrastrutture e sostanzialmente integra. Potete ingrandire l’immagine cliccandoci sopra.]
Alla sindaca, senza voler affatto fare l’avvocato difensore di Legambiente che non ne ha bisogno, ricordo che i voli turistici in elicottero sulle montagne che evidentemente a lei piacciono tanto sono una delle pratiche più impattanti per il paesaggio montano (lo denunciai con forza già qui), e inoltre che il suo comune è compreso nella zona di tutela del Parco delle Orobie Bergamasche e circondato da aree protette da ZPS e dalla Rete Natura 2000 per le quali la presenza continua di velivoli rappresenterebbe un danno ambientale e d’immagine devastanti. Inoltre, chiedo come i voli turistici in elicottero possono far «sopravvivere la montagna» inquinandone l’aria e il paesaggio sonoro e come possano essere compatibili con una frequentazione veramente sostenibile, consapevole e rispettosa delle sue montagne.

Infine, di nuovo ribadendo di non voler difendere Legambiente (anche perché non posso definirmi un “ambientalista”), è bene rimarcare che non è un soggetto terzo che si occupa di tutela ambientale a dover proporre alternative turistiche ma è il comune che amministra il territorio in questione a dover manifestare attenzione, sensibilità, cura e competenza verso le sue montagne elaborando progetti e iniziative realmente consone ai suoi luoghi e in grado di alimentare un’economia turistica non monoculturale che possa apportare vantaggi concreti innanzi tutto al territorio e alla sua comunità oltre che ai visitatori i quali, peraltro, proprio in forza di tutto ciò saranno ancora più soddisfatti di frequentare le montagne del suo comune. Ma tenga presente che se elaborerà progetti e iniziative insostenibili, prive di qualsiasi logica e di contestualità con i luoghi coinvolti (vedi i voli in elicottero o nuovi impianti sciistici sotto i 1800 m in aree naturalisticamente intatte), è inevitabile che riceverà critiche e dinieghi: si chiama buon senso e meno male che ancora esiste, altrimenti in certe località d’alta montagna avremmo autostrade, megaparcheggi e centri commerciali “per la sopravvivenza delle montagne e il sostegno all’economia locale”!

Se il comune non possiede le abilità per elaborare quanto sopra, sappia la sindaca che esistono ottime realtà che lavorano in questi ambiti: basta contattarle e pensare a una collaborazione fattiva al riguardo.

Tutto il resto, comprese le sue opinioni sull’operato di Legambiente, sono pura propaganda ideologica che alle montagne, al loro sviluppo e al bene quotidiano delle comunità che le abitano non servono a nulla, di qualsiasi segno esse siano. Ecco.

Negare l’evidenza dei fatti pur di sprecare soldi pubblici

Se i cambiamenti climatici non verranno rallentati, le temperature continueranno certamente ad aumentare e cambierà anche la distribuzione delle precipitazioni. A causa delle temperature più alte ci sarà meno neve in autunno e in primavera. Sarà così anche in inverno alle quote inferiori a 1800-2000 metri: per effetto del riscaldamento pioverà invece di nevicare. Alle quote più alte, maggiori precipitazioni potrebbero voler dire più neve in pieno inverno, ma la stagione sarà comunque più breve: le temperature più alte faranno sì che la neve cada più tardi in autunno e si sciolga prima e più velocemente in primavera.

(Fonte: Centro di Ricerca Applicata sulla montagna EURAC Research di Bolzano, qui.)

L’Accordo per la Valsassina prevede interventi che hanno l’obiettivo di potenziare la vocazione turistica sia invernale che estiva mediante la riattivazione del comprensorio sciistico della zona dell’Alpe Paglio e Pian delle Betulle attraverso una serie di interventi sinergici in grado di potenziare l’offerta turistica del territorio: nuova seggiovia “Alpe Paglio – Cima laghetto”, impianto usato da riposizionare sullo stesso tracciato della preesistente sciovia, livellamento e pulizia piste interventi di taglio della vegetazione infestante a lato dei tracciati e di parziale livellamento.

(Fonte: “Lecconline”, qui.)

Il comprensorio Alpe di Paglio-Pian delle Betulle si trova a una quota compresa tra i 1450 e i 1800 metri. Per “riattivarlo”, dopo che da quasi vent’anni (2005) è inesorabilmente chiuso, si spenderanno 4.225.000 Euro di soldi per la gran parte pubblici.

Serve aggiungere altro?

[Le piste del Pian delle Betulle nel pieno di uno degli ultimi “inverni”, il 15 gennaio 2022. Foto di ape-alveare.it.]
In verità sì, serve. Perché è ormai palese che queste iniziative siano il prodotto di una fabbrica del consenso politico e elettorale che sarebbe pure legittima, per carità (la politica, di qualsiasi segno, vive anche di questo, nel bene e nel male), se non fosse che utilizza la montagna e il patrimonio naturale in maniera consumistica attraverso progetti e opere prive di qualsiasi logica che non vogliono tenere conto della realtà delle cose e delle sue varie criticità, per le quali vengono spesi milioni e milioni di soldi pubblici così sottratti ad altre iniziative ben più focalizzate. D’altro canto sono progetti facili da proporre e da copiare-incollare ovunque, mentre ben più difficile è elaborare un progetto articolato e di lungo termine, coerente con la realtà dei luoghi, che costruisca veramente il futuro per i territori in questione e apporti vantaggi concreti e duraturi alle comunità che lo vivono. Ci vogliono tempo, volontà, sensibilità, conoscenza del territorio, competenze, capacità progettuali, senso civico, visione strategica, lucidità, inventiva. Tutte cose che la politica di oggi non può e non vuole permettersi.

Rifugi di montagna che non sono seri (ovvero: un’analisi ineccepibile su certo turismo montano)

[“Repubblica.it”, 28 gennaio 2023.]
Mentre si levano da più parti dubbi e obiezioni attraverso dibattiti assai animati contro la «moda dei rifugi a 5 stelle» i quali, a fronte del nome che ancora conservano, assomigliano sempre di più a ristoranti e alberghi di lusso – al punto che qualche rifugista dichiara pubblicamente di «voler tornare all’antico» – un’amica mi scrive che qualche tempo fa suo figlio, che aveva otto anni, giunto in un rifugio delle Prealpi Bergamasche a 2000 m di quota e trovandosi di fronte un frigorifero con dentro i gelati, con fare serio le disse: «Un rifugio che vende i gelati non è un rifugio serio».

Ecco: discorsi su discorsi e considerazioni e articoli e analisi e saggi di antropologia culturale e di sociologia del turismo mirabilmente condensati dalla saggezza istintiva e per questo profonda di un bambino di otto anni. Che aveva già capito tutto, ben più di molti “guru” dell’industria turistica montana contemporanea.

[L’interno di un “rifugio” – si fa chiamare così! – a 2000 di quota sulle Dolomiti. Immagine tratta da www.dolomiticlass.it.]
N.B.: sia chiaro, di principio non ho nulla contro quei “rifugi gourmet”. Solo che non sono rifugi e non offrono ospitalità di montagna, punto. Sono e fanno altro, legittimamente, dunque si facciano chiamare in un altro modo più consono. Questione di onestà commerciale e di rispetto verso i veri rifugi.

Indovina chi (non) viene a cena?

Un paese ha due modi per “risolvere” i problemi di cui soffre: eliminare chi quei problemi li provoca, oppure eliminare chi li denuncia. Nel primo caso il paese agisce da democrazia liberale, nel secondo caso da regime autoritario. Che per inciso non ha colore: nero, rosso, bianco o verde che sia, sempre di regime si tratta.

E se l’agire in un certo modo è il primo passo per diventare pienamente quel modo, averne consapevolezza culturale, politica e civica è il miglior antidoto per capire e evitare quella deriva. Di qualsiasi colore essa sia, ribadisco.

Badate bene: il programma televisivo di cui dice l’articolo lì sopra, “Indovina chi viene a cena”, non è il soggetto specifico di questi miei pensieri ma uno dei tanti che potrebbe subire la “soluzione” descritta – e che già in passato hanno subìto in Italia, paese che risulta il peggiore in quanto a libertà di stampa nell’Europa occidentale. Di contro il programma rappresenta un esempio emblematico per la questione, visti i consensi unanimi che ha raccolto circa l’alta qualità dell’informazione che propone, al punto che uno dei suoi servizi, quello dedicato alla vicenda del Lago Bianco al Passo di Gavia, in Lombardia – che chi legge questo blog conosce bene – la cui autrice è Cecilia Bacci, recentemente ha ottenuto il Premio Giornalistico “David Sassoli”.

Dunque, riassumendo: un programma televisivo che da una parte vince premi giornalistici, dall’altra viene minacciato di chiusura e nel mezzo un paese che peggiora la propria posizione nella classifica mondiale della libertà di stampa. Capite?

Speculazione finale: il servizio sul Lago Bianco di Cecilia Bacci trasmesso in “Indovina chi viene a cena” (che potete rivedere qui sotto) è dedicato a un caso non dei maggiori ma certamente tra i più emblematici circa l’uso che certa politica fa del nostro patrimonio naturale per scopi non così leciti, e ne ha dimostrato l’inqualificabile atteggiamento e l’aberrante ipocrisia. Be’, la messa a rischio del programma non sarà una vendetta alimentata anche da chi si sia sentito tirato in ballo e smascherato per il cantiere al Lago Bianco?

Ma certo, l’ho scritto… è solo una sarcastica speculazione, questa. Già.