Omegna e la triste fine dell’Omino coi baffi

Moka Noir è il nuovo documentario del regista svizzero Erik Bernasconi: un’indagine, ironicamente condotta in stile poliziesco, sulla scomparsa del polo industriale del casalingo di Omegna, cittadina piemontese un tempo assai prospera in quanto sede di una delle industrie di articoli domestici più famose del Novecento, la Bialetti. La società venne fondata a Omegna da Renato Bialetti, figlio di Alfonso il quale nel 1933 depositò il brevetto di un’invenzione che ha rivoluzionato a suo modo la vita quotidiana di tutti quanti: la moka per il caffè. Del documentario racconta questo articolo di “tvsvizzera.it” nel quale potete leggere un’intervista a Matteo Severgnini, giornalista omegnese e co-autore dell’opera di Bernasconi. Renato è anche colui al quale il famoso fumettista Paul Campani si ispirò per il personaggio dell’Omino coi baffi, vera e propria icona della pubblicità degli anni Sessanta e Settanta, quella di Carosello.

La storia industriale recente di Omegna è assai emblematica circa lo sviluppo dell’industria italiana nello scorso secolo e di conseguenza della geografia umana e sociale del territorio nostrano, che in un tempo relativamente breve è passato da una predominante ruralità al boom industriale ed economico del dopoguerra, alle diverse crisi succedutesi tra i Settanta e gli anni Duemila che non di rado hanno cancellato tutta la storia e le fortune passate, generando danni sociali non indifferenti anche perché quasi mai previsti, gestiti e risolti. La mancanza di vera coesione sociale e socioculturale italiane, una volta svanito il collante del temporaneo benessere è rapidamente venuta a galla, dimostrando l’estrema fragilità in tal senso del paese, perenne e irrisolta «mera espressione geografica» che anche per ciò non sa arrestare la propria costante decadenza. In tali situazioni, poi, vi è senza dubbio un grosso concorso di colpa della politica, a sua volta incapace di “fare paese” e di risolvere le sue questioni sociali storiche sia per incompetenza, sia per cialtroneria e per ipocrisia, pensando solo a sfruttare i momenti migliori per ricavarne interessi di parte. In tal modo sono stati arrecati danni tremendi anche a comunità sociali potenzialmente virtuose come quelle dei piccoli centri della provincia italiana, che invece la politica ha sempre visto – nel proprio sguardo bieco e funzionale alla salvaguardia del potere e dei relativi tornaconti – come territori secondari e marginali.

Così racconta Matteo Severgnini, in un passo significativo dell’intervista riportata nell’articolo citato:

Negli anni Settanta la forte dimensione comunitaria era la caratteristica principale di Omegna. Un ex sindacalista raccontava della grande popolarità dei circoli operai che erano una sorta di estensione dell’ambiente familiare. Nei decenni precedenti, nelle osterie del paese, era possibile vedere operai e industriali insieme a bere ‘bianchini’. Con l’avvento degli anni Ottanta, sempre secondo il sindacalista, tutto è cambiato. Lo slogan della televisione privata di Berlusconi, l’allora Fininvest, era in questo caso emblematico: “Corri a casa in tutta fretta, c’è il biscione che ti aspetta”.

Quante Omegna vi sono in Italia? E quante ve ne saranno ancora, in questo presente e in futuro prossimo che per mille motivi appare sempre più problematico?
Ecco.

Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo su Moka Noir pubblicato da “tvsvizzera.it”. E meditate, meditate, più che potete.

Una luce nel buio

È passato ormai un secolo da quando Darwin ci dette un primo assaggio dell’origine delle specie. Oggi sappiamo ciò che era sconosciuto a tutte le carovane delle precedenti generazioni: che nell’odissea dell’evoluzione gli uomini non sono che i compagni di viaggio delle altre creature. Questa nuova conoscenza dovrebbe averci dato, in questo lasso di tempo, un sentimento di fraternità con le altre bestie: un desiderio di vivere e di lasciar vivere, un senso di meraviglia per la vastità e la durata dell’impresa biotica.
Soprattutto avremmo dovuto sapere – un secolo dopo Darwin – che l’uomo, sebbene ora sia il capitano di questa nave avventurosa, non e certo l’unico oggetto della sua ricerca, e che le sue precedenti convinzioni in merito erano semplicemente dettate dall’umano bisogno di trovare una luce nel buio.
Avremmo dovuto pensare a tutto questo. Purtroppo, temo che pochi di noi lo abbiano fatto.

(Aldo Leopold, Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pag.121; ed.orig.1949.)

Uomini e api

Quando leggo notizie del genere, peraltro assai frequenti negli ultimi anni (cliccate sull’immagine per leggerla e vedere il video), e a prescindere da fake quotes parecchio diffuse, mi viene sempre da pensare a una cosa assai banale tanto quanto evidente: che in un mondo senza più api tutti gli ecosistemi, dei quali fa parte anche l’uomo, subirebbero danni ingenti e profondi; in un mondo senza più l’uomo gli ecosistemi, dei quali anche le api fanno parte, non affronterebbero grandi alterazioni, godendo anzi di notevoli benefici.

E la questione “api” è solo una delle tante similari, inutile rimarcarlo.

Quindi: o l’uomo ritrova la necessaria armonia col mondo che abita insieme a tutte le altre creature viventi, oppure dovrà subire una sorte alquanto nefasta, suo malgrado o meno. Non ci sono ulteriori alternative.

Il Lago di Braies, o la Natura trasformata in luna park

[Foto di I, STirol, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2463243 .]

«Questi turisti mi ricordano i pellegrini in occasione dell’ostensione delle reliquie». In effetti, il meccanismo non sembra tanto diverso, se non fosse che ora viaggiare è diventato enormemente più semplice. I certificati Unesco sembrano aver sostituito le bolle papali, mentre basta una scenografia particolarmente suggestiva e una “citazione famosa” per attirare milioni di pellegrini.
[…]
Forse non c’è molto da aggiungere a quanto già scritto da Marshall McLuhan: «Il mondo è diventato una specie di museo di oggetti che abbiamo già incontrato in un altro medium, il turista si limita a verificare le proprie reazioni di fronte a cose che gli sono da tempo familiari e scattare a sua volta delle foto». Quando McLuhan l’ha scritto, internet non era stato nemmeno immaginato, ma oggi sembra difficile smentirlo. Grazie alla rete e alla facilità di spostamento, tutto il mondo sembra oggi indirizzato verso la trasformazione in un enorme parco a tema.

Sono due significativi passaggi di un illuminante articolo pubblicato da “Alto Adige Innovazione” a firma di Massimiliano Boschi e intitolato Il lago di Braies ai tempi di Instagram: nuovi pellegrini in adorazione della foto (già scattata), dedicato al celebre e meraviglioso bacino naturale in Val Pusteria; leggetelo nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post. Ovvero, ancor più, dedicato al tremendo processo di virtualizzazione assoluta che il turismo contemporaneo impone a luoghi pur dotati di grande bellezza naturalistica e altrettanto valore culturale, un processo che, nel mio piccolo e in tema di montagne (ambito del quale mi occupo principalmente), sto denunciando da tempo insieme a molti altre figure ben più titolate di me.

Braies è un luogo assai emblematico in tal senso: un piccolo e sublime gioiello naturale incastonato tra alte pareti dolomitiche, di grande delicatezza paesaggistica e ambientale, è stato trasformato per vari motivi – ben evidenziati nell’articolo – in un ennesimo luna park montano, un orrendo divertimentificio per i cui visitatori nulla conta il luogo, la sua valenza naturalistica e culturale, la sua ecologia, la sua geografia e il paesaggio, il valore educativo della sua presenza in quel territorio e per quel territorio… nulla di nulla. Conta solo arrivare lì, farsi qualche bella foto da postare sui social per mostrare al mondo di esserci stato o, forse, per mostrare al mondo se stessi in quel luogo asservito a mera scenografia funzionale, comprare l’inevitabile gadget tipico-ma-prodotto-in-Cina e poi scappare via, verso il successivo luogo di divertimento di massa. Nessuna relazione col luogo, nessuna presa di coscienza di esso, nessuna conoscenza: un turismo “bestiale” radunato in rumorose mandrie di gitanti che acquistano e pagano pacchetti all inclusive per farsi guidare da tour operator i quali non vendono più viaggi verso luoghi o mete di pregio o di valenza culturale ma mere esperienze virtuali in format bell’e pronti da essere condivisi sui social. Il non viaggio che trasforma ogni meta in non luogo, ne virtualizza qualsiasi senso e in primis la memoria della presenza in loco, affidata ai post sui social e dunque svanente dopo solo poche ore, così finendo per annullare pure qualsiasi concetto di “viaggio” ma pure, a ben vedere, anche di “turismo”. Al punto che, se ciò che conta per tali “turisti” è muoversi solo per vivere certe esperienze così vuote di senso, tanto vale restarsene a casa e affidarsi ai gadget della realtà virtuale o aumentata che dir si voglia.

Il tutto, per giunta, dentro l’area protetta (?) del Parco Naturale Fanes-Sennes-Braies, e sotto l’egida dell’Unesco e dei suoi certificati di “Patrimonio”, strumenti pensati per tutelare luoghi di grande valenza generale che invece si stanno sempre più trasformando in soffocanti cappi al collo per quei luoghi, per la loro cultura e per il Genius Loci che li abita. Ne ho dissertato di recente qui al riguardo, e sempre in tema di paesaggio dolomitico.

(No, non sono i parcheggi dell'”IKEA Pustertal” o altro del genere ma quelli posti a pochi passi dalle rive del lago di Braies – “Patrimonio Unesco” e “Parco Naturale Fanes-Sennes-Braies”, già! – in immagini (datate, per giunta) prese da Google Maps.)

Insomma: questo turismo è fatto apposta per distruggere i luoghi che dice di voler far conoscere, ed è quanto di più deleterio e pernicioso per ambienti delicati come i territori di montagna (ma non solo per essi). Perseguirne le strategie, da parte dei vari tour operator ma ancor più da parte degli operatori locali, significa sempre più macchiarsi di una pena nei confronti dei propri territori, dei paesaggi che generano e del loro buon futuro; continuare lungo tali “strade turistiche” porterà all’inevitabile rovina di luoghi di bellezza e valori tanto grandi quanto incompresi e calpestati.

Tali strategie vanno boicottate, assolutamente, e vanno cambiati radicalmente i paradigmi alla base degli immaginari collettivi relativi a questi territori e alla loro fruizione, modificando profondamente le strategie turistiche, commerciali, economiche, culturali. Solo in questo modo territori di grande pregio antropologico e culturale – oltre che turistico, ovviamente, ma d’un turismo finalmente consapevole e sostenibile – potranno essere pienamente tutelati e valorizzati.
Altrimenti l’unica sorte è la rovina, ribadisco. Inevitabile.

Instagram e io

L’ho già affermato, qui, che io Instagram non capisco a cosa realmente serva. Ma ce l’ho, una pagina su tale social, che tuttavia per quanto sopra frequento pochissimo e non aggiorno da tempo perché ogni volta lo facevo, la domanda su che senso avesse ciò che stavo facendo diventava via via preponderante rispetto alla convinzione rispetto al fare – cioè all’aggiornare la mia pagina con nuovi contenuti pur facendolo in modo “alternativo”, se così si può dire.

Be’, devo però dire che ogni tanto mi riaffaccio su Instagram, a vedere che ci succede. E trovo veramente “autosorprendente” il fatto che ogni volta ci torno, passano sempre meno secondi da quando apro il social a quando ci esco esclamando(mi): «Ohmammamia che roba inutile!» (ok, ammetto che sovente uso altre più rudi parole, ma non è il caso di citarle qui, tanto le intuite.)

Ecco. Io veramente non ci riesco a capirlo, Instagram. Non riesco a capire l’uso di immagini prive d’alcun valore, di qualsiasi significato e di qualsivoglia reale matrice social(e) che virtualmente offre la quale invece io credo venga sostanzialmente negata, checché ne creda chi lo usa. Non capisco che gusto ci sia a far scorrere immagini che non mi dicono nulla, salvo quelle di utenti che sanno fare fotografie – ma tali loro immagini direbbero molto a prescindere da Instagram! – con le quali così tante persone credono, sono convinte, sono certe di raccontare qualcosa. Ma a me, ribadisco, non raccontano nulla, anzi, contribuiscono a darmi di quelle persone delle immagini (appunto) non così “onorevoli”.

Mi spiace, eh, sia chiaro! Ci riproverò ancora, in futuro, a tornarci e a tentare di capire ovvero di trovare anche per me un senso a Instagram. Per il momento, tuttavia, ne sono sostanzialmente alieno. Già.