Le oche in un mattino di marzo

Un mattino di marzo può essere grigio come l’animo di chi vi s’incammina senza volgere lo sguardo al cielo, senza tendere l’orecchio per sentire l’arrivo delle oche. Una volta conobbi una signora assai istruita, la quale mi disse di vedere e sentire le oche soltanto un paio di volte l’anno, quando passano sopra il suo tetto ben isolato per proclamare il mutare della stagione. È possibile che l’istruzione consista nel barattare la propria capacità di percezione con altre competenze di minor valore? Se lo facesse un’oca, sarebbe ridotta ben presto a un mucchio di piume.

(Aldo Leopold, Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pag.38.)

Preziose mappe geodialettali

In questi giorni, nel “Diario” del suo sito “Stile Alpino”, Michele Comi – mirabile guida alpina valtellinese o, meglio, malenca (della Valmalenco), del quale vi ho già parlato altre volte, qui – si sta impegnando in un lavoro di «restituzione della memoria al dialetto. Indagheremo modi di dire, tempo meteorologico, credenze, toponimi, detti sapienti, espressioni genuine…» e lo fa traendo spunti preziosi dal volume del 2011 Il volgar eloquio – dialetto malenco di Silvio Gaggi, rinomato artigiano/artista della pietra ollare di Valmalenco. Perle di saggezza vernacolare che, come sovente accade con la cultura e i saperi della montagna, nascono tra le vette ma possiedono un valore spaziale e temporale illimitato.

Potete leggere i vari contributi, aggiornati quotidianamente, qui. Ora io ne traggo uno, pubblicato giovedì 19 marzo, che trovo particolarmente affascinante per la sua matrice geo-topografica, che dimostra bene da cosa possa scaturire un senso identitario culturale realmente virtuoso in relazione ai territori abitati e giammai ottusamente ideologico  – come oggi capita spesso in tema di “identità”.
E leggete quanto più potete le cose di Michele Comi, che sono sempre interessanti e illuminanti!

L’Alpe Son (Sun, nel dialetto locale), uno degli alpeggi di Torre di Santa Maria, in Valmalenco. Immagine tratta da qui.

Nella comunicazione verbale il nome di un sito è sempre accompagnato e preceduto da un avverbio di luogo che lo colloca in un preciso ambito territoriale.
Mentre quando si parla in italiano si dice a Sondrio, a Morbegno, in Valmalenco, il dialetto dice sö a ciapanìc, fö a cagnulèt, int a löna, ué ai crestìn, giò a turnadö…
Il dialetto organizza lo spazio partendo mentalmente da un punto che corrisponde al centro del paese, al campanile della chiesa principale. Da qui parte tutto il sistema d’orientamento generale del territorio, attraverso un meccanismo di relazioni geografiche riconoscibili nel linguaggio. Per mezzo della grammatica del dialetto è quindi possibile riconoscere l’appartenenza ad una comunità.
In altre parole, un abitante di Torre di Santa Maria anche quando si trova a Milano continua ad identificare come punto di osservazione il centro del paese, precedendo i nomi dei luoghi con: int, ué, giò... (Voce: Attilio Mitta, Torre di Santa Maria.)

Una buona risposta, almeno

Se non fosse per la situazione sanitaria tremenda vissuta ormai a livello planetario, in questi giorni avremmo la prova pressoché ineluttabile a sostegno della risposta a una domanda che ci si pone da tempo senza però che si agisca di conseguenza, in primis a livello politico: come si potrebbe risolvere, o almeno attenuare, il gravissimo inquinamento dell’aria nel Nord Italia e nelle altre zone che ne subiscono gli effetti?

[Immagine tratta da qui, cliccateci sopra per aprirne la fonte.]
Ecco.
Cito, da questo articolo de “Il Post“:

Emanuele Massetti, un ricercatore della Georgia Tech University che si occupa degli effetti sull’economia del cambiamento climatico, ha detto al Washington Post: «Penso che dipenda soprattutto dall’assenza di automobili con motori diesel per la strada. Mi aspetto che l’inquinamento diminuisca ancora con la dispersione e l’assorbimento del particolato nell’atmosfera. Tra qualche giorno nel Nord Italia sperimenteranno l’aria più pulita di sempre».

Ci si ricorderà di questa immagine, e dei dati scientifici relativi, quando l’emergenza coronavirus sarà passata?
C’è da sperarlo. Esserne certi è troppo, temo, resto inesorabilmente scettico al riguardo. Ma, appunto, chissà.

Vittorio Gregotti

[Vittorio Gregotti, Bicocca, Milano, 1995, Tecnica mista su carta, 50×70 cm. Note: su retro dedica “a Francesco Moschini”, Bicocca concorso/1995 e firma autografa. Copyright: Vittorio Gregotti / Courtesy: Collezione Francesco Moschini e Gabriel Vaduva A.A.M. Architettura Arte Moderna. Immagine tratta da qui.]
In ricordo di un grande architetto e di quello che, a mio parere, è il suo più “grande” e bel progetto, il nuovo quartiere Bicocca a Milano.

[Bicocca, Milano, Comparto multifunzionale “La piazza”. Immagine tratta da qui.]
Cliccate sulle immagini, oltre che sui vai link, per accedere a vari contenuti dedicati all’opera architettonica di Vittorio Gregotti.

Un mondo avido di vasche da bagno

Ma a prescindere da dove si trovi la verità, una cosa è molto chiara: oggi la nostra grande e bella società è come un ipocondriaco – così ossessionato dalla sua salute finanziaria da aver perso la capacità di restare in salute. Il mondo intero è così avido di vasche da bagno da aver perso la stabilità necessaria per costruirle e persino per chiudere i rubinetti. A questo punto, niente potrebbe essere più salutare di un po’ di sano disprezzo per la pletora di benedizioni materiali da cui siamo circondati.

(Aldo Leopold, Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pag.19; ed.orig.1949. La citazione è parte del prologo del libro, scritto da Leopold il 4 marzo 1948. Ma sembra oggi, sì.)