La bellezza della montagna (in)disturbata

Chissà se quelli che salgono in montagna alla ricerca di panchine giganti, ponti tibetani, passerelle panoramiche e altre amenità da parco giochi alpestre sanno rendersi conto della grande bellezza che sicuramente li circonda, nei luoghi che ospitano quegli intrattenimenti, nelle grandi vedute come nei piccoli dettagli: ad esempio del meraviglioso “disegno” del cielo generato dalle cime degli alberi di un bosco (un ricamo arboreo che spesso mi fermo di colpo a osservare, quasi incantato da una così semplice, minima eppure incantevole visione… magari sembrando un idiota, per chi mi vedesse in quei momenti e sotto certi aspetti a ragione, per come mi sa imbambolare). Io mi auguro di sì, che se ne rendano conto della bellezza che hanno intorno anche se non tutti, visti gli atteggiamenti e i comportamenti di alcuni, ma tanti sì, lo spero.

Tuttavia, il problema è che cercare di cogliere, apprezzare e meditare la meraviglia del paesaggio montano da quelle infrastrutture parecchio avulse ad esso è come contemplare la bellezza di un capolavoro artistico nella sala di un museo entro la quale siano piazzate delle casse acustiche che rimbombano musica techno ad alto volume – di quella un po’ tamarra, per giunta. Non è che non si possa fare: si fa, volendolo. Ma non è proprio la stessa cosa di farlo in una condizione di adeguata quiete e di ideale predisposizione al godimento di cotanta bellezza; inevitabilmente, ciò che se ne potrà trarre, in quanto a sensazioni, emozioni, esperienze, sarà qualcosa di diverso, poco contestuale, deviato. Con tutto ciò che poi culturalmente ne consegue.

«Ognuno è libero di potersi godere la montagna come vuole!» osserverà qualcuno. Vero, ma è bene non fraintendere: la vera libertà dell’andare in montagna si manifesta in maniera proporzionalmente crescente a quanto la si comprende sempre più a fondo. Altrimenti, quella di cui si pensa di godere è la “libertà” di chi si può liberamente muovere dentro un recinto. Ecco.

P.S.: la foto in testa al post, di qualità ovviamente scadente visto che l’ho fatta io – che non sono un fotografo, ci tengo a rimarcarlo – con il cellulare, l’ho scattata qualche giorno fa in uno di quei momenti di piacevole imbambolamento sopra descritti, in un lariceto sulle Alpi Orobie valtellinesi.

Anche la montagna è una “merce” che si può vendere?

[Immagine tratta dal sito web di Stefano Ardito, che offre una bella riflessione sul tema dei nuovi rifugi alpini.]

I luoghi a evoluzione parzialmente naturale, che conservano ancora una ricchezza biologica diversificata e protetta, sono rimasti pochi. Se anche questi territori, rimasti fuori dallo sfruttamento intensivo dell’ultimo secolo, vengono intesi come merci da “mettere a valore” si trasformano automaticamente in oggetti di pregio come ogni bene sparso sui mercati internazionali. Lo ha ampiamente dimostrato anche il periodo post-Covid, nel quale i viaggi internazionali sono stati in parte interdetti e molti turisti si sono rivolti alle risorse territoriali raggiungibili in loco, invadendo le località turistiche di montagna. Di fronte a questa crescita della domanda di servizi turistici anche una parte dei gestori di rifugi alpini sembra aver perso di vista qual è la loro funzione originaria, e quale dovrebbe continuare ad essere all’interno di territori fragili e pericolosi. Ma l’incremento dei ricavi e dei profitti sembra attirare molto di più di ogni impegno etico per mantenere territori di grande pregio naturale così come sono e lasciarli in eredità ai posteri. […] Una cosa è certa: quando i luoghi dell’anima, dove gli individui entrano in contatto con la propria natura biologica e spirituale, saranno ridotti a merci qualcuno si arricchirà ma tutti noi saremo più poveri.

[Da Montagna per tutti, montagna di pochi, di Diego Cason, pubblicato il 4 maggio 2023 su Rivistailmulino.it. Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza.]

Si può considerare uno spazio di grande pregio naturale non antropizzato posto in montagna, magari oltre i 2000 m di quota, “vendibile” come qualsiasi altro, dunque come fosse una “merce”? Ma se il valore di una merce è determinato anche, se non soprattutto, dalla sua riproducibilità e della conseguente disponibilità, e se un certo spazio naturale non può essere riprodotto in quanto reso unico dalle proprie peculiarità – tanto più nella geografia montana, con le sue morfologie sempre differenti che determinano differenti caratteristiche locali, non solo paesaggisticamente – come si può dare un valore a uno spazio in montagna al punto che possa essere venduto e comprato? Come si può rendere “stimabile” ciò che a tutti gli effetti è inestimabile?

P.S.: su tematiche simili e correlate all’articolo qui citato ne ho scritto qualche mese fa qui.

Ieri sera, al Filandone di Martinengo

Ringrazio di cuore i presenti alla serata di ieri sera al meraviglioso Filandone di Martinengo nella quale Francesco Garolfi e io abbiamo riproposto TALLINN BLUES, la performance musical-letteraria incentrata sul mio libro Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano (Historica Edizioni). Leggere alcuni brani del libro accompagnato dalla mirabile arte musicale di Garolfi in un luogo così speciale è stata un’esperienza assolutamente forte, che mi auguro di poter ripetere ancora, nel prossimo futuro. E già stiamo pensando al come riproporla…

Ringrazio di cuore anche Emanuela Zappalalio, attiva e sensibile responsabile della Biblioteca di Martinengo, che ha reso possibile l’evento (alcune delle foto lì sopra sono sue), e l’Officina Culturale Alpes con la sua presidente Cristina Busin, con la quale io e Francesco a vario titolo collaboriamo, per averci “costruito intorno” questa bella serata – nonché per alcune altre foto della galleria pubblicata.

Alla prossima! 😉

Che cosa ci vedete in queste immagini?

Sono immagini che ho tratto da una serie fotografica pubblicata sulle pagine sociale di Varasc.it – ad esempio su Facebook è qui.

Per quanto mi riguarda, io ci vedo un luogo dove dimora il Genius Loci delle Alpi “in persona”, nel quale si ritrova l’anima più autentica dello spazio alpino, la coscienza del luogo-Alpi. E ci vedo la vita, il futuro, ovviamente la bellezza, ci sgorgo le fattezze di una gran fortuna, un tesoro, la forma che vorrei avesse la mia anima, un racconto affascinante, ci colgo un senso di fiducia e di responsabilità. Un posto in cui sentirsi bene semplicemente standoci, dove sentirsi in equilibrio. Un posto che dà un senso alle cose, qualsiasi esse siano.

Altri, invece, ci vedono un mero motivo per fare soldi, alla faccia del luogo stesso e di qualsiasi altra cosa, ne più ne meno fosse uno spazio sterile da dover far monetizzare perché altrimenti ritenuto inutile, sterile, fastidioso. Magari pure brutto. Come un prato di periferia in mezzo a tanti palazzoni ove non poter far altro che costruircene sopra altri, piuttosto di tutelarlo come ultima preziosa area verde. Chi vuole guadagnarci sopra lo vede esattamente così: una inutile periferia alpestre in mezzo ai propri danarosi “centri commerciali”. Un fastidio appunto, un impiccio da togliere di mezzo al più presto conquistandolo ai propri interessi particolari.

Ecco: secondo me, voler piazzare degli impianti funiviari nel Vallone delle Cime Bianche (il luogo in questione, per chi non lo [ri]conoscesse) è la manifestazione di un’alienazione ossessiva. Di un’incapacità di cogliere le cose belle e importanti per far spazio a quelle nocive, deleterie, riprovevoli ma che si inseguono morbosamente in forza di una devianza che nella realtà si manifesta nella pretesa di fare soldi a scapito di chiunque e di qualsiasi cosa. Anche di se stessi, sia chiaro, ma ovviamente in quell’alienazione non si è in grado di capirlo.

Non vedo come altrimenti spiegare la volontà di distruggere un luogo così speciale – non solo per le Alpi valdostane – senza nemmeno formulare una pur minima presa di coscienza, e di assunzione di responsabilità, di ciò che significherebbe. Ragionare solamente in termini di meri numeri, di milioni (di soldi pubblici) da spendere, di tornaconti personali, di marketing, di ostentazione di potere politico e commerciale rispetto a un luogo del genere: vi pare sensato? Vi pare logico, sostenibile, ammissibile, anche al di là che possa ritenersi (presuntamente) legittimo? Si può ancora ragionare così, quando si ha a che fare con l’ambiente naturale, a fronte di tutto quanto è già stato fatto e dei problemi che molti delle cose fatte hanno generato? Devastare un ennesimo territorio montano… per chi? Per cosa? Perché?

Non è una questione di tutela ecoambientalista da una parte e di sviluppo turistico-imprenditoriale dall’altra, no: è una questione di sensibilità, buon senso e saggezza contro prepotenza, insensatezza, menefreghismo innanzi tutto contro – ribadisco – se stessi e la propria gente, anche prima che contro la montagna.

In quell’immagine del Vallone delle Cime Bianche, luogo emblematico di molti altri sulle montagne italiane a rischio di devastazione, io ci vedo quanto avete letto. E non mi spiego la questione in altro modo.

P.S.: i miei numerosi articoli dedicati alla questione del Vallone delle Cime Bianche li trovate qui.

Questa sera a Martinengo… TALLINN BLUES!

Questa sera alle 20.45, al Filandone di Martinengo, avrò il piacere di riproporre insieme al mirabile Francesco Garolfi TALLINN BLUES, la performance musical-letteraria incentrata sul mio libro Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano (Historica Edizioni). Vi guideremo attraverso il cuore di una delle città più belle e particolari d’Europa, che diventa emblema dell’essenza del concetto di “viaggio” e dell’idea di “meta”, accompagnati da letture scelte del libro e dalle affascinanti note della chitarra di Garolfi. Il tutto in uno dei più bei luoghi recuperati alla cultura in Lombardia (e non solo): il Filandone di Martinengo.

Dunque vi aspettiamo, stasera a Martinengo, e vi assicuriamo che faremo di tutto per regalarvi una serata veramente emozionante. Garantito!