“Architetti e territori, 5 esperienze alpine”

Disquisendo spesso sul blog o in articoli vari di paesaggi montani e interventi antropici in essi, e non di rado dovendolo fare con toni critici in forza di ciò che nella forma e nella sostanza sui monti viene realizzato ovvero, per farla breve, di cose brutte in un ambito invece così bello (il che le rende ancora più opinabili), vado spesso alla ricerca dell’antitesi, cioè di cose belle e fatte bene e non solo per mere seppur importanti ragioni estetiche, ma per la presenza di una coerenza teorica e pratica rispetto al territorio oggetto dell’intervento, al suo paesaggio e al locale patrimonio culturale, sia quello materiale che quello immateriale. E se, come spesso accade, le cose brutte risultano più evidenti e più dissonanti (per cui viene conseguentemente più facile parlarne e denunciarne il danno cagionato, appunto), di cose belle e ben fatte sui monti ce ne sono molte, a opera di progettisti che finalmente si mostrano consapevoli del luogo nel quale operano, delle sue peculiarità culturali, della storia e del paesaggio, ricercando un dialogo fruttuoso con il Genius Loci dal quale trarre preziose e specifiche indicazioni sulle quali poi costruire i propri progetti.

Architetti e territori, 5 esperienze alpine, quaderno numero 48 della Fondazione Courmayeur Mont Blanc e sintesi dell’omonimo progetto pluriennale dell’Osservatorio sul sistema montagna “Laurent Ferretti” promosso dalla Fondazione stessa, presenta e descrive le esperienze professionali di cinque tra i più significati architetti in attività sulle Alpi e lo fa attraverso un punto di vista particolare e alquanto emblematico, ovvero relazionando i progetti con i luoghi nei quali sono stati realizzati. Non solo: altra particolarità, è che si tratta di luoghi specifici e geograficamente limitati, dunque dotati di una propria omogeneità paesaggistica e culturale in genere che ha rappresentato per i cinque architetti un elemento di base imprescindibile, facendo dunque dei lavori non solo meri interventi architettonici più o meno conformi al territorio ma innanzi tutto delle rappresentazioni coerenti dell’identità di quei luoghi, narrata e reinterpretata secondo i canoni della progettazione architettonica più avanzata e innovativa. Si possono così conoscere le esperienze – che nell’ottica geografica appena descritta vi elenco per ampiezza decrescente dei territori considerati – di Maruša Zorec in Slovenia, di Helmut Stifter e Angelika Bachmann in Alto Adige, di Hans-Jörg Ruch in Engadina, di Armando Ruinelli in Val Bregaglia e infine di Enrico Scaramellini in Valchiavenna []

[Enrico Scaramellini, Casa VG, Madesimo, 2017. Foto di Marcello Mariana, fonte: abitare.it.]
(Potete leggere la recensione completa di Architetti e territori, 5 esperienze alpine cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

GeographicArt #4

Cliccate qui, per capire meglio perché vi proponga carte geografiche.)

Questa notevole “mappa”, pubblicata in origine qui, illustra il continente europeo in base alle opere d’arte tra le più iconiche – ovvero considerabilmente tali – e celebri per ciascun paese. Oltre a rappresentare un divertente gioco per il quale indovinare i vari capolavori raffigurati, riesce in effetti a illustrare in modo tanto immediato quanto significativo (seppur ovviamente diacronico) anche i vari caratteri nazionali europei, che l’arte come forse nessun altra cosa umana ha saputo mettere in evidenza e a suo modo identificare nel tempo.

Qui potete saperne di più sulla mappa e su alcune delle opere d’arte che la compongono.

I vetri rotti della Val di Mello

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Ogni tanto la cito, la cosiddetta «Teoria delle finestre rotte»: dice, in breve, che se i vetri delle finestre d’un palazzo restano intatti, a nessuno verrà in mente di romperne qualcuno; se invece viene rotto anche un solo vetro, in breve tempo verranno rotti anche gli altri e ciò accadrà pure nel resto del quartiere in cui si trova quel palazzo. È (anche) una teoria sull’ordinarietà delle cose e su come le persone possono intendere tale “ordinarietà”, la quale è sempre lo stato della realtà al momento della sua percezione condivisa, a prescindere da eventuali norme che la possano regolare. Così, se in una via pubblica pulita qualcuno getta il mozzicone di una sigaretta, qualcun altro intenderà (più o meno consapevolmente) un gesto del genere come una cosa “normale”, naturale. «L’ha fatto lui, perché non devo farlo io?» Lo farà a sua volta, un terzo lo osserverà, ripeterà il gesto e così via. Che ciò sia giusto o sbagliato è un dettaglio che scivola in secondo piano, ben presto adombrato dal senso comune che si impone nella circostanza e che, rapidamente, perde (o dimentica) la capacità di capire cosa sia giusto e cosa sbagliato regolandosi sullo stato di fatto recepito come “normalità”, appunto.

Ecco: in Val di Mello, uno dei luoghi più belli delle Alpi, riserva naturale in regime di ZPS (Zone di Protezione Speciale) e ZSC (Zone Speciali di Conservazione), da qualche tempo si è cominciato a rompere vetri. E in un luogo del genere, attrattore di flussi turistici parecchio ingenti e spesso troppo inconsapevoli della sua importanza e fragilità a fronte di una gestione della sua integrità ambientale drammaticamente lasca (dietro la quale si intravedono mire a dir poco inquietanti, ahinoi), sta inevitabilmente accadendo che se ne stiano rompendo altri, di “vetri” – si veda lì sopra. Con il rischio che, di questo passo, il meraviglioso palazzo si trasformi in un trasandato rudere ma che di contro a tanti vada bene così, che la considerino una cosa normale, col giubilo di chi promuove (sovente nell’ombra) tali azioni e alla faccia della “riserva naturale”. Già.

Il mondo salverà il mondo #18

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#18: Ivan Konstantinovič Ajvazovskij, Da Mleta a Gudauri, 1868.

Il mondo salverà il mondo #17

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#17: Albrecht Altdorfer, Donaulandschaft mit Schloss Wörth (Paesaggio del Danubio con il castello di Wörth), 1528~

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