Il paesaggio naturale in realtà è espressione di una concezione che noi abbiamo di “natura”, del valore che noi diamo a ciò che è naturale, quando invece la naturalità non è in sé ma è pensata e almeno in parte costruita. La sua realtà è infatti una costruzione sociale, un modalità di percezione culturalmente orientata, una rappresentazione simbolica. Dire natura e dire di amare la natura, stare a contatto della natura, ecc., è essere immersi in una sostanza culturale, essere parte integrante di una storia. Si pensi a come è evoluta la concezione della natura, avendo avuto essa un momento fondamentale nella cultura romantica per la sua influenza su un certo tipo di sensibilità, che aveva spiritualizzato la natura e enfatizzato sentimenti di panismo e titanismo. Scriveva Herder: «Esci, o giovane, in aperta campagna e osserva. La più antica, la più mirabile rivelazione di Dio, ti apparirà ogni mattina come un fatto». Naturale è sempre per noi che osserviamo, l’ambiente naturale esiste per noi che lo vediamo e interpretiamo e tuttavia dobbiamo dire che non è per questo semplicemente a nostra disposizione.
[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]
[Foto di Matthew Henry da Unsplash.]In questi giorni stanno circolando sugli organi d’informazione i risultati di un’indagine curata dall’Osservatorio indifesa dell’associazione “Terre des Hommes” e del gruppo “OneDay” sui giovani (la potete leggere cliccando sull’immagine qui sopra), dai quali si evince che ben l’88% di essi ritiene di soffrire di solitudine.
Ora, pure al netto delle possibili risposte magari fornite con eccessiva superficialità e prive di un’autentica giustificazione, è parecchio inquietante constatare come, nell’era dei social network – così appunto si sono chiamati, “reti sociali” – la generazione che più è connessa e più si connette (dovrebbe connettersi) tra coetanei, in un’età nella quale la socialità è naturale e vitale, si dichiara la più sola. Ciò fa tornare a galla ormai annose disquisizioni sul ruolo, l’influenza e il valore dei social network e le relative considerazioni non esattamente positive al riguardo, ma per molti aspetti mette in discussione l’intero aspetto sociale dell’era e nell’era contemporanea, una questione troppo spesso sottovalutata, trattata in modi piuttosto superficiali quando non trascurata totalmente. Sul tema ci ho riflettuto più volte anch’io, qui sul blog, ad esempio in questo articolo di quattro anni fa nel quale cercavo di capire chi debba essere realmente considerato un “essere sociale”, oggi, e mi pare che quelle riflessioni risultino valide anche ove messe in relazione con i risultati della recente indagine prima citata.
Così, forse fin troppo retoricamente, forse no, mi viene da pensare che ci si può sentire molto meno soli a vagare in solitudine nell’ambiente naturale, lontani da tutto, che a stare nel bel mezzo della società restando continuamente connessi a un ambiente virtuale. E che forse, come ho scritto altre volte, vivere certe condizioni di temporanea solitudine rappresenta la maniera migliore per comprendere, apprezzare e vivere appieno la socialità. Una pratica che non mi sembra così esercitata, al giorno d’oggi: e chissà che quella paura di restare soli di così tanti giovani di oggi non debba essere interpretata proprio come una richiesta di apprendere da qualcuno o qualcosa come vivere meglio la solitudine, ad averne meno timore, a ritrovare una dimensione sociale e di socialità molto meno virtuale e più materiale, più reale, anche grazie alla realtà e alla materialità, ovvero alla concretezza, del mondo che si ha intorno. Qualcosa che di sicuro potrebbe essere ritrovato proprio in una maggior “connessione”, sì, ma con la Natura, ecco. E d’altro canto, potrebbe pure accadere che tale connessione naturale equilibri e riduca la connessione con il mondo virtuale dei social network e di certo web del cui abuso tante voci di denuncia e di allarme si levano, chissà.
«Il continuo abbattimento dei plurisecolari e maestosi “alberi padre”, Patriarchi della Natura, nei boschi, nelle campagne e persino nei viali e nei parchi cittadini, costituisce un “crimine ecologico” che non può avere giustificazione di sorta, e questo proprio nel momento in cui ogni Paese del mondo riscopre il valore inestimabile dei “Patriarchi verdi” sul piano non solo naturalistico, ma anche economico, sociale e culturale.»
Quante volte leggiamo notizie che riferiscono del taglio, nei nostri paesi e nelle nostre città, di grandi alberi per far posto a nuovi parcheggi, strade o cantieri d’ogni genere! E spesso le amministrazioni pubbliche coinvolte rispondono dicendo che i tagli previsti sono “inevitabili” e verranno compensati dalla messa a dimora di tot nuove piante, rivendicando che alla fine saranno più quelle nuove di quelle abbattute. Va bene, la risposta è nel principio anche apprezzabile, se seguita da fatti concreti e interventi ben fatti (cosa non automatica, dalle italiche parti). Il problema però è un altro: è il tagliare certi alberi che non sono alberi come altri ma autentici e fondamentali pezzi di paesaggio, marcatori referenziali (magari da secoli) di luoghi e punti di interesse socioculturale per la città, elementi identitari che determinano l’immagine e la percezione di un angolo cittadino addensando su di sé l’intera storia vissuta in loco. Sono “Patriarchi verdi” tanto quanto urbani, capaci di aver trovato nel tempo un equilibrio ecosistemico (pur circoscritto) con l’ambiente antropico e urbano d’intorno e con tutta la territorializzazione lì realizzata. Ma ancor più, ribadisco, sono creature con le quali il luogo nel tempo ha intessuto una relazione di natura geoidentitaria e culturale, magari pure spirituale oltre che affettiva: eliminare tali alberi da questi luoghi significa in qualche modo eliminare i luoghi stessi e il loro vissuto nel tempo. Se ne crea uno nuovo, di “luogo”, magari non più brutto ma certamente diverso e sicuramente meno vitale – o potrei dire meno vivo, cioè poco o per nulla dotato di evidente, percepibile vitalità come quella che un grande albero sa trasmettere a chiunque se lo trovi davanti agli occhi e nella propria visione del paesaggio locale.
Ha ragione Tassi: il taglio di un grande albero è quasi sempre la manifestazione di un crimine ecologico e pure culturale, sociologico, ambientale e paesaggistico, tanto più che non di rado questi tagli potrebbero essere tranquillamente evitati con meno intransigenza e più intelligenza da parte dei progettisti e degli uffici tecnici. Opporsi a tali azioni è un atto di senso civico, di difesa del paesaggio e di salvaguardia identitaria del luogo e della sua vivibilità. E non ultimo, di protezione della sua bellezza – la bellezza che i grandi alberi manifestano ovunque vivano e suscitano in noi.
Un breviario, come saprete, è un libro che contiene un compendio o un sommario di cose legate a un certo tema, ovvero una raccolta ordinata di opere, estratti, cataloghi, inventari e altro di carattere sostanzialmente omogeneo; con accezione religiosa, è un volume liturgico composto di salmi, inni, preghiere e letture, ordinati secondo le ore del giorno. Tiziano Fratus i suoi libri li definisce silvari, con un neologismo di sua creazione che dal suddetto termine proviene e che ne coglie alcune caratteristiche ma che non sarebbe corretto pensare come mero sinonimo arboreo-letterario di quello. Alberi millenari d’Italia (Gribaudo – Idee Editoriali Feltrinelli, 2021), il suo ultimo libro, certamente può essere inteso come un “breviario” ovvero un compendio delle creature silvestri le cui caratteristiche esplicita da subito il titolo, degli alberi più vetusti, sovente dotati anche del titolo di “monumentali”, che si possono trovare sul territorio italiano, visitati da Fratus che nei vari capitoli racconta del suo incontro con tali vegliardi arborei. In tal senso il silvario, breviario silvestre, può essere letto come una vera e propria guida alla visita a questi grandi vecchi – a volte malandati, altre volte ancora floridi, comunque emozionanti come può esserlo stare accanto a una creatura che vive da mille e più anni – e a una forma di turismo ai luoghi che li ospitano che più “eco” e “green” non potrebbe essere, almeno nello spirito.
Ma risolvere così Alberi millenari d’Italia, un po’ come gli altri libri di Fratus e forse, se posso dire, anche più di essi, significherebbe ridurre grandemente il suo e loro valore. Il libro infatti appare un compendio anche per il pensiero dendrosofico dell’autore, una sorta di ulteriore e più appassionata testimonianza del suo essere Homo Radix, legato alle creature arboree non solo da una passione botanico-letteraria ma anche da una forma personale di spiritualità […]
(Potete leggere la recensione completa di Alberi millenari d’Italia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Per sperare di poter contribuire a salvare qualcosa di questo pianeta dobbiamo anzitutto pacificarci, ciascuno a suo modo. Soltanto dopo potremo sederci, o meglio, potranno sedersi intorno a un tavolo e confrontarsi. Prima di allora qualsiasi tentativo verrà vanificato dalle nostre stesse nature umane, e, nonostante siano oramai trascorsi 70 anni di convegni internazionali e mondiali, decenni di conservazionismo, protezionismo e ambientalismo radicale, non si è ancora compiuto quel vasto cambiamento che ci si aspetterebbe. Trattati, manifesti, proclami, nuovi leader… eppure sembra quasi che il procedere della distruzione sia inarrestabile. Perché? Perché gli uomini e le donne, i desideri e le paure, le angosce e le ossessioni, sono fondamentalmente gli stessi dalla notte dei tempi.