Una montagna iconica come poche altre (summer rewind)

[Foto di Luca da Unsplash.]

In giro per le Alpi vi sono molte montagne morfologicamente iconiche e culturalmente identitarie – ovviamente il Cervino/Matterhorn è la prima che verrà in mente a tanti – ma ve ne sono poche che assumono un carattere di ineluttabile marcatore referenziale come il Grosser Mythen (che invece verrà in mente a pochi, immagino), posto praticamente al centro della Svizzera e vetta profondamente elvetica per molti aspetti.

In primis per la sua posizione geografica, appunto così baricentrica per il territorio della Confederazione e peraltro centrale anche rispetto ai cantoni primitivi, quelli del Patto del Grütli dal quale, nel 1291, è nata la Svizzera odierna, dunque assumente un valore storico simbolico notevole; poi perché questa sua posizione, isolata rispetto ad altre sommità (eccetto che per la presenza del “fratello” Kleinen Mythen, un poco più basso e meno imponente) e dominante la zona dei laghi della Svizzera centrale, rende il monte visibile da molte parti del paese; la sua morfologia particolare lo rende inoltre inconfondibile oltre che, ribadisco, lo fa sembrare un gigantesco cairn piazzato nel bel mezzo del più caratteristico paesaggio svizzero – laghi, prati verdi, mucche al pascolo, foreste di conifere, chalet… insomma, la Svizzera al suo massimo immaginifico.

[Foto di Roland Zumbühl, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

La iconicità identitaria del monte è tale che una raffigurazione artistica del Grosser Mythen, insieme al Kleinen Mythen, dipinta nel 1901 e significativamente intitolata La culla della Confederazione, è presente anche nell’Aula del Consiglio Nazionale presso il Palazzo del Governo Federale di Berna: la vedete qui sotto, insieme alla veduta “reale”.

[Foto di Charles Giron, tratta dal sito web del Parlamento Svizzero, fonte: commons.wikimedia.org.]
[Immagine tratta da www.myswitzerland.com.]
D’altro canto anche il toponimo è sovraccarico di potenziali simbologie, visto che mythen significa “miti” e al riguardo, come se non bastasse, il leggendario eroe nazionale elvetico Guglielmo Tell sarebbe nato proprio all’ombra del Grosser Mythen. Tuttavia bisogna denotare che l’origine del toponimo viene ritenuta differente e proveniente dalla parola femminile latina meta che indica qualcosa di importante o imponente: in effetti fino all’Ottocento il monte veniva chiamato al femminile, Mythä, come accade per numerose altre sommità svizzere, poi nel parlato comune ha finito per prevalere il genere maschile – ma in zona c’è ancora qualcuno che lo chiama nel modo antico.

In questo monte così pienamente svizzero però c’è anche un po’ di Italia: infatti il vertiginoso sentiero che conduce fino alla vetta, tutt’oggi assai frequentato, venne realizzato nel 1864 da un italiano, tale Muratori, incaricato da un appaltatore di Gersau dal nome altrettanto sudalpino, Domenico Taddei. Ma la montagna stessa possiede antichissime origini mediterranee: la sua geologia rivela una formazione del rilievo nelle acque di quello che è oggi il Mar Mediterraneo, all’epoca un bacino secondario del grande oceano che copriva buona parte dell’Europa, la cui massa è stata poi spinta verso Nord (a 150 km dalla posizione iniziale, addirittura) durante l’innalzamento tettonico della catena alpina; i ghiacciai delle epoche geologiche successive, in questa zona spessi fino a 800 metri, hanno poi modellato la montagna generando la forma odierna.

[Immagine tratta da https://www.myswitzerland.com/it-it/destinazioni/grosser-mythen/. Cliccateci sopra per ingrandirla e notare meglio il ristorante sulla vetta nonché il sentiero che la raggiunge.]

Ma per tornare alle peculiarità proprie del monte, e per rendere ancor più “svizzera” la montagna, il Grosser Mythen palesa un’altra gran mania degli elvetici, quella di piazzare ristoranti o cose affini (quando non funivie o funicolari, fortunatamente non qui) in vetta alle loro montagne: ecco dunque che appena accanto al punto più elevato sorge l’omonimo ristorante con alloggio, raggiunto dal sentiero che ho citato poco sopra ma per il resto circondato quasi ovunque dai più impressionanti precipizi. Una posizione unica che regala uno tra i più spettacolari panorami di tutta la Svizzera, per certi versi anche superiore a quello celeberrimo del Monte Rigi (o della Rigi, per dirla al femminile con i locali, vedi sopra).

[Foto di Patrick Federi da Unsplash.]

Insomma, sotto molti punti di vista il Grosser Mythen rappresenta un autentico e basilare fulcro geografico-culturale della Confederazione. Di montagne iconiche e sovraccaricate di simbolismi (anche se a volte meramente turistici e dunque piuttosto artificiosi) la Svizzera abbonda, inutile rimarcarlo: basti pensare ai già citati Matterhorn o al(la) Rigi, al vicino Pilatus, alle vette dell’Oberland bernese oppure alla “montagna nazionale” (intesa idealmente) del Passo del Gottardo; tuttavia i Mythen, e il Grosser in particolare, ha attratto a sé una narrazione più specifica e speciale, priva ad esempio degli afflati alpinistici propri di vette più elevate e spettacolari e maggiormente impregnata di sentimento nazionale tanto quanto di figurazione antropologica. In ciò è senza dubbio un monte iconico nel senso più compiuto del termine, che magari non troverete raffigurato come altri su locandine e gadgets turistici ma che è “Svizzera”, ovvero è la materializzazione dello spirito geopolitico e culturale di un intero paese, probabilmente più di quelli ordinariamente riconosciuti. Se viaggiate oltre Gottardo per andare verso Lucerna o Zurigo oppure ancora più a Nord o viceversa, sia dall’autostrada che dalla ferrovia date un’occhiata verso l’alto e probabilmente lo vedrete, il Grosser Mythen, dacché transiterete quasi ai suoi piedi. E, se l’angolazione, la meteo e gli altri fattori ambientali del momento saranno favorevoli, capirete sicuramente meglio quanto vi ho raccontato fino a qui.

Montagne che così nemmeno in Norvegia ce ne sono (summer rewind)

[Immagine tratta da www.avventurosamente.it.]

Sono persuaso che una simile zona sciistica non esiste nell’Europa Centrale e che nemmeno quella della Norvegia più decantata, un Finse ad esempio, non abbia la varietà di pendii e di tinte di questo Campo Imperatore, illuminato da quel caldo sole d’Italia che i nostri amici di lassù mai avranno.

[Aldo BonacossaGran Sasso d’Italia, paradiso dello sci, ”Rivista Mensile del CAI”, 1923; citato in Stefano Ardito, “Più bella del Nuvolau di Cortina”, su “La Rivista del Club Alpino Italiano” nr°1, marzo 2023. Nelle immagini, due visioni panoramiche invernali e estive dell’altopiano di Campo Imperatore.]

Stefano Ardito, nell’articolo qui sopra menzionato, racconta dell’esplorazione sciistica del Gran Sasso d’Italia da parte del leggendario conte Aldo Bonacossa, figura imprescindibile nell’alpinismo del Novecento e per la conoscenza delle montagne italiane. D’altro canto, indirettamente (ma nemmeno troppo) Ardito rimette in luce la bellezza peculiare e per molti versi straordinaria di quella parte d’Appennino, dal fascino intenso e potente, il quale realmente ricorda regioni lontane e più “esotiche”: l’Europa Centrale o la Norvegia secondo Bonacossa, mentre a me vengono in mente certi altopiani dell’Asia centrale – con le dovute proporzioni ovviamente.

[Foto di Lilloleonardo, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

D’altro canto tutti gli Appennini sono monti fantastici, che da lontano – cioè da quassù dove sto io, sulle Alpi – mi pare di percepire ancora (al netto dei locali) troppo poco considerati, poco apprezzati, dall’anima montana potente eppure scarsamente intesa. Come se soffrissero d’una sorta di soggezione nazionale nei confronti delle più imponenti Alpi, quando invece gli Appennini e la catena alpina hanno in fondo una sola cosa in “comune”: la Bocchetta di Altare, ove le due dorsali si originano. Per il resto gli Appennini sono un mondo montano peculiare, una catena “mediterranea” dalle cui sommità è quasi sempre visibile il mare – o più d’uno – con paesaggi di eccezionale bellezza e interesse generati anche da una relazione dell’uomo con i territori per molti aspetti più articolata e profonda di quanto accaduto per le Alpi. D’altronde, se in Italia di wilderness si volesse parlare, anche empiricamente, verrebbero in mente certi angoli appenninici più che altri alpini: territori che conservano un’anima naturale ancestrale entro la quale spesso la civiltà umana sembra lontanissima, a volte anche del tutto assente.

Insomma, c’è assolutamente da ritornare sui passi del conte Bonacossa, lombardo doc (di famiglia pavese) che dalle “sue” Alpi scese spesso a esplorare gli Appennini trovandovi sempre cose notevolissime, e lo dico innanzi tutto a me stesso. Offrono spazi e paesaggi ineluttabili, nei quali spero di vagabondare presto.

Una cartolina dal Breuil e una dal Braulio (summer rewind)

Un amico che sa della mia malsana passione per la toponomastica mi chiede se vi sia qualche attinenza etimologica tra i toponimi di forma e suono molto simili relativi a due località alpine parecchio distanti tra di loro: Breuil, ovvero il villaggio “sul” quale è sorta Cervinia, in Valle d’Aosta, e Braulio, monte e valle (con torrente) tra Bormio e il Passo dello Stelvio in Lombardia.

La domanda è legittima perché accade spesso che toponimi di luoghi anche molto lontani tra di loro, aventi forme lessicali simili oppure differenti dacché adattate agli idiomi locali ma con antiche radici comuni, risultino parimenti dotati dello stesso significato. Nel caso specifico però la risposta è no: il valdostano Breuil è un toponimo derivato dalla voce franco-provenzale breuil o braoulé, che indica i piani paludosi di montagna, cioè l’aspetto che probabilmente un tempo aveva il fondovalle della conca alla testata della Valtournenche ove oggi sorge Cervinia; il lombardo Braulio, invece, un tempo scritto anche nelle forme Braulii o Mombragli e la cui radice è la stessa di un’altra montagna della zona, il Piz Umbrail (a volte italianizzato in Ombraglio), è un toponimo il quale sembra richiamare l’ombra che caratterizza la media e bassa valle omonima, un canyon incassato e profondo più di 800 metri rispetto alle creste delle cime circostanti. Il “Monte dell’Ombra”, insomma.

In ogni caso, che abbiano origini e significati comuni o differenti, fateci caso a quanto siano affascinanti i toponimi, specialmente quelli di luoghi così carichi di storie, bellezze, fascini, narrazioni, peculiarità geografiche, ambientali e paesaggistiche come quelli di montagna. Come sostengo spesso al riguardo, il toponimo è un piccolo e immateriale scrigno che sa custodire un sacco di tesori culturali sempre pronti da scoprire, leggere, conoscere e dai quali farsi illuminare nonché, come ha scritto Paolo Rumiz ne La leggenda dei monti naviganti, è una garanzia affinché ci siano sempre i luoghi, cioè quegli ambiti che sono il frutto della relazione tra il territorio, le sue caratteristiche e le genti che nel tempo lo hanno attraversato, vissuto, abitato, modificato. Per questo conoscere i toponimi e ciò che custodiscono è un po’ conoscere i luoghi che identificano in un modo tanto immediato quanto inaspettatamente profondo. Abbiatene sempre cura, dunque: il loro valore è realmente inestimabile!

(Cartolina in alto: il Breuil intorno al 1900; fonte www.comune.valtournenche.ao.it. Cartolina in basso: la valle del Braulio con la strada che da Bormio sale al Passo dello Stelvio; foto di Philip Pikart, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.)

Buone notizie dal Lago Bianco, nonostante tutto

Dal Lago Bianco al Passo del Gavia giunge finalmente l’impegno formale delle autorità locali competenti (Comune di Valfurva, Regione Lombardia, Parco Nazionale delle Stelvio) al ripristino dello stato naturale della zona coinvolta dallo scellerato cantiere di posa delle tubazioni per la captazione dell’acqua del lago a beneficio dell’innevamento artificiale di Santa Caterina Valfurva, bloccato lo scorso ottobre.

È una notizia tanto bella quanto necessaria, senza dubbio, visto che il danno criminale inferto al Lago Bianco non poteva considerarsi risolto con il semplice stop ai lavori (l’immagine in testa all’articolo è assai significativa al riguardo). I referenti del Comitato “Salviano il Lago Bianco” che ha portato a compimento la battaglia si dicono «assolutamente soddisfatti della dura e significativa vittoria ottenuta dopo un anno di strenuo impegno civile che ha portato allo stralcio dell’abominevole progetto. Restiamo tuttavia in attesa della sentenza della Procura della Repubblica di Sondrio presso la quale abbiamo nei mesi depositato i vari esposti e dalla quale siamo stati ascoltati come persone informate sui fatti elencando ore di dichiarazioni contenenti infiniti spunti di indagine. Teniamo a ricordare che quanto accaduto lassù va ben oltre il “danneggiamento di habitat protetti” ed entra in svariati ambiti inerenti la gestione cantieristica, norme sulla sicurezza del lavoro ed il rispetto civilistico di svariate norme nazionali.»

Già, perché un simile, sconcertante danno non può in nessun modo restare impunito. Chi lo ha pensato, avallato, sostenuto, deciso e difeso deve in qualche modo rendere conto delle proprie responsabilità. Non è mero giustizialismo questo: è dovere morale e civico, oltre che politico, verso il luogo e le sue innumerevoli valenze culturali. È il rimettere nel giusto equilibrio le cose, evitando di innescare squilibri e dissesti ancora peggiori.

In effetti, a fronte della vittoria ottenuta, che ora speriamo diventi completa e definitiva, un danno grave è stato comunque inferto al Lago Bianco. Per questo ho aggiunto al titolo quel «nonostante tutto». Come di nuovo rivelano i referenti del Comitato, «abbiamo già effettuato diversi sopralluoghi nella zona del cantiere constatando come gli assurdi lavori abbiano inciso sugli habitat protetti. Lo sconquasso effettuato dagli scavi, dalle trivellazioni, dagli sversamenti è ancora assolutamente evidente; l’esagerata area di scavo (ricordiamo mai contemplata né autorizzata dai progetti né dalla traballante Vinca) appare come un terreno martoriato, sconnesso, completamente privo di vegetazione. Il pozzetto di ispezione e controllo di cemento risulta ora spuntare dal livello del terreno di circa 40cm. Il tubo di captazione (in realtà i tubi, dato che ce ne sono altri incastrati nel terreno) sono li in bella vista, arrugginiti a certificare l’abuso edilizio. Un evidente pugno in un occhio in una zona che era prateria alpina, confinate con una torbiera ricca di pregiatissime e fragili specie botaniche tra cui gli spettacolari eriofori che tutti noi ben conosciamo e che han sempre attratto migliaia di fotografi ed appassionati naturalisti.»

[L’area del cantiere al momento risulta malamente rattoppata e completamente priva di qualsiasi vegetazione, proprio dove prima si estendeva la torbiera alpina tipica del lago.]
Come ho scritto fin da quando sono venuto a conoscenza di ciò che stava accadendo al Lago Bianco, lassù è stato commesso un crimine. Ambientale in primis ma pure politico, morale, civico, culturale, etico. Del quale qualcuno deve rispondere: non per vedersi comminata chissà quale condanna ma innanzi tutto perché siamo (ci vantiamo di essere) una civiltà e la civiltà si basa ineluttabilmente sulla giustizia in quanto «principio naturale di coordinazione e di armonia nei rapporti umani». Se non c’è giustizia non c’è civiltà, e non c’è umanità.

L’augurio, ribadisco, è che presto il Lago Bianco possa tornare ciò che era in origine. E che gli uomini si possano dimostrare più consapevoli e giusti nei confronti del mondo che abitano e vivono.

P.S.: qui trovate tutti gli articoli che nei mesi scorsi ho dedicato alla vicenda del Lago Bianco.

(Le immagini del Lago e i documenti sono tratti dalla pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco“; l’articolo è del “Giornale di Brescia“.)

Il Vallone delle Cime Bianche e la maggioranza che ha a cuore le montagne

A volte, quando si commentano progetti, iniziative, fenomeni legati alla turistificazione più pesante e degradante delle montagne e all’apparente successo di pubblico che ottengono, ci si lascia prendere dallo sconforto suscitato dalle cronache mediatiche che riportano di folle a certi luna park montani, a panchine giganti o ponti tibetani oppure a luoghi dei quali sembra contare solo l’instagrammabilità e niente altro.

Invece non è così, quella non è la maggioranza: al solito, chi urla e strepita fa più rumore di chi se ne sta tranquillo e per questo non fa notizia (e non è funzionale alla propaganda dei politici di turno). Invece, un pubblico ben più attento, consapevole e sensibile alla frequentazione equilibrata dei territori naturali, e in primis delle montagne, è sempre più ampio e in costante aumento. Ma siccome non si ammassa presso qualche “giostra” turistica o in qualche luogo iper pubblicizzato, appunto, non si fa notare. E i media, non tutti ma i molti (troppi) sempre a caccia del più facile sensazionalismo, ne parlano solo in casi rari e obbligati.

Sabato scorso, in occasione di “Una salita per il Vallone 4” in difesa del Vallone delle Cime Bianche minacciato da un devastante progetto funiviario al servizio dell’industria sciistica, c’erano 400 persone. Quattrocento escursionisti (li vedete in parte nelle immagini di Enzo Zucco che ho tratto dalla pagina https://www.facebook.com/varasc) che si sono impegnati in una salita di due ore e mezza fin oltre i 2300 metri di quota per manifestare la propria adesione, sostegno e vicinanza alla battaglia a difesa del Vallone da quello scellerato progetto – e chissà quanti avrebbero voluto partecipare ma gli impegni personali o la stessa camminata di sviluppo non indifferente glielo ha impedito.

Fatte le dovute proporzioni statistiche, politiche (nel senso nobile del termine) e “civiche”, i quattrocento del Vallone (un numero incredibile, visto il contesto) hanno manifestato e rappresentano una massa ben più grande di persone che hanno a cuore le nostre montagne e la difesa del loro ambiente naturale, che lo frequentano responsabilmente e capiscono benissimo quanto certi progetti turistici siano devastanti e pericolosi. Esattamente – ma in maniera inversa – come quelli che si vedono affollare i suddetti luna park montani, invece, non rappresentano pressoché nulla, né di sé stessi e nemmeno della realtà delle montagne. I primi sono la vera maggioranza, meno visibile come detto, più silente, a volte da sollecitare ma comunque ben più importante per le montagne dell’altro pubblico che, per scelta o per induzione, ha scelto il facile divertimento invece che la più consona consapevolezza – senza capire che con una maggior consapevolezza dello stare in montagna si divertirebbero molto di più, altro che luna park e Instagram!

Dunque è da evitare quello sconforto che fa il gioco del turismo montano più becero, bisogna invece lasciare spazio all’unione tra tutti quelli che vivono e frequentano la montagna in maniera equilibrata che fa la forza della montagna stessa e, fin da oggi, rende altrettanto forte il suo futuro. Esattamente come si sta facendo per il Vallone delle Cime Bianche, la cui battaglia per la sua difesa raccoglie sempre più consensi, adesioni, attivismi, volontà di fare quanto necessario per salvaguardarne la mirabile bellezza.

Questa è vera maggioranza perché è maggiore la sua consapevolezza nei riguardi delle montagne, e la battaglia per il Vallone è uno dei migliori modelli atti alla presa di coscienza e all’azione riguardo tutto ciò. Gli altri, quelli delle montagne-luna park che a volte sembra stiano vincendo, hanno già perso e con essi ha perso quella politica locale (non solo, ma soprattutto) che su tale stortura prova a campare e a ricavarci tornaconti. È solo questione di tempo e di impegno nel coltivare reciprocamente la consapevolezza necessaria e l’attenzione verso le montagne oltre che nel perseverare nella salvaguardia del loro ambiente. Perché il confronto, che al momento appare ancora “problematico”, diventi una vittoria certa, totale e definitiva.

P.S.: ecco tutti i modi che avete per sostenere la fondamentale battaglia in difesa del Vallone delle Cime Bianche:

  • seguire la pagina Facebook “Varasc.it“, per restare aggiornati sugli sviluppi della vicenda.
  • sottoscrivere la petizione su “change.org”, che ha già superato le 20.000 firme, https://chng.it/L4YqDb4t
  • partecipare alla raccolta fondi “Insieme per Cime Bianche” aperta al fine di sostenerne la tutela legale: https://sostieni.link/36071

P.S.#2: grazie di cuore a Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti per guidare da anni le iniziative in difesa del Vallone con mirabile passione, impegno, visione e profondo amore verso le montagne.