Leggere troppo, ma non leggere abbastanza

Qualche giorno fa sul sito web de “La Repubblica” è stato pubblicato un video (cliccate sull’immagine qui sopra per vederlo) nel quale Bruno Le Maire, ministro francese dell’Economia, si è rivolto alle giovani generazioni in un appassionato discorso diventato virale sui social a favore della lettura dei libri in contrapposizione alla dipendenza da web e social. «Leggete, staccatevi dagli schermi. Gli schermi vi divorano, la lettura vi nutre» ha detto Le Maire. «Gli schermi vi svuotano, i libri vi riempiono. Fa tutta la differenza. La letteratura e i libri vi permetteranno di scoprire quanto siete unici e fino a che punto non assomigliate a nessun altro. È quello che fa l’umanità. Ogni persona è unica. Ed è la letteratura che ce lo insegna.»

Al ministro francese, e al suo appello senza dubbio ottimo e importante nei principi esposti, ha “risposto” a suo modo Pier Luigi Sacco, intellettuale illuminante che sovente “ospito” qui sul blog in forza della costante lucidità e profondità delle sue considerazioni sui temi della cultura in genere, il quale sulla propria pagina facebook ne ha postate alcune al riguardo che nuovamente trovo assai interessanti e sagaci per come sottolineino un paio di cose fondamentali, sull’argomento. Ve le propongo, sicuro che a vostra volta le troverete importanti e “preziose”:

Questo appello sarà anche diventato virale, ma sospetto che a viralizzarlo siano stati soprattutto i genitori e i coetanei del Ministro. Fare la morale alle nuove generazioni non è mai stato efficace in genere. Per quanto nella sostanza ciò che viene detto sia vero, nel senso che la letteratura e i libri in generale sono una risorsa fondamentale, la cui rinuncia comporta un grave impoverimento in molti sensi, non credo che sia così che si convincerà qualche giovane in più a leggere. Credo che abbia ragione Pennac quando dice che il modo migliore di creare abitudine per la lettura è leggere ai propri figli, nell’età in cui questo è ancora possibile, ed estendendo il senso del suo ragionamento anche alle età successive dello sviluppo, creando interesse attorno a quello che i libri hanno da dirci e da raccontarci, non attraverso la demonizzazione dei nuovi mezzi, ma attraverso un loro uso intelligente. Anche perché c’è stato un periodo in cui il nuovo erano proprio i libri stampati, e qualcuno si stracciava le vesti pensando a come i romanzi licenziosi avrebbero corrotto l’animo dei giovani. Una delle doti dei libri è che consentono di mantenere una memoria storica. Forse il problema delle generazioni oggi mature non è che hanno letto troppo, ma che non hanno letto abbastanza per affrontare i tempi che viviamo con una sufficiente generosità e apertura mentale.

La scrittura e il paesaggio

[Foto di pasja1000 da Pixabay.]
Il rapporto che esiste tra il territorio e il paesaggio è molto simile a quello che, nella lingua parlata, c’è tra parole pronunciate e messaggio comunicato. Il territorio è come le parole, la forma dell’espressione vocale e la manifestazione della peculiarità linguistica; il paesaggio è il messaggio, il significato espresso, percepito e da comprendere. Forse è proprio per questo che, personalmente, trovo vi sia così tanta affinità tra il “mestiere” dello scrivere, in senso letterario, e quello dell’indagare le relazioni tra uomini e paesaggi. La scrittura genera (ed esprime) concetti intellettuali, aiutando a elaborarne altri di conseguenza in base a chi la legge, a come la interpreta e a quali emozioni suscita; il territorio genera il concetto del paesaggio che viene elaborato di conseguenza da chi lo osserva, lo percepisce, lo vive e vi interagisce.

Ugualmente, per questo il territorio lo si può considerare un libro scritto nel tempo dagli uomini che vi hanno vissuto e lo hanno abitato, modificato, abbellito o guastato: il messaggio del testo che vi si può leggere è il senso del suo paesaggio. Saperlo comprendere, e saperci cogliere l’inestimabile cultura che offre, non è solamente un esercizio di mera geografia fisica ma soprattutto una pratica di geografia umana, nel senso più pieno e compiuto (dunque non solo scientifico, anche filosofico) della definizione. Cioè dell’uomo, della nostra mente e del nostro animo, di noi tutti che i territori di questo mondo e i loro paesaggi li viviamo quotidianamente e nei quali giorno per giorno ci specchiamo per ciò che siamo – per ciò che quei paesaggi sono.

L’esame di italiano di quel calciatore (un post particolarmente sarcastico)

[Immagine tratta dal web.]
Mi sono imbattuto qui e là sul web nelle notizie riguardanti la questione di quel calciatore al quale è stato “truccato” l’esame di italiano pur di fargli prendere la cittadinanza per ragioni di ingaggi milionari, nonostante lo stesso «non coniuga i verbi» e «parla all’infinito».

Ora, posto che verso il calcio, i calciatori e le vicende ad essi correlate ho lo stesso interesse che potrebbe avere un boscaiolo dell’Alaska in un corso di portamento per mannequin, sono ben d’accordo che se un tizio non parli l’italiano ad un livello accettabile non possa pretendere di ottenere la cittadinanza. Ma d’altro canto mi chiedo, sarcasticamente tanto quanto obiettivamente: e allora tutti quegli “italiani” che la cittadinanza ce l’hanno dalla nascita e non sono in grado di parlare, scrivere e intendere l’italiano ad un livello accettabile, quella cittadinanza se la meritano pienamente? Se dovessero loro affrontare un esame di italiano, ovviamente privo di sotterfugi e aiutini, come se la caverebbero? Se la vedrebbero confermata, la cittadinanza?

A leggere gli scritti e sentire le parole di non pochi “italiani”, io qualche dubbio al riguardo ce l’avrei, ecco. Senza contare poi l’ipotesi di aggiungere eventuali altri esami sulla conoscenza geografica o culturale dell’Italia: così facendo temo che San Marino finirebbe per avere una popolazione maggiore, già!

Ma forse, appunto, sono solo troppo sarcastico. Chiedo perdono, nel caso.

Leggere prima di dormire

[Foto di Peter Fischer da Pixabay]
Non passa praticamente sera senza che io, prima di addormentarmi, non legga qualche pagina di un libro. E ce ne sono alcuni che, più di altri, mi agevolano il sonno, nel senso che mi addormentano sul libro stesso, o quasi.

Dal mio punto di vista questa non è affatto una cosa negativa, anzi: quei libri non mi addormentano perché mi annoiano ma perché mettono in movimento la mente in modo così intenso da “stancarla” al punto che essa abbia bisogno di un adeguato riposo, come quello che il sonno può donare. Certi altri libri, invece, allontanano il sonno perché “reclamano” un diverso bisogno, quello che siano terminati quanto prima per leggere altro: ma devo ammettere che sono sempre particolarmente attento – ci provo, almeno – nella scelta dei libri da leggere, per far sì che una tale eventualità non accada che molto raramente.

Posto ciò, la questione generale resta aperta: si legge un libro prima di coricarsi e addormentarsi per agevolare un rapido e sereno sonno, oppure per tenerlo a bada restando svegli il più possibile a gustarsi il libro letto nella quiete notturna?

 

INTERVALLO – Coeur d’Alene (Idaho, USA), “Little Tree Library”

Immagino conoscerete le Little Free Library, microbiblioteche pubbliche installate nei posti più vari e spesso ricavate dagli oggetti più disparati, nelle quali praticare il bookcrossing. Ecco, a Coeur d’Alene, cittadina nello stato dell’Idaho, USA, Sharalee Armitage Howard, bibliotecaria e artista, ha realizzato uno sviluppo assolutamente sublime del concetto: una Little TREE Library, una minibiblioteca ricavata nel tronco di un albero di cotone di 110 anni, con tanto di illuminazione esterna e interna e finiture di gran pregio.

Una biblioteca piccola nelle dimensioni ma assai grande nel fascino, non c’è che dire!

Cliccate sulle immagini per saperne di più, oppure qui per leggere un articolo dedicato alla Little Tree Library dal sito della sempre intrigante Barbara Picci.