Una luce in fondo al tunnel dello sci, a Lizzola. Ma…

È parecchio significativo constatare come, quando si vogliano sostenere certi progetti turistici – in special modo sciistici – palesemente insostenibili e decontestualizzati rispetto ai territori ai quali vengono imposti, si fa sempre ricorso alle solite frasi: da «la montagna senza sci muore» alla «lotta allo spopolamento» fino all’«ultimo treno» per il rilancio e da non perdere – già “sentito” sulle montagne bergamasche a San Simone, ad esempio.

Evidentemente non solo quei progetti rappresentano dei copia-incolla sparsi a casaccio sulle montagne anche dove le condizioni ambientali e climatiche li rendano già fallimentari prima ancora di nascere – pure al netto dell’impatto paesaggistico – manifestando con ciò una grande carenza di pensiero, di progettualità, di visione e di attenzione alla comunità locale e ai suoi reali bisogni (che ovviamente non sono solo quelli legati al turismo), ma pure le frasi (fatte) utilizzate per sostenerli sono estratte da un unico e minimo vocabolario di slogan la cui ridondanza li rende sostanzialmente vuoti di senso.

Con questo non si può e si vuole affatto sostenere che il turismo non rappresenti un elemento economico importante per i territori come quelli in questione, anzi! Ma a patto che il suo sviluppo sia ben ponderato, basato su una progettualità strutturata a lungo termine, dotato di visione della realtà e del futuro, consono al luogo e alle sue peculiarità nonché – ultimo ma non ultimo, anzi! – in grado di apportare benefici a tutta la comunità residente nel territorio senza con ciò renderla ostaggio di una monocultura economica come quella dello sci, palesemente destinata a non stare in piedi.

[Cliccate sull’immagine per leggere un altro articolo sul tema in questione.]
Investire nello sci in un contesto come quello di Lizzola, oggi e nel prossimo futuro, può significare solo due cose: manifestare ben poca sensibilità per la realtà delle proprie montagne (e pure una certa prepotenza) oppure scarsa lucidità e capacità di pensiero a soluzioni alternative. Che ci sono e in un contesto come quello in questione potrebbero facilmente genere un giro economico maggiore di quello legato allo sci – che peraltro qui, visti i terreni e le quote, dovrebbe sostenere costi esorbitanti per reggersi in piedi.

La montagna oggi muore solo se non si ha la volontà e la capacità di farla vivere: ma se si vuole ancora credere alla retorica degli “ultimi treni da non perdere” perché si rifiutano altre vie da seguire, sarebbe bene che a Colere-Lizzola (e nelle altre località con simili idee arrischiate per la testa) stiano attenti a parlare di tunnel e di treni, perché…:

[«La luce in fondo al tunnel è un treno». Ecco.]

I voli turistici in elicottero aiutano la montagna a “sopravvivere”?

Posto il rispetto per la carica istituzionale, sconcerta leggere le recenti dichiarazioni della sindaca di Valbondione (Valle Seriana, provincia di Bergamo) con le quali commenta l’inevitabile “Bandiera Nera” assegnata da Legambiente al progetto di ampliamento del comprensorio sciistico tra Lizzola (frazione del comune di Valbondione) e Colere, in Valle di Scalveun progetto già tramontato per problemi finanziari e ambientali, ora inopinatamente riproposto nonostante gran parte delle infrastrutture siano a quote ormai fuori precipitazioni nevose, che utilizza soldi pubblici senza offrire alle valli interessate un sostegno duraturo ed efficace», questa la motivazione della “Bandiera Nera”; di tale progetto ne ho scritto qui). La sindaca ribadisce il suo sostegno al progetto e dice: «Appena insediata ricordo la “battaglia” di Legambiente contro l’uso dell’elicottero per voli turistici e anche allora chiesi loro di proporre alternative alle nostre iniziative atte alla sopravvivenza in montagna. Oggi ci risiamo: niente proposte, solo critiche».

[Il territorio che si vorrebbe sottoporre all’ampliamento sciistico; tutta la zona intorno al Pizzo di Petto è pressoché priva di infrastrutture e sostanzialmente integra. Potete ingrandire l’immagine cliccandoci sopra.]
Alla sindaca, senza voler affatto fare l’avvocato difensore di Legambiente che non ne ha bisogno, ricordo che i voli turistici in elicottero sulle montagne che evidentemente a lei piacciono tanto sono una delle pratiche più impattanti per il paesaggio montano (lo denunciai con forza già qui), e inoltre che il suo comune è compreso nella zona di tutela del Parco delle Orobie Bergamasche e circondato da aree protette da ZPS e dalla Rete Natura 2000 per le quali la presenza continua di velivoli rappresenterebbe un danno ambientale e d’immagine devastanti. Inoltre, chiedo come i voli turistici in elicottero possono far «sopravvivere la montagna» inquinandone l’aria e il paesaggio sonoro e come possano essere compatibili con una frequentazione veramente sostenibile, consapevole e rispettosa delle sue montagne.

Infine, di nuovo ribadendo di non voler difendere Legambiente (anche perché non posso definirmi un “ambientalista”), è bene rimarcare che non è un soggetto terzo che si occupa di tutela ambientale a dover proporre alternative turistiche ma è il comune che amministra il territorio in questione a dover manifestare attenzione, sensibilità, cura e competenza verso le sue montagne elaborando progetti e iniziative realmente consone ai suoi luoghi e in grado di alimentare un’economia turistica non monoculturale che possa apportare vantaggi concreti innanzi tutto al territorio e alla sua comunità oltre che ai visitatori i quali, peraltro, proprio in forza di tutto ciò saranno ancora più soddisfatti di frequentare le montagne del suo comune. Ma tenga presente che se elaborerà progetti e iniziative insostenibili, prive di qualsiasi logica e di contestualità con i luoghi coinvolti (vedi i voli in elicottero o nuovi impianti sciistici sotto i 1800 m in aree naturalisticamente intatte), è inevitabile che riceverà critiche e dinieghi: si chiama buon senso e meno male che ancora esiste, altrimenti in certe località d’alta montagna avremmo autostrade, megaparcheggi e centri commerciali “per la sopravvivenza delle montagne e il sostegno all’economia locale”!

Se il comune non possiede le abilità per elaborare quanto sopra, sappia la sindaca che esistono ottime realtà che lavorano in questi ambiti: basta contattarle e pensare a una collaborazione fattiva al riguardo.

Tutto il resto, comprese le sue opinioni sull’operato di Legambiente, sono pura propaganda ideologica che alle montagne, al loro sviluppo e al bene quotidiano delle comunità che le abitano non servono a nulla, di qualsiasi segno esse siano. Ecco.

Olimpiadi di Milano-Cortina 2026: per gli abitanti dei territori coinvolti l’importante è NON partecipare (loro malgrado)!

L’incontro dal titolo “Olimpiadi SOStenibili” di martedì 21 maggio scorso a Sondalo, in Valtellina – a pochi chilometri da Bormio che sarà una delle sedi olimpiche principali per i Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 – nel quale ho avuto il privilegio di intervenire, è stato bello e intenso non solo perché affollato oltre ogni previsione (a ben vedere non causalmente), ma anche per aver rappresentato una preziosa occasione per ascoltare e dialogare con i presenti, abitanti di Sondalo e dei paesi limitrofi, su un tema fondamentale per la Valtellina presente e futura e su numerosi argomenti ad esso correlati.

Come già riscontrato altrove, anche a Sondalo nessuno si è detto contro le Olimpiadi e molti erano felici dell’assegnazione dei Giochi e di diventare terra “olimpica”, ma parimenti nessuno si dice soddisfatto di come si stanno gestendo le opere olimpiche, molti si dichiarano preoccupati se non allarmati, tutti si sono sentiti (e si sentono) tagliati fuori da qualsiasi processo decisionale su interventi che cadranno sulle loro teste e, in certi casi, modificheranno profondamente il paesaggio abitato e vissuto senza che sia stata data alcuna garanzia né sulla loro autentica efficacia e né sulle conseguenze future. Un grande evento come le Olimpiadi, che avrebbe potuto e dovuto manifestarsi come un avvenimento collettivo, un prezioso progetto di sviluppo non solo turistico e economico partecipato e in grado di generare ricadute positive per tutta la comunità territoriale coinvolta, si sta rivelando un’azione forzata, di carattere impositivo e indiscutibile, una prova di forza della politica contro i territori, le loro peculiarità e contro le comunità alle quali non è stato riconosciuto il diritto democratico di poter dire la propria – In Valtellina come in Cadore e in altri sedi olimpiche.

In questo modo non solo le Olimpiadi, con le loro ricadute materiale e immateriali, rischiano di provocare danni e disagi alle popolazioni residenti senza donare loro alcun vantaggio, ma stanno diventando anche un boomerang per il consenso all’evento, il sostegno dei residenti, l’immagine del territorio. Oggi non è più accettabile che si intervenga così pesantemente in contesti pregiati e fragili come quelli montani, già sottoposti a sfide e criticità a non finire, senza coinvolgere, ascoltare e dialogare con le comunità residenti: non farlo è la via migliore per banalizzare e degradare la montagna ancor più di quanto già non accada accelerandone i fenomeni socioeconomici e culturali più deleteri – spaesamento, alienazione, spopolamento… – invece che risolverli, come si sostiene.

Possiamo permetterci di correre un rischio del genere? Io penso proprio di no. Vogliamo finalmente rimettere al centro le comunità delle montagne ridando loro dignità politica e democratica? Io credo proprio di . Ecco.

Indovina chi (non) viene a cena?

Un paese ha due modi per “risolvere” i problemi di cui soffre: eliminare chi quei problemi li provoca, oppure eliminare chi li denuncia. Nel primo caso il paese agisce da democrazia liberale, nel secondo caso da regime autoritario. Che per inciso non ha colore: nero, rosso, bianco o verde che sia, sempre di regime si tratta.

E se l’agire in un certo modo è il primo passo per diventare pienamente quel modo, averne consapevolezza culturale, politica e civica è il miglior antidoto per capire e evitare quella deriva. Di qualsiasi colore essa sia, ribadisco.

Badate bene: il programma televisivo di cui dice l’articolo lì sopra, “Indovina chi viene a cena”, non è il soggetto specifico di questi miei pensieri ma uno dei tanti che potrebbe subire la “soluzione” descritta – e che già in passato hanno subìto in Italia, paese che risulta il peggiore in quanto a libertà di stampa nell’Europa occidentale. Di contro il programma rappresenta un esempio emblematico per la questione, visti i consensi unanimi che ha raccolto circa l’alta qualità dell’informazione che propone, al punto che uno dei suoi servizi, quello dedicato alla vicenda del Lago Bianco al Passo di Gavia, in Lombardia – che chi legge questo blog conosce bene – la cui autrice è Cecilia Bacci, recentemente ha ottenuto il Premio Giornalistico “David Sassoli”.

Dunque, riassumendo: un programma televisivo che da una parte vince premi giornalistici, dall’altra viene minacciato di chiusura e nel mezzo un paese che peggiora la propria posizione nella classifica mondiale della libertà di stampa. Capite?

Speculazione finale: il servizio sul Lago Bianco di Cecilia Bacci trasmesso in “Indovina chi viene a cena” (che potete rivedere qui sotto) è dedicato a un caso non dei maggiori ma certamente tra i più emblematici circa l’uso che certa politica fa del nostro patrimonio naturale per scopi non così leciti, e ne ha dimostrato l’inqualificabile atteggiamento e l’aberrante ipocrisia. Be’, la messa a rischio del programma non sarà una vendetta alimentata anche da chi si sia sentito tirato in ballo e smascherato per il cantiere al Lago Bianco?

Ma certo, l’ho scritto… è solo una sarcastica speculazione, questa. Già.

Altri soldi pubblici ai comprensori sciistici, in Lombardia. Sostegno o accanimento?

Da Regione Lombardia arrivano altri milioni di Euro di soldi pubblici a favore dei comprensori sciistici «per garantire un adeguato livello di innevamento artificiale». Un aiuto concreto per sostenerne l’attività oppure un “accanimento terapeutico” per evitarne l’altrimenti inesorabile chiusura? Perché, se così non fosse e le società degli impianti riuscissero a reggersi sulle proprie gambe, che bisogno ci sarebbe di sostenerne finanziariamente l’attività? Cosa comprensibile, visti i posti di lavoro da salvaguardare: ma se il materiale da “lavoro” – ovvero la neve naturale e le condizioni climatiche e ambientali per quella artificiale – sta svanendo, non sarebbe il caso di investire così tanti soldi pubblici per convertire l’attività a pratiche turistiche più consone e sostenibili per tutti, in primis nelle stazioni sciistiche al di sotto dei 1800 m di quota, oppure per incrementare quantità e qualità dei servizi di base a favore delle comunità residenti – in un paese come il nostro che peraltro non spicca per disponibilità di risorse e tanto meno per sensibilità e vicinanza ai bisogni della società civile? Dov’è la logica amministrativa e il buon senso politico e civico in tali interventi?

Sono domande reiterate da anni, alle quali tutti rispondono meno chi dovrebbe rispondere per primo, già.

(Per leggere l’articolo tratto dal quotidiano on line “LeccoNotizie” al quale l’immagine si riferisce, cliccateci sopra.)