Lucio Fontana, Hangar Bicocca, Milano

Sgombro il campo fin da subito da ogni equivoco: ritengo Lucio Fontana (con Piero Manzoni) il più rivoluzionario artista italiano del Novecento. Punto.

Detto ciò, trovo Ambienti/Environments, la mostra allestita presso gli insuperabili spazi dell’Hangar Bicocca di Milano (spazi che valgono da soli una visita, altra cosa di cui sono fermamente convinto), alquanto didattica e potenzialmente illuminante – e non è un mero e ironico gioco di parole legato alla tipologia di opere presenti, vere e proprie installazioni luminose ricostruite fedelmente come gli originali esposti da Fontana un po’ ovunque sul pianeta tra il 1949 e il 1968 e poi quasi sempre distrutti.

Mi spiego: tante volte mi sono trovato a discutere intorno alle celeberrime tele tagliate di Fontana – i Concetti spaziali, appunto – con persone che, invariabilmente, al proposito se ne uscivano con la solita frase «Sarà mica arte! La sapevo fare anch’io!», cercando di far capire loro il pensiero alla base di esse e in generale della ricerca artistica del grande artista italo-argentino, un pensiero in fondo tanto semplice quanto profondamente rivoluzionario e forse proprio per questo sfuggente a chi non voglia concentrarsi e riflettere solo un attimo di più del normale.

Bene, negli ambienti spaziali e nelle installazioni luminose, probabilmente le opere meno conosciute di Fontana al grande pubblico – stante la suddetta modalità iconoclastica successiva alla loro esposizione pubblica – c’è forse la più chiara e comprensibile espressione del Concetto spaziale che si possa avere a disposizione. Se Fontana, riguardo ai tagli, diceva che “Passa l’infinito di lì, passa la luce, non c’è bisogno di dipingere!” e grazie ad essi introduceva l’elemento “spazio” nell’opera nonché il suo superamento verso un infinito concettuale e tuttavia concretamente percepibile, proprio grazie al taglio nella tela, con gli ambienti è come se si potesse effettivamente entrare in quello “spazio” attraversato dalla luce e andarvi oltre, percependo un senso di iniziale smarrimento – voluto dall’artista grazie al buio o al colore sfavillante dell’illuminazione interna agli ambienti – che tuttavia, una volta trovata l’armonia con l’opera fruita e pure la correlazione emotiva e spirituale con l’atmosfera interna e il suo mood generale, diventa veramente una sensazione d’infinito.

È la rappresentazione fisica e fruibile delle sue tele tagliate, appunto: l’ambiente perde i suoi limiti, svaniti nel buio o nella luminosità scompigliante, lo spazio si dilata, la luce traccia vie che non seguono tanto lo sguardo o la mente quanto lo spirito, il coinvolgimento riguardo il concetto spaziale fontaniano diventa forte, vibrante, comprensibile e plausibile come non mai e, se sulle tele si può osservare e concepire l’infinito attraverso i tagli, qui, come ribadisco, lo si raggiunge ovvero, quanto meno, lo si ritrova di fronte, inopinatamente manifesto. Qui c’è tutto lo spazialismo di Fontana: c’è la luce, lo spazio, il vuoto, c’è l’ispirazione cosmica di quegli anni nei quali la corsa alla conquista del cosmo era nel pieno della competizione tecnologica e filosofica, c’è l’impulso verso l’inconcepibile che le vastità stellari rappresentano così bene. E c’è tutta la carica rivoluzionaria della sua arte, potente come poche altre fino ad allora e, probabilmente per questo, incomprensibile a tanti, ancora oggi.

È visitabile fino al 25 febbraio, la mostra – la quale, per giunta, è allestita nella fenomenale Navata dell’Hangar Bicocca, dunque accanto all’altro “gioiello” qui presente, I Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, che con tutto il resto fa della location milanese una delle più belle e affascinanti d’Europa. Roba da andarci sempre e comunque, insomma – ergo andateci, assolutamente!

(Tutte le immagini della mostra presenti nell’articolo sono mie, ça va sans dire.)

Il 2018 è l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale

Credo – temo – che pochi sappiano (al di fuori degli ambiti più direttamente interessati al tema) che questo 2018 appena iniziato è l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale, indetto con l’obiettivo primario di incoraggiare il maggior numero di persone a scoprire e lasciarsi coinvolgere dal patrimonio culturale dell’Europa e rafforzare il senso di appartenenza a un comune spazio europeo, nell’ottica del motto “Il nostro patrimonio: dove il passato incontra il futuro“.

L’Anno vedrà svolgersi una serie di iniziative e di manifestazioni in tutta Europa per consentire ai cittadini di avvicinarsi e conoscere più a fondo il loro patrimonio culturale. Il patrimonio culturale plasma la nostra identità e la nostra vita quotidiana. Ci circonda nelle città e nei borghi d’Europa, quando siamo immersi nei paesaggi naturali o ci troviamo nei siti archeologici. Non si tratta soltanto di letteratura, arte e oggetti, ma anche dell’artigianato appreso dai nostri progenitori, delle storie che raccontiamo ai nostri figli, del cibo che gustiamo in compagnia e dei film che guardiamo per riconoscere noi stessi.

Cliccando sul logo in testa al post potrete saperne di più; qui, a me, preme mettere in luce come queste occasioni – che sovente, se identificate come mere iniziative politiche, lasciano il tempo che trovano – sono invero assolutamente importanti da cogliere da parte nostra, di noi singoli individui che abitiamo il continente europeo. Sovente si riscontra attraverso i media la diffusione di un sentimento antieuropeista profondamente ottuso, dacché per colpire (in modo legittimo, nella teoria) l’istituzione politica di riferimento (la UE, ovviamente) finisce per andare contro all’intera identità culturale europea, in tal modo paradossalmente promuovendo e provocando quegli effetti di degrado socioculturale che si dice invece di voler contrastare. Non dovremmo invece mai dimenticarci che la prima e sempre più efficace salvaguardia della nostra identità – sia essa locale ovvero continentale – nasce sempre dalla conoscenza della cultura dalla quale storicamente è scaturita; detto in altro modo, non dobbiamo dimenticare che qualsiasi entità politica, più o meno istituzionale, più o meno comunitaria, deve nascere sulla più solida e riconosciuta (ovvero condivisa) base culturale.

Ciò comporta una inevitabile benefica condizione “antropologica”: se possediamo la conoscenza e la consapevolezza della nostra cultura, saremo ugualmente consci e consapevoli della nostra identità ovvero forti di essa e con essa, dunque in grado di affrontare qualsiasi degradante spinta biecamente globalizzante non con atti di altrettanto bieca –fobia (sia essa xeno- o che altro, sempre generati invece dalla mancanza di identità culturale) ma con l’incrollabile forza civica della cultura dalla quale proveniamo e che dobbiamo continuare a generare – il modo migliore, in fondo, per ottenerne anche la più duratura salvaguardia.

Non è una mera questione di politica, ribadisco, ma di storia, di geografia umana, di progresso intellettuale e sociale, di evoluzione culturale contestuale ai tempi e funzionale al futuro, di civiltà: le cose fondamentali, per la nostra vita quotidiana. Tutto il resto viene dopo.

Cliccate qui per visitare il sito italiano dedicato all’Anno Europeo del Patrimonio Culturale e conoscere tutte le iniziative nazionali al riguardo.

La notizia, oggi

(Un’efficacissima – quasi geniale – analisi di sensibilità comparata in forma infografica dell’odierna percezione e circolazione dell’informazione. © Ernesto Layzö Regno, by Visiogeist.)

Ora dico la mia sulla “questione sacchetti”!

Ok: a questo punto, visto che tutti dicono la loro, anch’io voglio dire la mia sulla “questione sacchetti.

I Sacchetti sono un’antica famiglia nobile fiorentina (il cui stemma vedete lì sopra) nota almeno dal XIII secolo, e forse anche sin dall’XI con un Isacco o Isacchetto che dette il nome al casato, citata nel XVI canto del Paradiso di Dante. Accumulò ingenti ricchezze (anche in proprietà immobiliari, opere d’arte e reperti archeologici) con la mercatura e l’attività bancaria, ricoprendo varie cariche nella città di origine e acquisendo il titolo aristocratico di marchese nel 1594 con Matteo. Attuale primo discendente della famiglia è Urbano, IX marchese di Castelromano.
Ovviamente, tali Sacchetti sono assolutamente, ineluttabilmente, tafonomicamente biodegradabili.

Questo è quanto. Bisogna sempre dire come stanno veramente, le cose! E se tale verità pur inoppugnabile non vi sta bene, andate a quel paese! Sì, al paese di Treglio, intendo dire, e visitate in particolare una delle sue frazioni. Ok?

Tutto il resto al riguardo sono fregnacce. Ecco.

Di alchimie e ipocrisie

Giovanni Aurelio Augurelli, Vincenzo Casciarolo, Nicola Gambetti, Francesco Maria Santinelli
Li conoscete?
Sono alcuni tra i più famosi alchimisti italiani, gente che ha studiato per una vita intera la trasmutazione dei metalli o la ricerca della pietra filosofale, l’elemento capace di trasformare le cose in oro.
Be’, dei gran perditempo, in pratica.
Sì, perché se invece di cercare il modo di trasformare i metalli in oro avessero cercato e magari trovato come trasformare l’ipocrisia in oro – per il bene dell’umanità, come la filosofia alchemica imponeva – oggi saremmo tutti quanti irreprensibili e miliardari.
Invece, non pochi hanno trovato il modo di ricavare dalla propria quotidiana ipocrisia non tanto oro quanto denaro o altri vantaggi materiali oppure tanti piccoli biechi tornaconti, però a loro esclusivo vantaggio. Ma non sono alchimisti, questi: sono solo dei gran ciarlatani impostori. E ce n’è pieno il mondo, appunto.