Monte San Primo, un anno di lotta e di difesa

Esattamente un anno, nel novembre 2022 fa nasceva il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo sulla scia di un entusiasmo crescente che stava coinvolgendo sempre più associazioni di varia natura e singoli cittadini nell’impegno in difesa della meravigliosa montagna nel Triangolo Lariano dallo scriteriato progetto di “sviluppo turistico” portato avanti dalla locale Comunità Montana e dal Comune di Bellagio, con l’avvallo della Regione Lombardia, con il quale tra le altre cose si vorrebbe riattivare sul monte una stazione sciistica a 1100 m di quota. Una follia che sta facendo il giro dei media di tutto il mondo suscitando sdegno e scherno unanimi.

Per il Coordinamento è stato un anno di intensa attività e iniziative contro quell’assurdo progetto di trasformazione del Monte San Primo in un luna park turistico, con cannoni sparaneve, tapis roulant, piste tubing in plastica, parcheggi e altre oscenità, senza alcuna cura del luogo, delle sue valenze e delle peculiarità che lo rendono così speciale. E la lotta in corso continuerà senza sosta e con crescente impegno fino a che non verrà ritirato lo scellerato progetto, ovvero fino a quando il meraviglioso territorio del San Primo, con il suo ambiente naturale e il paesaggio peculiare, non sarà messo al sicuro da chi lo vorrebbe svendere e consumare per scopi totalmente contrari alla sua autentica valorizzazione.

[Le associazioni che fanno parte del Coordinamento a febbraio 2023.]
Per sapere tutto quanto sulla questione San Primo, sul Coordinamento e per restare informati sulle varie iniziative: https://bellagiosanprimo.com/, info@bellagiosanprimo.com o sui vari social del Coordinamento, i cui link trovate nel sito.

Qui invece trovate tutti (o quasi) gli articoli che ho scritto sulla vicenda.

Lunga vita al Monte San Primo!

P.S.: personalmente, riguardo quanto sopra, non posso che ringraziare profondamente il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” che da subito si è preso a cuore l’istanza del San Primo (e non solo perché di zona), organizzando con grande efficacia il Coordinamento delle trenta e più associazioni che ne fanno parte allora come oggi.

Il nuovo presidente di Arpa Lombardia e la vergogna inesorabile

Ciò che personalmente trovo più sconcertante, inquietante e francamente innervosente della nomina di Lucia Lo Palo alla carica di presidente dell’ARPA – l’Agenzia Regionale per la protezione ambientale – della Lombardia, una delle regioni più inquinate, cementificate e ambientalmente degradate d’Europa, non è tanto che sia una “negazionista climatica” dichiarata, il che – al netto della strumentalizzazione ideologica dei temi ambientali – la correla a un evidente problema di analfabetismo funzionale il quale, ovviamente, è ampiamente deprecabile ma non perseguibile. Ma che la nomina di Lo Palo, candidata con il suo partito alle ultime elezioni e non eletta dunque formalmente rifiutata dall’elettorato nonché, a quanto pare, carente di competenze atte a ricoprire l’incarico in maniera efficace e proficua, non sia che l’ennesima manifestazione del solito poltronificio politico all’italiana e della strumentalizzazione politica di soggetti istituzionali che, proprio per poter lavorare al meglio a favore di tutta la società civile, non dovrebbero avere nulla a che fare con quell’ambito e con i suoi meccanismi. Dunque, di rimando, è anche la dimostrazione del menefreghismo che certa politica ripone verso soggetti della pubblica amministrazione dai compiti fondamentali per il benessere dei cittadini, ancor più – ribadisco – in una regione come la Lombardia così ambientalmente messa male (quando non malissimo: basta considerare i dati dell’inquinamento dell’aria lombarda e la pressoché totale inazione decennale della politica al riguardo).

Una vergogna assoluta e inaccettabile. Non c’è da aggiungere altro.

Peraltro sarebbe finalmente ora di smetterla una volta per tutte con questa indegna pratica politico-partitica dell’assegnazione di poltrone d’ogni sorta ad mentula canis, veramente intollerabile in un paese che si voglia considerare civile e avanzato. Basta!

Ora i casi sono due: o la signora Lo Palo viene al più presto rimossa da quel suo incarico, per il bene di tutta la Lombardia e dei suoi cittadini (come d’altronde imporrebbe il voto di sfiducia – a scrutinio segreto – della giunta regionale di qualche giorno fa: ma si sa che in Italia le cose logiche non sono quasi mai normali), oppure dimostra entro brevissimo tempo di avere ampie e articolate competenze riguardo temi ambientali, adeguate a sostenere l’incarico che le è stato assegnato, al contempo rimediando all’analfabetismo funzionale scientifico palesato sulla questione del cambiamento climatico.

Quale avverrà delle due, secondo voi?

[Immagine tratta da questo articolo de “L’Eco di Bergamo”.]
Al netto di quanto sopra e di come si risolverà (se si risolverà in qualche modo), purtroppo bisogna nuovamente rimarcare la pessima gestione politico-amministrativa della Lombardia, ormai da lungo tempo, del proprio territorio, dell’ambiente e del paesaggio: una gestione pressoché priva di cura, di sensibilità, di competenze, di progettazione e di visione strategica. Una gestione priva di futuro, insomma: peccato che poi questa privazione di un buon futuro la subiscano tutti i lombardi indistintamente. Ma evidentemente ai politici regionali questa prospettiva concreta non interessa per nulla.

P.S.: ovviamente, per leggere l’articolo al quale si riferisce l’immagine in alto cliccateci sopra.

La montagna va da una parte, la politica “pedala” dall’altra

Nel mentre che sempre più soggetti dell’associazionismo e della società civile incluse molte sezioni CAI, unendosi a innumerevoli altre voci del mondo della montagna, cominciano a mobilitarsi contro il proliferare di nuovi percorsi cicloescursionistici in quota, in troppi casi tremendamente impattanti tanto quanto insensati – come quelli in realizzazione nell’alta Val Gerola (laterale della Valtellina, in provincia di Sondrio, ma è solo un caso tra i tanti citabili: le immagini che vedete qui si riferiscono ad essa e risalgono a prima delle recenti nevicate), dunque totalmente ingiustificabili e comunque quasi sempre legati a logiche di mera fruizione ludico-ricreativa dell’ambiente montano, senza alcuna ricaduta socioeconomica e nessun retaggio culturale, la politica – almeno quella lombarda – cosa fa? Promuove e finanzia la realizzazione di nuovi percorsi cicloescursionistici in quota – si veda ad esempio qui per la zona delle montagne lecchesi. In mezzo ad altri interventi, certo, che tuttavia appaiono per molti versi lo specchietto per le allodole atto a giustificare quelle opere palesemente discutibili. Le quali, per giunta, in molti casi hanno la foggia di vere e proprie strade in quota, bell’e pronte per essere percorse da qualsiasi mezzo motorizzato senza la possibilità di un controllo giuridico, come già accade per le moto lungo i sentieri.

Già. Ormai siamo a questo punto.

«Azioni ed investimenti per il miglioramento e l’implementazione delle politiche a favore delle aree montane e, in particolare, di quelle che si stanno spopolando, promuovendo una maggiore qualità della progettazione locale, la partecipazione delle comunità locali ai processi di sviluppo, contribuendo a rafforzare il dialogo tra società civile e istituzioni locali» scrivono i sostenitori di quelle opere per promuoverne la realizzazione. E come pensano che delle ciclovie pensate unicamente in ottica di turistificazione della montagna e senza alcuna attenzione al territorio e al paesaggio, possono contrastare lo spopolamento, promuovere la qualità della progettazione locale e la partecipazione delle comunità locali?

Forse quei bei propositi pubblicamente sostenuti dalla politica non verrebbero assai più concretizzati nel venire incontro ai bisogni più importanti delle comunità residenti in quei territori, nel promuovere i servizi di base e quelli ecosistemici, nel lavorare a sviluppare il migliore equilibrio possibile tra ecologia ed economia locali nonché la rinascita culturale dei territori e parimenti l’altrettanto necessario equilibrio tra le esigenze della comunità locale e i desideri dei turisti, senza che ogni volta le prime siamo sottomesse e soggiogate dai secondi come se il territorio e la sua geografia umana fossero solo un bene liberamente consumabile e vendibile senza che nulla resti di concreto e vantaggioso sul territorio?

Fortunatamente, sono sempre di più le persone che si stanno rendendo conto, senza più alcun dubbio, che certe cose sulle montagne non vanno bene e non devono essere fatte perché pericolose e degradanti. La politica, da tempo distaccata dalla realtà effettiva delle cose, continua nell’alimentare il proprio sistema di (in)gestione dei territori montani: ma è sempre più vicina alla fine della propria epoca di vacche grasse alle spalle dei cittadini. Forse se n’è anche resa conto e per questo spende e spande come non ci fosse un domani… perché un domani non ce l’avrà. Statene certi.

P.S.: per quanto riguarda la citata ciclovia della Val Gerola, veramente tra le più scriteriate e impattanti che si stiano realizzando, è in corso una petizione per chiederne la sospensione che in pochi giorni ha abbondantemente superato i 2.000 firmatari (ad oggi 14 novembre siamo a 2.217). Firmare è un gesto semplice ma importante: lo potete fare qui.

P.S.#2: sia chiaro, della proliferazione scriteriata di ciclovie montane sono vittime anche gli stessi bikers – quelli veri intendo dire – che rischiano di passare per complici della distruzione dei territori in quota quando invece per lo stesso motivo dovrebbero essere i primi – e mi auguro che lo facciano – a chiedere fermamente di non realizzare opere talmente impattanti, degradanti e palesemente inutili dacché pensate solo per far girare soldi tra i loro promotori.