Preservare la memoria

[Immagine tratta da piemontefantasma.wordpress.com, dove ne trovate ne trovate altre.]
P.S. (Pre Scriptum): a proposito di progetti scellerati in montagna, riguardo i quali ultimamente mi tocca disquisire spesso, come avrete notato… sarà la montante febbre olimpica, forse, ma c’è da dire che tale virus è da tempo che circola e, appunto, pare non accenni a svanire – anche perché quelli che lo dovrebbero curare con gli appositi vaccini continuano spesso ad esserne i primi diffusori, già.
Riporto di seguito quanto scrive Toni Farina sulla propria pagina Facebook circa uno dei più “celebri” e emblematici ecomostri delle Alpi Occidentali, lo scheletro del mega albergo dell’Alpe Bianca (valle di Viù, una delle Valli di Lanzo in provincia di Torino; lo vedete lì sopra), del quale “La Stampa” è tornata a occuparsi di recente con l’articolo sottostante.
Toni Farina, membro del consiglio direttivo del Parco Nazionale Gran Paradiso e profondo conoscitore del territorio del Piemonte, ha lavorato nel Settore Biodiversità e Aree naturali della Regione Piemonte ed è stato per molti anni una firma della rivista specializzata Piemonte Parchi.

“Non si poteva dire no”.
Seppure con una certa fatica, posso convenire con l’affermazione della Sindaca di Viù. Frase riportata dal giornalista che ha redatto l’articolo apparso di recente su La Stampa (“Si cerca un futuro post-Covid per lo scheletro dell’Alpe Bianca)
Così, per l’ennesima volta, assurge all’onore delle cronache l’iconico ecomostro dell’Alpe Bianca, nel Vallone dei Tornetti (di Viù). Cronache si badi bene non solo locali, bensì internazionali, quale supremo e sublime esempio di insensatezza. Diventato nel corso di questi decenni oggetto di richiamo di visitatori in diversa veste, giornalisti, studenti e anche turisti del macabro, come accade in questi giorni con l’invaso in secca di Ceresole Reale.
Nell’articolo di parla di riuso, recupero di strutture montane abbandonate o mai terminate, partendo dal presupposto che la seconda casa in montagna è un bene tornato appetibile in virtù delle roventi estati della pianura.
Per quanto riguarda l’Alpe Bianca (che negli ultimi inverni “bianca” non lo è stata granché) la sindaca auspica l’abbattimento (complicato in quanto proprietà privata). Un auspicio condiviso da molti. Al contrario, io sono per la conservazione “sine die”. Quale monito, da eco-mostro a eco-museo delle scelte inopportune.
Gli ecomusei hanno appunto lo scopo di preservare la memoria. E, in tal modo, evitare il diabolico perseverare. Tuttavia, soprattutto per quanto attiene la montagna, si persevera eccome. Accanto a lodevoli progetti, continuano a emergere qua e là idee di ripristino e ampliamento di impianti sciistici con annessi bacini di innevamento artificiale. Vedasi il caso di Pian Benot proprio in Valle di Viù, o dell’Alpe Cialma, in quel di Locana, qualche valle più a nord. Progetti finanziati dalla Regione Piemonte (!).
Forse negli anni ’70 del ‘900, nel passato millennio “non si poteva dire no”, ma oggi, anno 2022, perché si continua a dire sì a strade turistiche in quota, a piste con impianti di neve programmata (che quella naturale latita)?
Frattaglie di un virus che circola ancora. Ostinato. Come il cemento armato del residence Alpe Bianca. Che la vegetazione sta pian piano nascondendo. Pietosa.

P.S. (Post Scriptum): per quanto mi riguarda, condivido pienamente le osservazioni di Toni Farina. In circostanze del genere, abbattere un ecomostro come quello dell’Alpe Bianca bonificherebbe sicuramente l’area ridandole dignità estetica ma cancellerebbe la memoria di un errore così madornale e tragico commesso in un luogo tanto bello. E in un paese come l’Italia che di memoria ne ha sempre poca, soprattutto riguardo gli errori commessi e le cose brutte in genere ed è altrettanto brava a ignorare i moniti pur chiari e inequivocabili, sarebbe forte il rischio che tra quale anno qualcuno se ne esca nuovamente con qualche progetto altrettanto dissennato approfittandosi della suddetta smemoratezza collettiva. Che siano il tempo ovvero la storia, parte integrante del paesaggio, a preservare la memoria di quanto perpetrato, fino a che il più naturale oblio possa mettere la parola «fine» a una vicenda montana così emblematicamente triste.

Progetti turistici per la montagna tutti da ridere (o forse no)

In tema di montagna, sviluppo turistico e relativa gestione politico-economica, a volte (e con frequenza crescente) si leggono sugli organi d’informazione delle notizie talmente bizzarre e assurde che, di primo acchito, viene da dirsi «ma no, è uno scherzo o una bufala, questa!» Ancor più se tali notizie escono intorno alla “simpatica” data del primo di aprile: come quella che potete vedere lì sopra, tratta dal quotidiano “La Provincia”, la cui lettura mi ha provocato una risata immediata e piuttosto sonora, già.

Se non fosse che, a leggere queste notizie, qualche istante dopo e nel mentre che ancora ridi, ti sorge subitaneo il dubbio che pur in tutta la sua improbabilità e assurdità la notizia possa essere vera, perché col tempo hai acquisito una certa esperienza riguardo il modus operandi di tante amministrazioni pubbliche che coi loro vari sodali gestiscono il turismo montano e ormai sai bene che, in questo ambito, le proposte “stravaganti” quando non proprio assurde, sono diventate assai frequenti.

Fatto sta che, conoscendo piuttosto bene la zona in questione e la sua storia turistica, simile a quella di innumerevoli altre ex stazioni sciistiche alpine, ciò che m’ha fatto venir da ridere nell’articolo suddetto è stato innanzi tutto leggere di un investimento di quasi 6 milioni di Euro in una località sciisticamente fallita più volte (vedi qui sopra, immagine tratta dal rapporto Neve Diversa 2022 di Legambiente) , posta a quote dove ormai non nevica più e, se nevica, il manto nevoso resiste pochissimo (le quote indicate nel rapporto di Legambiente sono sovrastimate, in realtà la zona in questione è posta tra i 1100 e i 1500 m) che di contro risulterebbe ideale per la realizzazione di una riconversione completa a pratiche di fruizione turistica non meccanizzata e ben consapevole delle grandi valenze paesaggistiche e ambientali del luogo.

M’ha fatto venir da ridere – una risata alquanto sconcertata, invero – leggere che si sia pur solo “ipotizzata” la realizzazione di una seggiovia, un impianto dall’impatto e dal costo assurdi in proporzione al luogo, «che consenta agli escursionisti di raggiungere la sommità dei versanti in corrispondenza dei sentieri di dorsale»: come a dire che farsi un’ora in più a piedi per arrivare sulla dorsale del Monte San Primo, punto dal quale per raggiungere la vetta massima della montagna occorrono circa 40 minuti, sia una roba scandalosa. Non si va mica in montagna per camminare, eh! Magari aggiungiamoci pure un servizio di portantine per la vetta e qualche pannello col cielo azzurro lungo la salita nel caso che ci siano le nubi e i selfies non vengano bene! D’altro canto, al proposito, la seggiovia servirebbe per «portare chi ha meno voglia o tempo per deambulare direttamente in cresta soprattutto nei mesi estivi»: eh, porca miseria, non c’avevo mica voglia di venire in questo postaccio sperduto, volevo andare all’Ikea, io! Vabbé, fammi prendere la seggiovia così facciamo prima e me ne torno a casa alla svelta!

Dai, non ditemi che non fa ridere, una cosa così!

[Quest’immagine mostra i tracciati degli skilift e delle piste un tempo presenti sul Monte San Primo; quello tratteggiato che sale a Terrabiotta, riferito a un impianto ancora più vecchio del quale restano solo i ruderi, ricalca il percorso della nuova seggiovia ipotizzata dal progetto del quale state leggendo.]
Inoltre, «Il rispetto dell’ambiente e del territorio è per noi un elemento imprescindibile, senza contare che l’intera area è sottoposta a vincoli paesaggistici» (clic): e che si fa per rispettare l’ambiente sottoposto a vincoli paesaggistici? Si fanno nuovi parcheggi! Per far arrivare e piazzare in loco più autovetture, che fanno più rumore, che (non sono ancora tutte elettriche o ibride) inquinano, che generano confusione e una situazione di traffico più tipicamente cittadina… caspita, che gran rispetto per l’ambiente! Complimenti! E che la mobilità condivisa pubblico/privata si fotta!

Ma ecco che nel testo dell’articolo spunta quello che pare stia diventando il nuovo mantra di tali progetti di sviluppo turistico in montagna: dopo che “sostenibilità”, “green”, “slow”, “valorizzazione” e altri termini simili appaiono ormai talmente abusati da risultare non più credibili (visto anche come risultino ipocriti rispetto la realtà di fatto, in molti casi)… et voilà: destagionalizzare! E che stia diventando un “mantra” ve lo dimostra anche la cosa qui accanto, inerente un altro contesto montano ma sempre sul tema (cliccate sull’immagine per ingrandirla.

Bene, questo è quanto. Per ciò che mi riguarda, di principio non voglio mettere in dubbio la bontà delle intenzioni di tali progetti e sicuramente il Monte San Primo merita un rilancio degno della sua grande bellezza e della potente identità culturale che possiede, anche se il tono dimesso con il quale i progetti spesso vengono presentati non vorrei che nasconda la volontà di mantenerli il più possibile sottotraccia per poi imporli senza troppe obiezioni di chicchessia. La montagna non è un ambito da mantenere intoccabile sotto una teca di cristallo: vi si può fare tutto, basta che ogni cosa sia basata sul più naturale e consapevole buon senso. Tuttavia, leggere di investimenti così importanti, apparentemente tanto improbabili quanto campati per aria oltre che decontestuali ai luoghi, quando invece la montagna avrebbe bisogno di innumerevoli altre cose e, ancor prima, di una rinnovata visione socioculturale, e subito dopo economica, coerente alla realtà presente e futura, realmente consapevole delle valenze e delle peculiarità dei territori, e veramente in grado di valorizzarli creando una relazione culturale (il turismo è anche e soprattutto un elemento culturale, è bene ricordarlo) con i luoghi da parte dei visitatori e ancor più degli abitanti, be’, a me fa parecchio ridere, inizialmente. Poi fa alquanto arrabbiare, in tutta sincerità. Già. E, nel frattempo, parlo spesso con amici e conoscenti che si occupano di sentieri e di manutenzione del patrimonio naturale i quali vorrebbero fare un sacco di cose pregevoli al riguardo ma non ricevono mai soldi pubblici per interventi del genere – perché il rischio che si possa giungere in quota con una nuova e bella seggiovia e lassù ci si trovi davanti un sentiero franato per mancanza di manutenzione non è affatto remota. Saranno proprio contenti a leggere articoli simili, senza dubbio!

Il Monte San Primo possiede così tante peculiarità speciali che potrebbe vivere di rendita turistica per decenni, se il luogo venisse sviluppato in modi attenti, consapevoli, coerenti, coinvolgenti e attraverso finanziamenti mirati su iniziative veramente virtuose, fruttuose e dotate di una visione temporale di lungo periodo. Viceversa, c’è ancora una speranza: che tutto quanto sia veramente uno scherzo, un pesce d’aprile assolutamente ben fatto. Se così fosse, complimenti vivissimi agli autori! Se invece non lo fosse…

Freud e la “guerra genetica”

P.S. – Pre Scriptum: questo è un post che in origine pubblicai qui sul blog 4 anni fa, il 12 aprile 2018, quando la guerra in Siria raggiungeva il proprio apice di barbarie bellica. Oggi, che “la Siria” ce la siamo portata nel mezzo dell’Europa, torna drammaticamente valido.

[Il centro commerciale Podilskyi District di Kiev distrutto da un bombardamento delle forze armate russe, 20 marzo 2022. Foto di Kyivcity.gov.ua, CC BY 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Inizialmente, in una piccola orda umana, la maggior forza muscolare decise a chi dovesse appartenere qualcosa o la volontà di chi dovesse realizzarla. Presto la forza muscolare è accresciuta o sostituita dall’uso di certi strumenti; vince chi possiede le armi migliori o chi le adopera con maggior destrezza. Con l’introduzione delle armi la superiorità intellettuale comincia già a prendere il posto della forza muscolare bruta, benché lo scopo finale della lotta rimanga il medesimo: una delle due parti, a cagione del danno che subisce e dell’infiacchimento delle proprie forze, è costretta a desistere dalle proprie rivendicazioni o opposizioni. Ciò è ottenuto nel modo più radicale quando la violenza toglie di mezzo l’avversario definitivamente, cioè lo uccide.

(Sigmund FreudLe ragioni profonde della guerra in Lettera a Einstein, settembre 1932, in Opere, Torino, Boringhieri, 1966-1978, vol. XI, pp. 293 e sgg.)

Nel 1931 il Comitato sull’Arte e Letteratura della Lega delle Nazioni propose ai più noti intellettuali dell’epoca di iniziare una corrispondenza epistolare su diversi temi; fra di essi, Sigmund Freud e Albert Einstein discussero intorno al tema della guerra. Gli scritti di Freud, che comunque riprendono concetti già espressi in sue opere precedenti, vennero poi raccolti in Perché la guerra? e sono considerati in gran parte premonitori della successiva ascesa del nazismo in Germania e degli eventi della Seconda Guerra MondialeFreud, al contrario di Einstein, affermò l’impossibilità della fine delle guerre, in quanto l’aggressività, fondamento di ogni guerra, è radicata nell’uomo.

Per cui, se così si può dire, non è dunque la guerra il problema – Freud docet. Dobbiamo farcene una ragione o quanto meno meditarci sopra per bene, e sotto ogni punto di vista.

Cosa stiamo diventando?

Ancora una volta, applausi a Paolo Nori (dal cui sito ho tratto entrambe le immagini).

#StandwithUkraine #FuckPutin

Erna, l’utopia della “città dello sci” ai piedi del Resegone

Sopra la città di Lecco, sostenuta dalle bastionate calcaree dell’omonimo Pizzo e ai piedi delle creste sommitali del Monte Resegone, si trova la bellissima località dei Piani d’Erna, frequentatissima in tutte le stagioni grazie alla facilità di accesso su sentiero e, ancor più, per la presenza di una funivia che la raggiunge partendo dai sobborghi collinari di Lecco. In verità di “piano” i Piani d’Erna non hanno molto, presentandosi come un’ampia conca prativa circondata da boschi i cui pendii in passato, stante proprio la vicinanza alla città, hanno rappresentato i campi sciistici per eccellenza dei lecchesi: bastava un breve viaggio in auto o coi mezzi pubblici, la rapida salita in funivia e in una manciata di minuti dal centro cittadino si era sulla neve, sci ai piedi.

[I Piani d’Erna oggi. Immagine tratta da www.orobie.it.]
[Un’altra immagine dei Piani d’Erna oggi, tratta da www.eccolecco.it.]
Queste caratteristiche particolari hanno fatto sì che tempo fa ai Piani d’Erna non si mirasse solo a creare una “normale” stazione sciistica: negli anni Sessanta del secolo scorso – periodo, inutile rimarcarlo, nel quale il boom economico e industriale faceva pensare che nulla fosse impossibile – qualcuno pensò un progetto tanto grandioso quanto utopico e assurdo ma del tutto emblematico riguardo i meccanismi di pensiero e d’azione che hanno sviluppato il turismo sciistico dalla seconda metà del Novecento in poi. Meccanismi che poi il tempo e la realtà (non solo quella climatica) hanno spesso rivelato come fallimentari e deleteri per la montagna, ma che incredibilmente ancora oggi, e non di rado, in certi luoghi si vorrebbe riproporre e perseguire: come se il mondo fosse ancora quello, come se il tempo si fosse fermato o se non si volesse capire (consapevolmente o no) come stanno realmente le cose, nel presente e ancor più nel prossimo futuro.

[La funivia per i Piani d’Erna in un’immagine di fine anni Sessanta.]
La storia del folle progetto sciistico dei Piani d’Erna l’ho rapidamente riassunta in un capitoletto dedicato sul libro Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone che ho scritto e curato nel 2015 per la Sezione CAI di Calolziocorte. Ve lo propongo di seguito, aggiungendo che nel giugno 2020 i rottami degli skilift che erano stati installati sui pendii dei Piani d’Erna, chiusi fin dal 2005, sono stati smantellati e riportati a valle, donando nuovamente al luogo la bellezza e il fascino originari e così preziosi.

L’apertura della funivia che collega Versasio ai Piani d’Erna, nel 1965, nonché gli skilift che per qualche decennio hanno lassù animato i mesi invernali, sono in verità solo una parte di un progetto ben più grande, e francamente utopico, che formularono intorno al 1960 alcuni imprenditori lecchesi, con in testa Angelo Beretta, proprietario della nota ditta di caldaie, e l’ingegner Riva. In effetti Erna era molto frequentata dai lecchesi già prima della Seconda Guerra Mondiale, poi il conflitto e il difficile periodo susseguente fece scemare parecchio quella frequentazione. Beretta e Riva, insieme ad altri professionisti lecchesi, decisero di rilanciare la località e di farlo alla grande seppur con intendimenti in qualche modo avanzati, di sentore contemporaneo: rifiutarono ad esempio la costruzione di una strada carrozzabile, troppo costosa e, soprattutto, tremendamente impattante per quell’angolo montano così piacevolmente integro. Optarono dunque per la funivia, mezzo di trasporto sicuramente più ecologico; in teoria il progetto prevedeva un ulteriore tratto che giungesse fino alla vetta del Resegone, per la cui mancata realizzazione probabilmente oggi non possiamo che essere felici. Ma c’era molto di più: nelle idee della SPER, la società che venne costituita ad hoc per la gestione dei vari interventi, Erna doveva diventare una vera e propria città satellite di Lecco in quota, al fine di attirare il maggior numero possibile di turisti anche da lontano. L’architetto milanese Gianfranco Gelatti Mach de Palmstein venne incaricato di stendere un piano urbanistico per l’edificazione sui terreni, nel frattempo lottizzati di case, alcuni alberghi, una scuola, attrezzature sportive varie, una chiesa, un eliporto e addirittura un piccolo ospedale. Nel complesso la città satellite di Erna avrebbe dovuto constare di sei piccoli quartieri: Funivia, Bocchetta, Romini, Laghetto, Teggia e Ospitale, collegati da un’arteria principale e da una fitta rete di percorsi pedonali. Era un progetto che sotto certi aspetti ricorda nel principio quello di Consonno, scaturente da una visione del progresso urbano tipica di quegli anni di intenso boom economico nei quali pareva che pure le idee più difficili potessero divenire realtà.
Ma le prime difficoltà di realizzazione sorsero presto; solo alcune case vennero edificate (facilmente riconoscibili dal fatto di essere quelle dal disegno architettonico più moderno, lassù) insieme a qualche semplice struttura sportiva, poi nel 1993 la SPER fallì e ci si misero pure i cambiamenti climatici, che resero la neve a Erna una cosa assai rara. Così, il visionario progetto di Erna, la città dello sci a pochi minuti dal centro di Lecco, tornò nel fumoso regno delle utopie irrealizzate. Giudicate voi se sia stato meglio così, oppure no. Di certo l’amenità dei Piani d’Erna, con quel meraviglioso e imponente sfondo delle punte del Resegone appena al di sopra dei suoi verdi prati, resta comunque grande.