Il paesaggio contiene tutto

[Foto di Jonny Gios da Unsplash.]

Ogni linguaggio con cui si esprime il paesaggio è alla fine il linguaggio della società che lo ha segnato, lo ha fatto proprio, lasciandovi il marchio del proprio passaggio. Ciò nei modi pertinenti al proprio modo di produzione, che ha nel territorio e nelle sue risorse uno dei suoi termini fondamentali. Come si comprende, non tutte le complesse elaborazioni interne di una società trovano la loro proiezione nel paesaggio; ma è vero che il paesaggio racconta sempre una società, i suoi rapporti interni, le sue dinamiche demografiche, i suoi squilibri sociali, le proprie capacità tecniche, il proprio culto per la natura, e persino la propria fede religiosa, il suo modo di fare poesia, i propri modi di autorappresentarsi e rappresentare il mondo, ecc. Il paesaggio alla fine contiene tutto, tutte le verità che le società umane sanno inscrivere in esso e raccontare. Non solo, ma in una visione del mondo come quella che la scienza oggi ha messo insieme si può dire che tutto ciò che resta di una società, come di altre specie viventi, è quel poco che precipita negli strati geologici (l’archeologia in fondo riguarda il breve periodo di tempo relativo alla storia dell’uomo), scanditi secondo ritmi di milioni di anni e dai quali ci divide una sorta di muro del suono, di discontinuità rispetto ai ritmi della storia umana.

[Eugenio TurriIl paesaggio racconta, saggio presentato al convegno della Fondazione Osvaldo Piacentini a Reggio Emilia nel marzo del 2000. Qui trovate alcuni degli articoli che ho dedicato a Turri, una delle figure fondamentali per chiunque si occupi e s’interessi di paesaggio, geografia e relazioni tra uomo e ambiente. Nell’immagine in testa al post vedete il Castlerigg Stone Circle, nell’Inghilterra nord-occidentale, uno dei più importanti siti archeologici megalitici d’Europa: per saperne di più cliccate qui.]

 

Ogni cosa si imprime nel paesaggio

[Dintorni di Confrides, Spagna. Foto di Jack Anstey da Unsplash.]

Solitamente i fatti che lasciano tracce precise nel paesaggio sono quelli che riguardano le attività di trasformazione territoriale, l’apertura di una strada, l’inizio dei lavori, un bel mattino, per la costruzione di una casa, l’inaugurazione di una fabbrica, ecc. È possibile dividere i fatti che incidono nel paesaggio, come questi, dai fatti che si servono semplicemente del paesaggio ma che riguardano nella realtà la politica, le relazioni sociali, la religione, le passioni amorose, ecc., fatti cioè apparentemente senza nessun legame concreto col paesaggio stesso? Una possibile risposta è questa: che cioè tutto quanto avviene all’interno di una società, per il fatto stesso che ogni società vive ed agisce su un territorio, finisce in qualche modo per esprimersi nel paesaggio, lasciandovi le tracce del proprio passaggio. Tracce esigue o tracce consistenti a seconda del rapporto che la società stabilisce con il proprio territorio vitale, per cui una tribù di nomadi non lascerà che pochi segni, mentre una società di coltivatori sedentari lascerà incisioni più profonde e stabili.

[Eugenio Turri, Il paesaggio racconta, saggio presentato al convegno della Fondazione Osvaldo Piacentini a Reggio Emilia nel marzo del 2000. Qui trovate alcuni degli articoli che ho dedicato a Turri, una delle figure fondamentali per chiunque si occupi e s’interessi di paesaggio e geografia in Italia e non solo.]

La scrittura e il paesaggio

[Foto di pasja1000 da Pixabay.]
Il rapporto che esiste tra il territorio e il paesaggio è molto simile a quello che, nella lingua parlata, c’è tra parole pronunciate e messaggio comunicato. Il territorio è come le parole, la forma dell’espressione vocale e la manifestazione della peculiarità linguistica; il paesaggio è il messaggio, il significato espresso, percepito e da comprendere. Forse è proprio per questo che, personalmente, trovo vi sia così tanta affinità tra il “mestiere” dello scrivere, in senso letterario, e quello dell’indagare le relazioni tra uomini e paesaggi. La scrittura genera (ed esprime) concetti intellettuali, aiutando a elaborarne altri di conseguenza in base a chi la legge, a come la interpreta e a quali emozioni suscita; il territorio genera il concetto del paesaggio che viene elaborato di conseguenza da chi lo osserva, lo percepisce, lo vive e vi interagisce.

Ugualmente, per questo il territorio lo si può considerare un libro scritto nel tempo dagli uomini che vi hanno vissuto e lo hanno abitato, modificato, abbellito o guastato: il messaggio del testo che vi si può leggere è il senso del suo paesaggio. Saperlo comprendere, e saperci cogliere l’inestimabile cultura che offre, non è solamente un esercizio di mera geografia fisica ma soprattutto una pratica di geografia umana, nel senso più pieno e compiuto (dunque non solo scientifico, anche filosofico) della definizione. Cioè dell’uomo, della nostra mente e del nostro animo, di noi tutti che i territori di questo mondo e i loro paesaggi li viviamo quotidianamente e nei quali giorno per giorno ci specchiamo per ciò che siamo – per ciò che quei paesaggi sono.

Stiamo lavorando per chi?

Se c’è un’espressione invero assai usata che in molte circostanze mi fa non poco innervosire è «Stiamo lavorando per voi», ancor più se nella forma singolare in uso sul web «…per te».

Che a ben vedere non ha nulla di gentile e cordiale, pare quasi che quelli che te la formulano ti stiano facendo un favore del tutto gratuito, che non siano nemmeno stipendiati per farlo, che per colpa tua gli tocca lavorare altrimenti sarebbero andati volentieri a sciare o al mare, che sei tu che hai rotto loro le scatole e sei pure insistente – non che tu lo sia sul serio, anzi, ma loro sembra che te lo vogliano rimarcare preventivamente.
Ma «stiamo» chi, poi e quanti? Due, dieci, trecentocinquanta lavoranti? E servono tutti? Perché, be’, «Sto lavorando per voi» parrebbe un’attestazione di schiavismo e «Sto lavorando per te», singolare per singolare, avrebbe un che di sfida personale, di «Siamo io e te, qui… Fatti sotto, stro**o!»

Fatto sta che ogni qualvolta io me la ritrovi davanti, su un cartello pubblico, su un avviso esposto in un ufficio, come risposta email o altrove, maturo la certezza pressoché automatica che quelli mi stiano bellamente prendendo per i fondelli, percependo a volte un non troppo vago sentore di cialtroneria attiva. Ben sapendo, loro, che ben poco si possa fare per constatare se veramente quelli stiano lavorando, già, e che, probabilmente, sarebbe più sincera un’espressione del tipo «Appena abbiamo tempo / voglia / torniamo dalla spiaggia / lavoreremo per te (se non abbiamo di meglio da fare)». Ecco.

[L’immagine in testa al post è tratta da qui.]