Il nerbo dell’Appennino

[Il Lago del Matese nei pressi di Bocca della Selva, nell’omonimo Parco Regionale. Fonte dell’immagine: elevation.maplogs.com.]

C’erano una volta sull’Appennino i popoli di montagna. La loro terra non bastava a sfamarli tutti. Per sopravvivere, decisero di sacrificare i loro figli in primavera, ogni certo numero di anni. Era il sangue del cosiddetto Ver sacrum, l’atroce “primavera sacra” dei popoli italici. Nei secoli il rituale si umanizzò e si scelse di espellere, anziché uccidere, gli uomini in sovrabbondanza. Partivano a eserciti, nelle primavere stabilite, accompagnati dell’emblema di un animale totemico. Hirpus e luk, il lupo; picus, il picchio; vitulus, il vitello. Così nacquero popoli che furono il nerbo dell’Appennino: Irpini, Piceni, Lucani.
Posti dove l’orrido si ostenta ai forestieri. Gole senza fondo, strade che vi si infilano senza nemmeno lo spazio per i paracarri; curve a picco sul nulla come nelle illustrazioni dantesche del Doré, insegne che additano il “Saloon dell’Impiccato” o valloni arcigni come la Bocca della Selva. Per sfamarsi, questi cominciarono a premere su città, coste e pianure, ma vennero ricacciati indietro. E quando Roma cominciò a espandersi, si arroccarono sulle montagne adottando una tecnica “afghana” di agguati, senza mai scontri in campo aperto. Spesso si federarono, comunicando fra loro con una rete di tratturi. Forse gli stessi che Annibale avrebbe attraversato per scendere verso Roma.

(Paolo RumizAnnibale. Un viaggioFeltrinelli 2008, pagg.138-139.)

Perdere il passaporto

Perdere il passaporto era l’ultima delle preoccupazioni; perdere un taccuino era una catastrofe. In vent’anni e più di viaggi ne ho persi soltanto due. Uno era scomparso su un autobus afgano. L’altro requisito dalla polizia segreta brasiliana che, con una certa perspicacia, credette di riconoscere in alcune righe che avevo scritto – a proposito delle ferite di un Cristo barocco – una descrizione in codice delle sue pratiche ai danni dei prigionieri politici.

Leggo su “tvsvizzera.it” una notizia dal titolo Il passaporto italiano meglio di quello svizzero (⇐ clic) che racconta dell’indice redatto annualmente dalla società di consulenza inglese Henley & Partners che, basandosi sui dati dell’Associazione internazionale dei trasporti aerei (IATA), stila la classifica dell’indice di “gradimento” geopolitico dei passaporti di tutti i Paesi del mondo, ovvero quelli che permettono di viaggiare senza avere un visto nel maggior numero di Stati del mondo.

La notizia è ottima per i viaggiatori italiani, visto che il passaporto emesso dall’Italia è il 3° più gradito al mondo, alla pari con quello della Finlandia, del Lussemburgo e della Spagna. Meglio fanno solo i passaporti di Singapore, Giappone (i migliori in assoluto), Germania e Corea del Sud.

D’altro canto, tale notizia mi ha subito riportato alla mente il celebre passaggio sopra riportato de Le vie dei canti (Adelphi, 1988) di Bruce Chatwin, il grande scrittore e viaggiatore inglese: perché disquisisce proprio intorno all’importanza effettiva del passaporto, per un viaggiatore, rispetto ad altre cose amministrativamente meno importanti ma molto più rispetto al concetto più autentico di viaggio, di esperienza relativa e di retaggio culturale (nonché spirituale) personale del viaggiatore. Il quale se perde un passaporto deve solo attivarsi verso le autorità preposte in loco per ottenerne un duplicato; se invece perde le annotazioni (che siano su taccuino, digitali o in qualsiasi altra forma) con le quali ha fissato nella mente il viaggio stesso e i luoghi che ne sono stati meta, salvo l’affidarsi alla propria buona memoria, è un po’ come se perdesse se stesso in quei luoghi, pur senza essersi formalmente smarrito e tornando a casa sano e salvo.

La vita essenziale

Il mondo intero è per me molto “vivo” – tutte le piccole cose che crescono, perfino le rocce. Non riesco a guardare crescere un po’ d’erba e di terra, per esempio, senza percepire la vita essenziale, le cose che si muovono con loro. Lo stesso vale per una montagna, o un tratto di mare, o un magnifico pezzo di legno vecchio.

(Ansel Adams, senza fonte.)

Le case fanno fatica a darsi la mano

Alla fontana in mezzo al villaggio mi sono accorto che dopo la rapida pulizia di questi anni le case fanno fatica a darsi la mano e sono meno allegre. Cede all’asfalto l’erba; amica dei nostri piedi nudi, dei nostri giuochi non solo infantili. Non si vede anima viva e anche a me sembra d’essere vivo per miracolo, uno che c’è e non c’è. Si muove una tendina nella vecchia casa dove zio Gaetano aveva il suo laboratorio di scultore in legno. Ombra, sgomento d’un attimo, presto l’occhio mi avverte che un vetro è rotto, così che il vento scosta la tendina come una mano invisibile. Nessuno è veramente assente in questo silenzio, e mio zio è là, nella stanza troppo stretta che si scrolla da tutti gli oggetti appesi polvere e polvere, ora che il tornio primitivo canta e traballa sotto le mani magre, abilissime.

(Giorgio OrelliLa morte del gatto in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pagg.70-71. La foto in testa al post ritrae Savogno, borgo semiabbandonato nella Val Bregaglia italiana, in provincia di Sondrio. Crediti: clickfor_lombardia; fonte: in-lombardia.it.)

Il problema della Stupidità

Mi rendo conto che il problema della Stupidità ha la stessa valenza metafisica del problema del Male, anzi di più: perché si può persino pensare (gnosticamente) che il male si annidi come possibilità rimossa del seno stesso della Divinità; ma la Divinità non può ospitare e concepire la Stupidità, e pertanto la sola presenza degli stupidi nel Cosmo potrebbe testimoniare della Morte di Dio.

[Umberto Eco su “L’Espresso” del 20 luglio 2006, pagina 170.]

[Immagine tratta da qui.]