Chi se ne frega del Monte San Primo!

Dall’alto dei 161,2 metri di Palazzo Lombardia, sede della Giunta Regionale Lombarda, il Monte San Primo si vede benissimo. Che poi da lassù lo riconoscano è un altro discorso. Però vedere senza sapere e dunque capire è come non vedere nulla. E se non si vede – se non si vuol vedere nulla, non si capisce niente. Oppure si vede solo ciò che si vuol vedere, che magari nemmeno esiste ma ci si autoconvince del contrario – in psicologia si chiama allucinazione, già.

Ecco, probabilmente dall’alto di Palazzo Lombardia la Giunta Regionale crede di vedere il San Primo alto più delle Grigne, delle Alpi Lepontine e delle Pennine, lo vede innevato, pensa che lassù faccia un gran freddo, altro che cambiamento climatico e «stupidaggini» simili, e crede che i soldi dei contribuenti possano essere spesi così, d’emblée (participio passato del verbo francese antico embler che significa «rubare»), a riportare lo sci lassù, sul San Primo, e che sarà un investimento di successo, logico, razionale, scientificamente ineccepibile, perché l’importante è credere alle proprie verità e dichiarare “false” quelle degli altri. Ecco.

Viene da pensare questo a leggere le notizie che riferiscono del “silenzio-assenso” (che nella pubblica amministrazione è un istituto giuridico) della Giunta Regionale lombarda riguardo il progetto sciistico sul Monte San Primo, sotto i 1200 metri di quota, spendendo in totale cinque milioni di Euro di soldi pubblici. Alla faccia di qualsiasi logica, di qualsiasi analisi (persino dei propri enti), di qualsiasi figura di me…lma a livello internazionale (peraltro già consolidatasi, visto le numerose testate estere che insieme a quelle nostrane hanno denunciato negli anni l’assurdità del progetto), alla faccia di tutto e di tutti e, in primis, del Monte San Primo, del suo paesaggio, del suo ambiente naturale, della sua bellezza, del suo futuro.

Già, probabilmente la Giunta Regionale lombarda dal proprio palazzone milanese lo vedrebbe, il Monte San Primo, ma non lo riconosce e, temo, nemmeno lo guarda, nemmeno lo considera. Chi se ne frega di dov’è, cos’è, quanto è alto, quanto ci nevica o no, di quanto è bello e pure dei soldi che ci vuole spendere ovvero, sostanzialmente, sprecare. Negli stati allucinatori si smarrisce qualsiasi connessione con la realtà, si vede ciò che non esiste, si crede vero ciò che è falso, si sostengono cose totalmente infondate. Si arriva a credere di poter sciare su montagne dove non si nevica più e non si capisce che, invece, quelle montagne le si sta distruggendo.

È una cosa accettabile questa, secondo voi, cioè che una meravigliosa montagna ricca di fascino e attrattive venga degradata, svilita, distrutta per una mera, strumentale, autoritaria allucinazione trasformata in decisione politica?

Da Santanchè a Mazzi, dalla padella alla brace (e oltre)?

[Veduta di Varenna, sulla sponda lecchese del Lago di Como. Immagine tratta da https://comozero.it.]

Varenna al collasso: traffico, spiagge affollate e residenti esasperati […] I luoghi sono attrattivi per i turisti ma sempre meno vissuti, borghi vuoti solo da cartolina.

Una parola che odio e non riesco a pronunciare è overtourism, è una parola pericolosissima perché il turismo in Italia è un pilastro dell’economia […] Ogni turista è un patrimonio che va coccolato.

Un’altra delle cose nelle quali in Italia siamo bravi, tra mille altre, è di saltare dalla padella non solo alla brace ma pure alle fiamme vive. Così, se si poteva credere che nulla fosse peggio di una Daniela Santanchè eletta a Ministra del Turismo solo perché gestiva il “Twiga” insieme a Flavio Briatore (francamente non ho mai trovato altri buoni motivi alla base di quella sua nomina), ora che si è dimessa al suo posto c’è Gianmarco Mazzi, manager di eventi musicali e direttore per anni del Festival di Sanremo – oltre che politico, ovviamente. Che se prima, con Santanchè, era come – ad esempio – aver nominato a team principal della scuderia Ferrari per le gare di Formula Uno un’esperta di tute e caschi colorati, ora è stato nominato un esperto di conferenze stampa ed eventi aziendali. Ecco.

Mi auguravo che non andasse così ma, appunto, quella dote italica sopra menzionata si è di nuovo manifestata in tutta la sua nocività e lo ha fatto durante un evento della campagna elettorale in corso per le elezioni comunali di Lecco. Le due citazioni in testa all’articolo vengono da articoli (questo e quest’altro) pubblicati sui media locali a un mese circa di distanza: la prima racconta della situazione di sovraffollamento sempre più eccessivo che sta subendo Varenna, una delle località più note della sponda lecchese del Lago di Como – ne ho scritto di recente qui. La seconda riprende alcune affermazioni del Ministro Mazzi a Lecco, di seguito le riporto integralmente[1]:

Una parola che odio e non riesco a pronunciare è overtourism, è una parola pericolosissima perché il turismo in Italia è un pilastro dell’economia che vale il 13% del Pil e si stima che il suo valore, con tutto l’indotto, vada oltre il 25%. Non si può scherzare col turismo, ogni turista è un patrimonio che va coccolato.

Ovvero: l’importante sono i soldi, paesi e comunità che si fottano!

Sarebbe stato interessante se il Ministro fosse andato a pronunciare quelle affermazioni di fronte agli abitanti di Varenna – quelli che restano, perché molti se ne stanno andando proprio per i disagi generati dal troppo turismo – o agli abitanti di Venezia, di Bergamo Alta, delle Cinque Terre, di certe località delle Dolomiti o dei nostri litorali, e constatare la reazione delle comunità locali. D’altro canto, se fosse andato a parlare in questi luoghi iper turistificati, sono certo che avrebbe detto ben altre cose, che il turismo è una risorsa ma va gestito, che bisogna difendere le comunità, la cultura, le identità, i nostri borghi e bla bla bla bla.

Perché la cosa primariamente drammatica di tale realtà, tanto prima con Santanchè quanto ora con Mazzi e in generale con molte altre situazioni similari che scaturiscono dalla politica nostrana contemporanea, non sono solo le “idee” che queste figure manifestano su certi temi così delicati e complessi ma, al contrario, proprio l’assenza di pensiero, di consapevolezza dei temi, di competenze al riguardo, di consonanza alla realtà effettiva delle cose. In questo caso l’incapacità – o la conscia non volontà – di comprendere che il turismo, attività di matrice culturale, quando viene ridotto a mero fattore economico, al solo PIL che produce, inevitabilmente distrugge i luoghi e le comunità che vi vengono sottoposti, anche perché tutto quel PIL prodotto dal turismo di massa non resta nei territori ma va altrove. Infatti, ovunque si manifestino situazioni di sovraffollamento e sovraturismo, il benessere residenziale degli abitanti si degrada e molti di essi decidono di andarsene: i dati demografici lo dimostrano perfettamente.

[Varenna, qualche settimana fa.]
Evidentemente tutto ciò non interessa al Ministro Mazzi, che d’altro canto viene da attività per le quali conta fare più numeri possibile e aumentarli continuamente. E applicare la mentalità e la visione di un concerto o di un festival televisivo ad un territorio abitato e vissuto da una sua comunità stanziale, è come gestire le Ferrari dell’esempio prima citato decidendo di togliere dalle vetture i freni affinché possano andare sempre più veloce. Peccato che, così facendo, altrettanto rapidamente e inevitabilmente finiranno per schiantarsi.

[1] Ovviamente della parte dell’intervento di Lecco nella quale il Ministro trasforma tali affermazioni in propaganda politica non mi interessa. Per quanto mi riguarda non è affatto una questione di schieramenti e parti politiche, tutte così diverse nella forma, tutte terribilmente uguali nella sostanza.

Il turismo, la «miniera d’oro» nella quale restano seppelliti, paesi, luoghi e comunità

[Veduta panoramica di Varenna, un luogo bellissimo dal quale, purtroppo, sempre più spesso è meglio stare alla larga. Immagine tratta da www.lombardia.info.]
«I luoghi sono attrattivi per i turisti ma sempre meno vissuti, borghi vuoti solo da cartolina». Sono affermazioni recenti del sindaco di Varenna, località sul Lago di Como a me vicina che da qualche stagione sta subendo un aumento spropositato dei flussi turistici con grave degrado del benessere residenziale dei suoi abitanti, molti dei quali preferiscono andarsene dal paese. Una situazione ormai ben risaputa ovunque – sostituite “Varenna” con il nome di una delle centinaia di altre mete turistiche italiane e la sostanza non cambia, anzi: se è una località di montagna è pure peggiore – ma contro la quale sembra che nessuno voglia realmente fare qualcosa, al grido santancheano (pace all’anima politica sua) più o meno strepitato de «Il turismo è la miniera d’oro dell’Italia!»

Eccerto, si vede proprio che lo è, come no!

[Varenna in una qualsiasi giornata della stagione turistica ordinaria. Immagine tratta da www.laprovinciaunicatv.it.]
Ma in realtà il problema non è, non sarebbe il turismo che in sé non rappresenta affatto il male assoluto così come non lo sono – formalmente – i “turisti”. Anzi, potrebbe certamente essere una “miniera d’oro” (be’, al netto della stupidità dell’espressione), un’economia proficua e benefica per i territori, se messo nelle mani di minatori sensati e competenti. Invece, molti dei nostri “minatori”, che inopinatamente hanno scelto di cambiare mestiere e darsi alla politica locale, continuano ad affermare pubblicamente che sì, il problema c’è, bisogna fare qualcosa, bisogna salvaguardare i nostri borghi e i nostri territori e bla bla bla, ma poi, nel chiuso dei loro uffici istituzionali spesso pensano tutt’al più a come poterci ricavare qualcosa da tutta quella massa turistica, in forma di tasse, tassucole e affarismi vari, ma giammai che si impegnino in una reale, concreta, efficace gestione del turismo nei loro territori. Anzi, se lo si può incrementare perché no? Basta dire che si tratta di «sviluppo», di «valorizzazione», piazzando qualche colonnina di ricarica delle auto elettriche pure che è «turismo ecosostenibile» e amen, il gioco è fatto. Insieme al danno e alla beffa, per le comunità che malauguratamente abitano i luoghi turistificati. Peraltro, sapete poi quant’è bello per certi politici locali vantarsi sulla stampa del «boom di turisti» e dei record di arrivi e presenze e degli hotel tutti pieni e di quanto si è bravi e belli e attrattivi eccetera?

Ma siamo in Italia, il paese nel quale troppo spesso i problemi, invece di risolverli, vengono fatti diventare la “norma”. Che è poi il modo grazie al quale chiunque se ne lamenti passi pure per un barboso e irritante criticone. Già.

In memoria della Funicolare di Regoledo, un’opera all’avanguardia già più di un secolo fa

[Veduta del bacino dell’alto Lago di Como dal Sentiero del Viandante nei pressi di Regoledo, febbraio 2026.]
I numerosi escursionisti che percorrono il Sentiero del Viandante, l’affascinante e panoramico itinerario che, sospeso fra la montagna e la sponda orientale del Lago di Como, va da Lecco fino a Colico per poi proseguire in bassa Valtellina fino a raggiungere Morbegno, a una mezz’ora o poco più da Bellano attraversano un breve ponte immerso nel fitto bosco, al punto che quasi non sembra un ponte e ancor meno si accorgono di cosa scavalchi: si direbbe un corso d’acqua ma completamente in secca e dall’andamento stranamente rettilineo.

Nei pressi, un cartello metallico anch’esso non così evidente dacché corroso dal tempo rivela “l’arcano”: quello superato dal piccolo ponte era il vallo lungo il quale correva la linea della Funicolare di Regoledo, aperta in origine nel 1890 al servizio del Grand Hotel Regoledo (tra i più lussuosi dell’epoca, reso celebre dalle sue cure idroterapiche) e considerata ancora oggi un gioiello ingegneristico assoluto. Infatti immagino che anche a molti dei camminatori – almeno quelli italiani, visto che ce ne sono anche tanti stranieri – che superano il ponte senza rendersene conto, la storia dell’impianto di Regoledo sia nota, in particolare il suo ingegnoso sistema di trazione a contrappeso d’acqua: le due vetture erano dotate di serbatoi riempiti alternativamente da 3600 litri di acqua, così che, grazie a un sistema di argani, la vettura più pesante trainava verso monte quella leggera e, all’incrocio delle due (che avveniva proprio in prossimità del ponte attraversato dal Sentiero del Viandante), i passeggeri venivano trasbordati dall’una all’altra vettura e l’acqua travasata da quella superiore a quella inferiore, in modo da invertire il peso e la trazione delle cabine (per saperne di più sulle peculiarità tecniche dell’impianto potete consultare la sitografia in calce all’articolo). Purtroppo le vicende belliche legate ai due conflitti mondiali ostacolarono l’attività e il successo della Funicolare nonché del Grand Hotel di Regoledo, così che nel giugno del 1960 l’impianto venne definitivamente chiuso.

In ogni caso, al netto della sua notevole ingegneria, trovo che la Funicolare di Regoledo sia stato un impianto eccezionale, e a suo modo attualissimo, per due altri motivi che ne farebbero tutt’oggi un mezzo di trasporto all’avanguardia nonostante sia stato concepito la bellezza di 125 anni fa.

In primis, perché la Funicolare in origine era mossa da un argano elettrico ma, per eliminare alcuni inconvenienti tecnici che nel frattempo si erano manifestati, nel 1901 venne decisa la trasformazione della trazione al sistema ad acqua, poi realizzata nel 1903, che la pose tra le prime di questo genere in Italia. Dunque quello di Regoledo era un impianto totalmente a zero emissioni, “100% green” si direbbe oggi: qualcosa che è ancora parecchio difficile trovare in circolazione, anche tra i mezzi di trasporto contemporanei a trazione alternativa a quella termica la cui energia potrebbe essere prodotta in modi non completamente ecosostenibili.

Inoltre, peculiarità ancora più avanguardistica e altrettanto rara da constatare oggi, a Regoledo venne messo in atto un sistema di trasporto perfettamente integrato e, nella sua concezione, incredibilmente moderno: la stazione di partenza della Funicolare fu edificata accanto alla linea ferroviaria che da Milano portava in Valtellina e, all’uopo, si realizzò anche una fermata per i convogli in transito. Entrambe poi si trovavano a pochi metri da un apposito imbarcadero per i piroscafi che facevano servizio sul Lago di Como, dal cui attracco si saliva rapidamente alle stazioni ferroviaria e della funicolare. Così il turista che giungeva in treno da Milano o in battello da Como e dal bacino del Lago di Como poteva salire a godere i lussuosi servizi alberghieri e termali di Regoledo muovendo pochi passi e usufruendo di un efficientissimo sistema di trasporti pubblici integrato, come detto. All’epoca si trattava di una necessità, vista l’ancora scarsa diffusione delle autovetture (d’altronde appena nate) e la scomodità dei viaggi in carrozza lungo la tortuosa strada litoranea lariana; oggi sarebbe una attrazione turistica dall’appeal e dalle potenzialità enormi, proprio anche in forza della sua ecosostenibilità assolutamente consona alla sensibilità ambientale diffusa oggi. Di questi tempi, quando una mobilità pubblica così integrata sia disponibile, viene presentata come qualcosa di innovativo se non di rivoluzionario; be’, a Regoledo era la norma già più di 120 anni fa!

Ma, come detto, nel 1960 tutto finì, guarda caso negli anni in cui vennero chiuse altre infrastrutture di trasporto pubblico su rotaia (penso alle ferrovie delle valli bergamasche, per non andare troppo lontano da Regoledo) che oggi avrebbero un potenziale a favore dei territori e del turismo enorme. Ma c’era il boom economico e agli italiani viepiù “benestanti” venne imposto il dominio dell’automobile, al quale peraltro si sottoposero volentieri (ancora oggi l’Italia è il paese con il tasso di motorizzazione più alto dell’Unione Europea); anche a Regoledo si poteva salire comodamente a bordo della propria auto e ciò fece trascurare il fatto che con la soppressione di quelle opere la collettività perdeva un patrimonio tecnologico, infrastrutturale e un’attrazione turistica che oggi, lo ribadisco, per mille motivi risulterebbe quasi inestimabile.

Per tutto ciò, essendo transitato di recente lungo quella tratta del Sentiero del Viandante e, pur conoscendo la storia della Funicolare, anche io non mi sono accorto subito di averla sotto i piedi passando sul ponte citato poco fa (ho notato il cartello esplicativo, per fortuna!), mi è spiaciuto parecchio constatare lo stato di totale abbandono del vallo lungo il quale correvano i binari, diventato una discarica di alberi abbattuti, rami crollati, pietre e materiale terroso franato dalle sponde, così come del viadotto che caratterizzata un altro tratto della linea (visibile in alcune delle immagini qui presenti), oggi totalmente avvolto dalla vegetazione e in stato di crescente degrado strutturale.

Ovviamente so bene che una manutenzione conservativa della linea della Funicolare sarebbe qualcosa di tanto costoso quanto inutile, visto che non avrebbe senso pensare di ripristinarne il servizio (nonostante l’attrattività internazionale del brand “Lago di Como” ma, d’altro canto, dovendo registrare lo svanimento nel tempo del richiamo turistico di Regoledo… sarebbe una bella utopia, insomma). Tuttavia, è veramente un peccato lasciare che ciò che resta di un autentico gioiello ingegneristico, per certi aspetti unico in Italia e forse in Europa, e della sua storia così peculiare per la riva lecchese del Lago di Como oltre che per quella del turismo sui laghi alpini italiani, vada totalmente alla malora trasformandosi viepiù in una moderna rovina archeologica dimenticata da tutti, destinata nel prossimo futuro a sparire completamente. Resta solo da sperare che almeno gli escursionisti in transito lungo il Sentiero del Viandante e sul ponte sotto il quale correvano le vetture della Funicolare ne possano serbare la memoria e immaginarne il fascino, d’antan eppure così avanguardistico.

N.B.: l’articolo che avete letto è stato redatto anche grazie alla seguente sitografia:

Tornare a scuola, sul Monte San Primo

Ogni volta che salgo sul Monte San Primo, per me, è un po’ come tornare a scuola. A quella dell’età più allegra, la scuola elementare come si chiamava allora.

E allora, in quella scuola elementare di quando ero bambino, si studiava ancora la geografia (sia sempre maledetto chi decise di toglierla dai programmi scolastici), e avevo un libro di testo che tra le sue illustrazioni, in un capitolo sulla Lombardia o sui laghi alpini, non ricordo, ne aveva una con la celeberrima veduta del Lago di Como dalla vetta del Monte San Primo. Esattamente la stessa che ho rifatto io qualche giorno fa, tornando lassù, e che vedete lì sopra.

Ma tornandoci, sul San Primo (per la cronaca, stavolta l’ho fatto traversandolo per due volte, partendo dal Pian del Tivano e salendo in vetta per la cresta sudovest, poi scendendo dalla nord all’Alpe delle Ville e al Parco San Primo, risalendo a Terrabiotta e al Monte Ponciv e ridiscendendo al Pian del Tivano dall’Alpe Spessola e dall’Alpetto di Torno), mi sono reso conto che in effetti lassù è un po’ come tornare a scuola anche per tanti altri motivi, ancora più validi di quello sedimentato nella memoria personale.

Sul San Primo, innanzi tutto, si torna a scuola di bellezza: una bellezza assoluta, come solo la visione da lassù del mondo può donare, ancor più in forza della prominenza e del particolare isolamento del Monte che, senza raggiungere altitudini così elevate, regala una veduta panoramica a trecentosessanta gradi che molte vette ben più alte non possono offrire. Per di più, sempre grazie alla geomorfologia del San Primo, marcatore referenziale assoluto per tutto il territorio lariano, suscitando la vivida e affascinante impressione di essere proprio al centro del vastissimo panorama, nel punto attorno al quale quel pezzo di mondo si sviluppa con tutte le proprie innumerevoli forme e con tutto ciò che vi sta dentro, di naturale e di antropico.

Ecco, a tale proposito: sul San Primo si va anche a scuola di paesaggio nel senso culturale del termine. Dalla vetta si può contemplare come in pochi altri luoghi l’interazione tra ambiente naturale e spazi antropizzati, studiando come l’uomo abbia abitato i versanti montuosi, le rive del lago, i fondivalle, mentre verso meridione si stende la pianura iper-urbanizzata che tuttavia da lassù – sempre che la sua veduta non sia impedita da una cappa di smog – appare un mondo lontanissimo e inevitabilmente antitetico rispetto a ciò che si vede altrove, a nord dove il fiordo lariano si incunea tra le Alpi orientali e occidentali, a levante con le Grigne possenti e imperiose e dietro le Orobie, a ponente con le vette alpine italiane e svizzere che si susseguono a perdita d’occhio.

Si va anche a scuola di Natura, sul San Primo, con la gran varietà vegetale che offre, le conifere, le faggete, il bosco misto, i prati, le pietre, e tutto contenuto in uno scrigno geografico di rara bellezza, che a settentrione forma una conca dai bordi sinuosi – quella ove è sito il Parco Monte San Primo – che non è banale definire idilliaca per come il termine qui assuma il significato più compiuto possibile, mentre a sud appare come una dorsale che ricorda la schiena di un ciclopico tanto quanto docile animale le cui membra vengono definite dalle creste che dal crinale scendono sul Pian del Tivano, o viceversa.

Per tutto questo sul San Primo si può imparare o approfondire la più intensa e consapevole relazione con il territorio naturale, per come lo starci dentro, in tutta la meravigliosa bellezza del monte verso la quale viene spontaneo cercarvi un’armonia, un rapporto che non sia solo quello fugace del visitatore che passa e va come in un qualsiasi altro luogo ma qualcosa di più forte e radicato, più vitale, qualcosa che faccia veramente sentire di essere parte del paesaggio e il paesaggio che si fa parte di chi c’è lì: è quella congiunzione tra paesaggio esteriore e interiore che ci fa sentire bene nel luogo in cui siamo e, in qualche modo comunque ben percepibile, ci fa sentire vivi più che altrove e di altri momenti. Anche per questo il Monte San Primo si fa “scuola”, offrendo aule tra le più belle e accoglienti nelle quali ci insegna la forma, la sostanza e il senso della sua formidabile bellezza alpestre.

Posto tutto ciò – che è solo una minima parte delle tante cose che di sé il Monte San Primo sa insegnarenon c’è invece bisogno di andare a scuola per “imparare” a capire quanto il progetto, ormai noto e famigerato, di nuovi impianti sciistici che si vorrebbe imporre alla montagna, a questa montagna così bella e speciale per quello che è, sia un’idiozia assoluta. Non occorre essere meno diretti e rudi, bisogna rimarcare le cose per come stanno: è un progetto che può proporre solo chi, invece di imparare la bellezza del San Primo, preferisce ignorarla oppure, assurdamente, non sa comprenderla e per questo formula idee e proposte non solo scriteriate ma pure totalmente avulse dall’anima autentica del San Primo, oltre che alla sua realtà ambientale, paesaggistica e naturale.

Degradare un luogo così speciale, così bello e prezioso, così capace di donare visioni, emozioni, percezioni e sensazioni più uniche che rare a chi lo visita e ne percorre i versanti e le creste è qualcosa che semplicemente non si può accettare, esattamente come non è ammissibile degradare e devastare una scuola prestigiosa e autorevole. Una “scuola” montana che ha soltanto bisogno di alunni curiosi che abbiano voglia di imparare a goderne consapevolmente le bellezze, non di “asini” che invece, malauguratamente, ne disprezzano gli insegnamenti.