Se da tempo è opinione unanimemente accettata che i migliori luoghi pubblici deputati alla cultura, nella forma e nella sostanza, siano quelli scandinavi – ovvero quelli dove, per riassumere grandemente il concetto, la biblioteca non è solo una biblioteca, ma è molto di più – anche in Italia come altrove nel mondo sono sempre di più gli spazi culturali pubblici che recepiscono tale nordica ispirazione, offrendo luoghi assolutamente notevoli e dal potenziale socioculturale fondamentale.
Il Pertini di Cinisello Balsamo – città dell’hinterland milanese e per questo sofferente, in passato ma per certi aspetti anche oggi, di tutti quei disagi tipici delle zone periferiche delle città post-moderne e post-industriali – è senza dubbio uno di questi luoghi di grande potenziale. Inaugurato il 21 settembre 2012, è in primis la sede della biblioteca comunale, appunto: 5.000 mq di superficie aperta al pubblico su quattro piani, 520 sedute, una sala studio, tre aule per laboratori e corsi, un auditorium (176 posti) e una sala incontri. Ospita complessivamente quasi 120.000 documenti, dei quali i libri sono più di 85.000, oltre a circa 20.000 documenti su supporti digitali. Il Pertini è stato costruito sul perimetro della storica scuola Luigi Cadorna, di cui è stata mantenuta a titolo di rimembranza la facciata, e intende essere la nuova piazza per la città, un’occasione di aggregazione, di incontro e di scambio. Ospita corsi, mostre, concerti ed altre iniziative culturali.
Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web de Il Pertini.
Avrete probabilmente sentito parlare della libreria ad azionariato popolare IoCiSto di Napoli, nata qualche mese fa per salvare dalla chiusura l’ennesimo esercizio commerciale analogo (una FNAC, per la cronaca, catena indipendente – o più o meno tale – che come saprete in Italia non c’è più), peraltro in una zona della città, il Vomero, da tempo in profonda crisi commerciale e sociale. Per chi non conoscesse tale “esperimento”, presentato dai media come la prima libreria di quel particolare genere giuridico (che nasce in ambito sportivo come sostentamento economico se non come “salvezza” di squadre in crisi finanziaria da parte dei tifosi di esse), lo riassumo in breve.
Lo scorso maggio Ciro Sabatino, giornalista ed ex editore napoletano, lancia un allarme sui social network per via della chiusura dell’ennesima libreria, appunto. “Perché non l’apriamo noi cittadini? Se ognuno ci mettesse qualche soldo, anche poco. Io ci sto”, scrive Sabatino. Da lì a qualche settimana, dal “mi piace” si è passati a qualcosa di più concreto. “Abbiamo raccolto le prime sottoscrizioni: 150 da 50 euro ciascuna” racconta Alberto Della Casa, attuale direttore della libreria. “A luglio avevamo una sede e la presentazione ai cittadini è avvenuta il 21 luglio con un flash mob di 4mila persone in piazza Fuga al Vomero, che sta davanti alla libreria.”. Oggi i soci sottoscrittori della libreria sono circa 700 soci, molti dei quali peraltro hanno pure dato una mano nell’allestimento dei locali, imbiancando le pareti, costruendo gli scaffali e arredando gli spazi a disposizione. In verità IoCiSto non è stato il primo esperimento di libreria ad azionariato popolare. L’anno precedente due altre realtà della vendita libraria indipendente hanno deciso di affrontare tale innovativa strada. A Busto Arsizio, in provincia di Varese, la storica Libreria Boragno – di proprietà d’una famiglia di librai dal 1911 – a marzo 2013 è stata costretta alla chiusura, “Dopo aver lottato e perso contro i punti vendita delle grandi catene” come ha spiegato allora Francesca Boragno, ultima erede della famiglia. Tuttavia Francesca non s’é data per vinta, riuscendo a ottenere dal tribunale lo scorporo di una parte dell’azienda dalla procedura di concordato preventivo, così che la Libreria Boragno è potuta ripartire grazie all’azionariato popolare e ai primi venticinque soci finanziatori.
Poco distante, a Saronno (un contagio del tutto benefico, mi viene da pensare!), un’analoga scelta è stata affrontata dalla Libreria Pagina 18, che dopo i primi 5 anni di attività rischiava a sua volta di abbassare definitivamente le saracinesche, e nuovamente per la vicinanza di un punto vendita di una grande casa editrice. “Servivano 90mila euro, non li avevamo”, hanno raccontato i gestori della libreria (dacché definirli proprietari mi pare ora improprio). “Ma grazie all’azionariato popolare, in quarantacinque giorni abbiamo trovato trentacinque nuovi soci, e a luglio dello stesso anno abbiamo potuto inaugurare.”
Poste tali esperienze così importanti e innovative per il panorama della vendita libraria commerciale nel nostro paese, posta pure la sempre più precaria situazione delle librerie indipendenti nonché rimarcando nuovamente con forza che, in un paese nel quale più della metà della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno e, forse, nemmeno più sa cosa sia un libro, c’è la necessità assoluta di rimettere in contatto le persone con l’oggetto-libro e con i suoi contenuti letterari, di rendere nuovamente il libro un oggetto assolutamente familiare, e familiare ancor più la sua importanza culturale, sociale e la bellezza che regala a chi lo legge – posto tutto ciò, insomma, credo che la via dell’azionariato popolare per le librerie indipendenti, non solo per la loro eventuale salvezza ma, io dico, per la loro prosperità (un vantaggio comune, a questo punto), sia da seguire e perseguire senza alcun dubbio. Anzi, che sia pure “istituzionalmente” e giuridicamente agevolata, in qualche modo che non ho le competenze di poter determinare ma che mi auguro possibile.
Come sostiene Claudia Migliore, vicepresidente dell’associazione IoCiSto, che gestisce la libreria napoletana e le sue attività, “Siamo un’associazione e prevediamo quest’anno di procedere all’iter per il riconoscimento. Ci risulta che in Italia, le strutture che nascono con azionariato diffuso non abbiano una forma giuridica ad hoc, devono adattarsi. Noi abbiamo scelto quella associativa che ci sta permettendo di capire come stiamo andando da un punto di vista economico e di realizzare le nostre attività. Quando il ricavato dalle vendite dei libri costituirà l’entrata prevalente rispetto alle quote associative, potremmo diventare cooperativa di consumo.”
Ecco, Claudia Migliore già indica e specifica meglio come si potrebbe agire, in tal senso. Per poi – passo appena successivo e indispensabile – creare una rete di librerie di tale genere, a sua volta ben correlata con l’intero ambiente dell’editoria indipendente nazionale, dato che ovviamente una libreria ad azionariato popolare non è diversa da qualsiasi altra, commercialmente e culturalmente. Ha una forma giuridica alternativa, tutto qui. Quel che conta è la missione (la mission oggi si direbbe, ma uso l’italiano, come da molti giustamente auspicato) culturale che, inevitabilmente, sta dietro l’attività commerciale di un esercizio come la libreria indipendente – salvo casi di inadeguata gestione. Missione che le altre librerie di catena, spiace dirlo, molto spesso mettono in secondo (o terzo, quarto, centoventiduesimo) piano rispetto al mero tornaconto finanziario, e che invece, per quanto affermato poco fa, oggi è più che mai fondamentale, da riproporre come esigenza ineludibile. E ad agire quanto prima in tal senso, senza alcuna esitazione, io ci sto.
Non serve che sia io a rimarcare, qui, l’altissima qualità delle proposte artistiche in chiave museale/espositiva offerta dal MART, il Museo di Arte Contemporanea di Trento e Rovereto. Tuttavia decidere di affrontare un tema assolutamente delicato come la guerra in un periodo potenzialmente retoricizzante come quello attuale, nel quale si commemora il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale – di questa guerra sto dicendo, naturalmente – ovvero portare un tale tema in un contesto tipicamente deputato all’arte contemporanea, dunque non direttamente (almeno non subito) correlabile con quel tema, rappresenta una sfida non indifferente, che non so quanti altri centri d’arte italiani avrebbero potuto sostenere, anche solo per propria indispensabile autorevolezza.
Beh, il MART ha vinto la sfida, a mio parere. Ho visitato giusto qualche giorno fa La guerra che verrà non è la prima. 1914 – 2014, e l’ho trovata assolutamente suggestiva e intrigante. Lo è per le peculiarità che offre all’attenzione e alla riflessione del visitatore e che trovate già ben illustrate nella presentazione della mostra; tuttavia, se devo esplicare sul merito il mio punto di vista, ho trovato che lo sia perché in fondo in essa non vi è la guerra. Non c’è, non si trova la prevedibile iconografia classica nonché tutta l’oggettistica che ci si potrebbe aspettare da un evento che ne commemora l’anniversario, se non in qualità di complementi quasi doverosi, forse necessari a fornire stimoli tematici a chi durante la visita vi si ritrovasse “spaesato”, per così dire. C’è invece, ed è questo che soprattutto trovo intrigante e illuminante, tutto quanto gira intorno al concetto di “guerra”: la Grande Guerra in primis ma, in generale, al senso, all’accezione e alla realtà ordinaria derivanti da esso, che sono uguali oggi come allora e allora come sempre, dacché la guerra – ahinoi uomini boriosamente “urbani” ma invero inguaribilmente disumani – rappresenta sempre la stessa tragedia, per chi la combatte, per chi la subisce, per chi ne viene coinvolto nel bene o nel male. Il Biplano inglese SE.5A 1917 che accoglie i visitatori all’ingresso del MART
Così recita la presentazione de La guerra che verrà non è la prima:
“La mostra sviluppa il tema adottando molteplici punti di vista e toccandone anche gli aspetti più sensibili, delicati e talvolta controversi. Il percorso espositivo lascia emergere l’evento come risultato di una composizione in cui l’arte si confronta con la storia, la politica e l’antropologia. Ricorrendo a una sorta di complesso montaggio tematico e temporale, l’esposizione evita di seguire un preciso filo cronologico, dimostrando – tramite inediti accostamenti e cortocircuiti semantici – come tutte le guerre siano uguali e, allo stesso tempo, come ogni guerra sia diversa. L’intento non è quello di inventariare i conflitti di ieri e di oggi, né quello di misconoscere le irriducibili differenze storiche, ma la volontà di mantenere aperta la ricerca e la riflessione in un luogo in cui ricordare non significhi ridurre un evento a qualcosa di pietrificato, archiviato e definitivamente sigillato in se stesso ma, all’opposto, riveli interpretazioni e riletture capaci di esprimerne tutta la complessità.”
Il MART sceglie di conseguire tali scopi appunto dimostrando come la guerra abbia effetto non solo sui campi di battaglia – quelli sì, sono le conseguenze più truci e drammatiche della follia bellica umana – ma pure sull’intera società che in un modo o nell’altro ne venga coinvolta, dunque pure sul sottofondo culturale ove si basa l’opinione pubblica, sulla visione delle cose del mondo da parte della gente comune, sulle sue convinzioni, sulle sue presunte verità ma pure sugli usi, sui costumi, sul linguaggio, sulla consapevolezza di sé stessi e dello spazio-tempo d’intorno. Tutti elementi, questi, da sempre campi d’indagine primario dell’arte e di quella contemporanea ancora di più, ed è proprio qui, io credo, che efficacemente s’innesta e fa da perfetto supporto all’evento la prima citata autorevolezza che un centro d’arte come il MART può offrire e mettere in campo, confermandosi senza dubbio con La guerra che verrà non è la prima uno dei più importanti e influenti (nonché efficienti) luoghi culturali italiani in senso assoluto. Sperando che questo paese, sempre più sfregiato da un degrado della propria cultura e della memoria (appunto) che lo sta affossando drammaticamente, sappia recepire quell’autorevole influenza che luoghi come il MaRT mettono a disposizione di tutti.
Nel frattempo, fatelo voi: è un invito molto caloroso, il mio, perché la mostra merita veramente una visita e la merita pure il MART stesso, se ancora non l’avete mai visitato.
Cliccate sulle immagini per visitare le pagine del sito web del MART dedicate alla mostra e conoscere ogni utile informazione su di essa.
Inesorabilmente attratto per confluenza di passioni (come ormai saprà chi frequenta il blog) dalle forme artistiche che coniugano immagine e parola – ovvero arte visuale ed espressività letteraria – non posso non farmi affascinare, e dunque segnalarvi, la mostra da poco inaugurata presso Traffic Gallery di Bergamo: Le Re/citazioni di MADAME [Baby, your love shot me down], prima personale italiana dell’artista francese Madame (le cui opere da noi si sono già viste, in passato, ma sempre nel contesto di eventi collettivi).
Quelli di Madame solo apparentemente sembrano classici collage, dacché dietro le immagini che l’artista costruisce c’è molto di più, come spiegano i curatori dell’esposizione Claudia Attimonelli e Vincenzo Susca:
“Madame realizza collage variopinti accompagnati da motti piccanti e provocatori utilizzando in modo ricreativo ritagli fotografici unici, tratti da antichi giornali ottocenteschi fino a più recenti pubblicità e immagini degli anni Sessanta e Settanta. L’opera in un unico esemplare, oggetto delle sue esposizioni, arricchita da minuti dettagli eteromaterici, è allo stesso tempo la matrice dalla quale l’artista produce le stampe adoperate per le grandiose affissioni urbane disseminate per le strade di Parigi e di altre città europee, realizzate durante il giorno e sotto lo sguardo complice e compiaciuto dei passanti. Sommersa nel suo atelier da pile di riviste e di altri minuti oggetti d’altri tempi, alcuni selezionati per l’estetica tipografica altri per l’iconografia, Madame è capace di concentrare nello spazio di pochi segni una composizione familiare eppur straniante, incastonata in dotte cornici tematiche, laddove il già noto, l’immagine ritagliata dai magazine e i caratteri scelti per le parole, agenti da macchina del tempo tramite il disseppellimento di ricordi, entra in dialogo con le mordaci battute assegnate ai personaggi.”
L’uso poi che fa della parola, Madame, assume effettivamente tratti letterari, di forma poetica leggera ma di sostanza sagace e salace, se non sovente caustica: “Gli aforismi in francese, in inglese e in occasione dell’esclusiva mostra personale di Bergamo alla Traffic Gallery per la prima volta anche in italiano,” spiegano ancora Claudia Attimonelli e Vincenzo Susca, “innescano giochi di parole e parodie, citando canzoni e frasi idiomatiche che inscenano dispositivi giocosi e ironici nei confronti degli stereotipi sociali, amorosi e di genere.”
Una mostra (e un’artista) intrigante, assolutamente da non perdere: c’è tempo fino all’8 Aprile prossimo. Cliccate sull’immagine per visitare il sito web di Traffic Gallery e conoscere ogni altra utile informazione in merito.
L’America, dal secondo conflitto mondiale, uscì vincitrice non solo dal punto di vista bellico ma pure – lo sappiamo bene tutti – da quello economico, tecnologico, sociale, del costume, della cultura popolare: in tal senso “l’America è lo specchio del mondo” è diventato un luogo comune assai diffuso, per rimarcare tale generale supremazia sulla seconda parte del secolo scorso.
Anche per il mondo dell’arte gli USA presero a divenire nel dopoguerra il motore trainante principale, e dal 1950 in poi una generazione di nuovi e rivoluzionari artisti emersero all’attenzione del mondo diventando da quel momento per il panorama artistico un movimento – e una corrente – imprescindibile: l’espressionismo astratto. Opere di rottura con qualsiasi scuola e stilema del passato, sovversive, potentissime, debordanti di energia di molteplice natura: quella che poi venne definita la “scuola di New York” sembrava incarnare la spinta fremente del progresso post-bellico, del boom economico, dei favolosi anni ’60 con tutte le loro novità sociali e di costume, ma in qualche modo quell’energia pareva pure riflettere la percezione e la relativa inquietudine per un progresso che fin da subito mostrava segni di disequilibrio, di instabilità, di pericolose deviazioni verso “effetti collaterali” certamente per nulla positivi.
Invero, la suddetta inquietudine era parte viva delle personalità di quegli artisti, sovente esempi perfetti dell’antinomia genio e sregolatezza, spesso deceduti in condizioni fisico-psichiche precarie e in circostanze drammatiche – morti violente, suicidi, conseguenze di stati di alcolismo cronici, malattie inguaribili e quant’altro del genere. Jackson Pollock fu il carismatico caposcuola del movimento, e fu anche quello che nel modo più tragico ne incarnò la drammatica sostanza. E’ lui il fulcro della mostra allestita a Milano, nelle sale di Palazzo Reale, con una cinquantina di opere (e alcuni video dell’epoca) provenienti dal Whitney Museum in un allestimento curato da Carter E.Foster e Luca Beatrice, e il cui titolo – “Pollock e gli irascibili”, appunto – rimanda ad un’altra “identificazione” del gruppo di artisti, quando per un clamoroso rifiuto alla partecipazione ad una mostra del Metropolitan Museum of Art (della quale essi contestavano l’inaccettabile assenza di opere d’arte contemporanea ovvero il disinteresse dei vertici del museo verso la stessa), vennero definiti irascibili – nella sostanza fu come se i migliori calciatori di una nazione si fossero rifiutati di scendere in campo con la propria nazionale: un atto di protesta che al tempo fece parecchio scalpore, come immaginerete.
La mostra, ancorché un poco esigua nel numero di opere esposte, è ben fatta. Centrale, come detto, è la figura di Pollock, così come visualmente centrale è la sua celebre opera Number 27, 1950, probabilmente la sua più famosa, vera e propria icona universale dell’action painting, dotata di una vitalità incredibile, veramente potente e impressionante. Da Pollock “il maledetto” – ebbe problemi con l’alcol fin dall’adolescenza, a 40 anni ne dimostrava almeno 20 in più e finì la sua esistenza con un incidente d’auto, come un altro maledetto dell’epoca, James Dean – il percorso espositivo porta il visitatore a conoscere tutti i principali esponenti del surrealismo astratto e dell’action painting: Bradley Newman, Robert Motherwell, Adolph Gottlieb, William Baziotes, James Brooks, Bradley Walker Tomlin, Jimmy Ernst, Ad Reinhardt, Richard Pousette-Dart, Theodoros Stamos, Clyfford Still, Hedda Sterne – tra le poche donne del movimento insieme a Lee Krasner, moglie di Pollock – fino a Willem De Kooning, che in qualche modo chiuse la produzione della scuola propriamente detta, e al meraviglioso (sì, lo ammetto, ho una preferenza per lui, al pari che per Pollock) Mark Rothko, con le sue fantastiche tele a grandi campiture cromatiche le quali fissano una sorta di “ritorno alla calma” per la scuola così prima dedita alla “violenza espressiva” dell’action painting e si rivolgono espressamente allo spettatore, per il quale sono come uno specchio composto da colori atti a raccogliere e inglobare la sua confessione più intima, come se gli dicessero: “Bene, ora non sono più io, opera d’arte, a doverti raccontare qualcosa ma sei tu, spettatore, a raccontarmi di te”. Una conclusione del percorso espositivo parecchio intensa e di grande impatto sul visitatore, direi.
Mostra notevole, insomma, allestita con ottima logica e dotata di apparati critici (esposti coi pannelli lungo il percorso della mostra e attraverso l’audioguida in dotazione ai visitatori direttamente dalla voce di Luca Beatrice) interessanti ed esaurienti. Note di merito alla scelta di allestire le sale con rivestimenti neri, per far risaltare nel modo migliore i possenti cromatismi delle tele, e negli spazi di movimento per il pubblico, finalmente non angusti come in altri eventi espositivi qui a Palazzo Reale; nota di demerito (parziale, diciamo, dacché non così invalidante ma purtroppo reiterata, visto altri casi passati) per alcune illuminazioni, non del tutto riuscite e, in un paio di casi, con i faretti guasti, cosa che a meno di un mese dall’inaugurazione e durante una giornata prevedibilmente affollata di visitatori non è il massimo, ecco.
La mostra continuerà fino al 16 Febbraio 2014. Credo sia una gran bella occasione di conoscere uno dei movimenti fondamentali per l’arte moderna e contemporanea, nonché un gruppo di artisti che così – geniali, profondi e al contempo inquieti, folli ovvero nel complesso autenticamente rivoluzionari – non ce ne sono più molti in giro. Banale dirlo, ma tant’é.
Cliccate QUI per visitare il sito web ufficiale sulla mostra e conoscerne ogni altro dettaglio.
(P.S.: il video è courtesy Artribune.tv)