

Una divisione netta, una differenza di relazione con il territorio e di gestione delle proprie montagne radicale e sconcertante. Di là, nei Grigioni, ammirazione; di qua, in Lombardia, vergogna.


Una divisione netta, una differenza di relazione con il territorio e di gestione delle proprie montagne radicale e sconcertante. Di là, nei Grigioni, ammirazione; di qua, in Lombardia, vergogna.




Dal 1969 al 1990 la Plaine Morte, il plateau glaciale più vasto delle Alpi, posto a quote comprese tra i 2600 e i 2900 m sopra la rinomata località di Crans Montana (Vallese, Svizzera), ospitò con continuità un piccolo ma frequentato comprensorio sciistico, dotato di tre skilift e alcune piste interessanti anche in forza dello straordinario contesto paesaggistico di questa regione delle Alpi bernesi, che facevano della stazione vallesana una di quelle dove si poteva sciare per 365 giorni all’anno.
Negli anni successivi sono cominciati i problemi climatici e nivoglaciali, tali per cui gli impianti potevano essere aperti per poche giornate estive oppure fino a stagione primaverile avanzata nelle annate particolarmente favorevoli, ma l’impressionante ritiro della Plaine Morte degli ultimi anni ha impedito anche l’accessibilità invernale dei pendii, totalmente deglacializzati e accidentati, determinando nel 2016 la fine definitiva dell’era dello sci estivo sul ghiacciaio svizzero.
Nelle immagini, partendo da quella lassù in testa al post e scendendo (cliccateci sopra per ingrandirle): il ghiacciaio nel marzo 2014, immagine che rende l’idea di come potesse presentarsi la Plaine Morte anche nelle stagioni estive migliori; due degli skilift che servivano le piste; un panorama del ghiacciaio del 2014 sul quale ho indicato in rosso la linea dei due skilift estivi principali un tempo installati e, con la freccia gialla, il punto di scatto dell’immagine successiva, concessami dall’amico Pierluigi D’Alfonso (che ringrazio di cuore) e risalente allo scorso agosto, dopo una leggera nevicata che tuttavia non nasconde la perdita estrema di massa glaciale, dalla quale spuntano prominenze rocciose prima sepolte. Infine l’ultima immagine, dell’estate 2022, mostra il ghiacciaio sempre meno esteso nonché totalmente e tristemente privo di copertura nevosa sul quale è ben visibile l’ampio lago proglaciale che ne raccoglie l’acqua di fusione generando da qualche tempo a valle non pochi timori per un suo eventuale svuotamento improvviso (peraltro già avvenuto una volta nel 2018 con danni per milioni di franchi nell’alta Simmental).



È veramente bello constatare quanta gente c’era, domenica scorsa al Passo di Gavia, per partecipare alla “Camminata Solidale” in difesa del Lago Bianco e manifestare tutta la propria passione e la sensibilità nei confronti di questo luogo magico e prezioso che sta per essere devastato da lavori a dir poco scriteriati. Ne ricavo un gran sollievo, io che per altri impegni assunti non ho potuto essere presente: per alleviare il dispiacere della mancata presenza tanto quanto per denotare quante persone siano accorse lassù dimostrando di aver perfettamente compreso il valore della bellezza che il Lago Bianco sa offrire e la portata del danno ambientale che gli sta per essere perpetrato.
Non solo, l’importanza basilare di una giornata come quella di ieri al Gavia è anche data dal suo profondo significato civico e politico per certi versi “paradossale”: infatti, mentre i promotori delle opere di prelievo delle acque del Lago stanno palesemente perseguendo e difendendo solo i propri interessi, le persone presenti domenica al Passo e che in vari modi si stanno dando da fare per la difesa del Lago Bianco – anche solo manifestando il proprio dissenso rispetto ai lavori – stanno perseguendo e difendendo gli interessi di tutti, compresi i suddetti mandanti dei lavori. Perché la montagna è di tutti, la sua bellezza, i suoi luoghi e le sue risorse sono un patrimonio comune e collettivo del quale tutti, appunto, possono godere nella sua più ampia integrità senza che qualcuno, invece, lo consideri “roba propria” e si permetta di sfruttarlo con modalità tanto devastanti in forza di deroghe furbesche alle norme e ai regolamenti di tutela vigenti che solo un paese assai carente di buon senso politico e attenzione nei confronti del proprio paesaggio come bene comune si può permettere.
Per tutto questo la Camminata di domenica è stata un grande successo ma niente affatto un punto di arrivo, semmai rappresenta il fondamentale e vigoroso inizio del cammino verso l’ottenimento di risultati il più possibile importanti, efficaci e funzionali alla salvaguardia del meraviglioso Lago Bianco del Gavia nonché, emblematicamente, di qualsiasi altro spazio nelle Terre Alte minacciato dall’insensibilità e dall’egoismo di amministratori ben poco rispettosi e lungimiranti nei confronti delle montagne e di chiunque le frequenti.
N.B.: l’immagine in testa al post è di Simone Foglia, le altre di Alfredo Davide; tutte quanto sono tratte dalla pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco (Passo Gavia)” sulla quale trovate molte altre cronache della giornata di domenica e gli articoli che stanno uscendo sulla stampa.
Se l’ignoranza della natura diede vita agli dei, la sua conoscenza li distruggerà.
[Paul-Henry Thiry d’Holbach, Sistema della natura, UTET, 2013, tomo I, cap. XVIII.]
Questo celebre aforisma del Barone d’Holbach, datato 1770 e figlio della temperie culturale illuminista dell’epoca, trovo che sia assolutamente consono anche ai giorni nostri per certe opere imposte in maniera forzata all’ambiente naturale che ne degradano la realtà, interpretando gli “dei” come i tornaconti materiali (si usa dire «il dio denaro», appunto) e di potere perseguiti dai promotori di quelle opere. Ad esempio alcune infrastrutture, sovente turistiche, che risultano talmente insensate e così palesemente impattanti rispetto ai luoghi naturali ove vengono installate da non poter far altro che ritenerle il frutto di una sconcertante ignoranza della Natura e del paesaggio, cioè di una cecità indotta dalla folle volontà nel credere di poter fare tutto senza curarsi delle conseguenze pur di perseguire quei biechi tornaconti e nonostante risulti palese come ciò determinerà un danno generale per chiunque, anche per quegli stessi promotori che per la suddetta cecità non sanno e non vogliono rendersene conto.
Di contro, basta conoscere anche poco la Natura, ovvero sviluppare verso l’ambiente naturale quella sensibilità che è segno di intelligenza, di buon senso, di cultura, di civiltà e di umanità, per comprendere non solo quanto possano essere degradanti e distruttive certe opere, ma pure come a essere inesorabilmente distrutti, prima o poi, saranno quei tornaconti prepotentemente perseguiti contro la Natura e chi li pretende, dacché ne verrà distrutto il sistema di potere che vi sta alla base. Ciò perché ogni cosa che si priva di o che rifiuta qualsiasi sostanza culturale – ad esempio la cognizione della relazione con l’ambiente e i luoghi, nei casi sopra citati così come, in generale, ogni atto meramente politico con secondi fini che politici nel senso vero del termine non sono affatto – non è che una scatola vuota la quale rapidamente e inevitabilmente si accartoccerà su se stessa – per propria inconsistente natura, appunto. Nel frattempo, è dovere di chiunque fare in modo che la Natura, quella vera e della quale siamo tutti parte, subisca meno danni possibile. Un dovere e un diritto, per costruirci il miglior futuro possibile.

Domani tutti al Lago Bianco, dunque, per ri-conoscere il valore inestimabile della Natura delle nostre montagne e respingere ogni scriteriato assalto alla sua integrità!