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Tag: ambiente
La banalizzazione del paesaggio

Oggi nella mia Val di Non e in Trentino molto è cambiato; molti paesaggi sono diventati uniformi, indifferenziati. Laddove l’insidia non è rappresentata dagli interessi economici il paesaggio rurale e montano è minacciato dalla banalizzazione di un approccio utilitario e consumistico al territorio, per cui diventa oggetto di sfruttamento o di attrazione turistica e la sua bellezza anziché costituire un’esperienza estetica ed insieme etica, anziché produrre quel piacere misto a inquieto stupore che è all’origine di ogni rigenerazione profonda, è il teatro di emozioni fugaci e passeggere. Allo stesso modo la storia culturale di una comunità rischia così di essere confusa col folklore, privata del suo spessore.
[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]
Sióre e sióri, ecco a voi la “cabinovia lenta”!
Nella fantastica (in senso letterale) e un po’ forsennata corsa al greenwashing del turismo alpino di massa, dove per far diventare ogni cosa “ecosostenibile” basta dire che è «ecosostenibile» (!), ecco una nuova strabiliante trovata: la cabinovia lenta!
Già, proprio così: si veda lì sopra, nero su bianco (fateci clic per ingrandire e leggere meglio).
Ecco, siccome l’impianto in questione raggiungerebbe una riserva naturale protetta dacché ricca di specie vegetali rare e di una fauna peculiare, dunque un territorio di grande bellezza tanto quanto di notevole delicatezza ambientale, io suggerirei di sfruttare l’idea in modo compiuto: apertura giornaliera della cabinovia, ore 08.30; durata del percorso, 4 ore (lenta, appunto, lo dicono gli stessi promotori del progetto e inoltre il sindaco aggiunge che «la velocità non è importante, in questo caso»); chiusura dell’impianto, ore 16.30. In pratica, presa la cabinovia e giunti a Pian di Gembro, sarebbe già ora di scendere e in questo modo si risolverebbe efficacemente qualsiasi problema di affollamento eccessivo, con tutto ciò che di deleterio ne conseguirebbe, in un luogo così pregiato e delicato. Geniale, vero?

D’altro canto, continuando con la lettura dell’articolo sopra riprodotto, si resta oltre modo sconcertati dall’apprendere che si vorrebbero spendere più di 13 milioni di Euro per nuove infrastrutture al servizio dello sci su pista nonostante la realtà di fatto climatica ed economica che ormai è pure inutile rimarcare di nuovo – considerando poi che l’Aprica ha la gran parte del proprio comprensorio sciistico a quote inferiori ai 2000 m, dove già ora e ancor più in futuro nevicherà sempre meno e farà sempre più caldo, come sentenziano tutti gli studi scientifici al riguardo (qui ce n’è uno).
Tredici milioni di Euro, già. Si resta sconcertati da tali progetti, i quali tuttavia, una volta ancora, la dicono lunga sulla disconnessione dalla realtà nella quale ormai langue la gran parte dello sci su pista e sulla sua vocazione al suicidio economico e ambientale. Peccato che, di questo passo, in quella drammatica e autolesionistica fine verrà trascinata anche tutta la montagna d’intorno e chi ci vive: senza cambi di mentalità, di paradigmi e di visione culturale temo che ciò accadrà rapidamente, altro che con lentezza!
P.S.: grazie al “solito” Michele Comi, prezioso nume tutelare dei monti valtellinesi e non solo, per avermi reso edotto dei progetti di cui l’articolo sopra pubblicato disquisisce.
Paesaggio, identità, alterità

Un paesaggio può esprimere un’identità, se con essa si intende non un’appartenenza esclusiva ed escludente, una rigida e ritenuta immutabile forma o essenza comunitaria, ma piuttosto un’appartenenza e un riconoscimento. In questo senso possiamo allora dire che un paesaggio segna anche un’alterità, una differenza, un differenziamento. Si ri-conosce infatti un paesaggio, il proprio paesaggio, sempre in relazione ad altri paesaggi, nella loro integrazione, con-fusione o contrasto tra elementi naturali e artificiali, tra forme trasformate dall’azione. Un paesaggio è perciò un prodotto, il risultato di un’evoluzione, non mai una realtà statica e indifferenziata: evolve, si costruisce, così come si trasforma nel tempo, e non necessariamente a fini adattivi.
[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]
Un ossimoro
Ossimòro: s. m. [dal gr. ὀξύμωρον, comp. di ὀξύς «acuto» e μωρός «stupido», con allusione al contrasto logico]. – Figura retorica consistente nell’accostare nella medesima locuzione parole, espressioni o immagini che esprimono concetti contrarî.
Ecco. Ora, l’immagine che vedete lì sopra, tratta dal profilo Instagram di una celeberrima località sciistica (chi abbia un minimo di conoscenza delle montagne la saprà identificare facilmente, credo) ma riproducibile in ciò che mostra in chissà quante altre, a me va benissimo, nel senso che è una località famosa, siamo nel clou della stagione sciistica, è ovvio che ci sia il pienone di turisti e che a tali turisti siano offerti certi servizi di accoglienza, svago e ricreazione in quota, e l’economia locale, e l’indotto… Posso capire, in un contesto del genere mi può stare bene, lo ribadisco, gioco forza o meno.
Tuttavia, a essere sinceri, a me quell’immagine mi pare proprio un’efficace rappresentazione visiva del termine «ossimoro», già.
Magari sbaglio, non dico di no. Però la mia impressione fondamentale al riguardo, dal primo istante in cui ho osservato l’immagine, è quella espressa. Inesorabilmente.

