Mi auguro, nel mio piccolo, di contribuire (con ulteriori interventi futuri sulla questione) ad avviare un dibattito serio, ponderato e adeguatamente condiviso sulla reale valorizzazione di un luogo montano straordinario come il San Primo, la cui bellezza necessita di buon senso, visione competente del futuro e autentica sensibilità verso il luogo stesso e le sue grandi peculiarità, non certo di opere decontestuali, banalizzanti e formalmente fallimentari ancor prima di nascere. Le nostre montagne e i loro abitanti chiedono che si pensi per loro un buon futuro, non che le si condanni a languire in un passato sempre più remoto!
Cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo su “Erbanotizie”.
In Egitto, paese noto tanto per la difesa dell’ambiente quanto dei diritti umani, è in corso la COP 27, l’ennesima conferenza sul clima nella quale si sta discutendo come non superare un certo aumento delle temperature sul pianeta oltre il quale formalmente siamo già andati da tempo e che tutto sommato resta l’appuntamento principale, a livello globale, per poterci illudere che si stia realmente facendo qualcosa, per i cambiamenti climatici – se a favore o contro non si capisce ancora bene.
In ogni caso forse molti si chiederanno: ma l’acronimo “COP” che significa?
Provo a suggerire qualche ipotesi:
Conferenza
Obiettivamente
Puerile
Circostanza (per)
Ostentare
Pochezza
Club (di)
Oltranzisti (delle)
Perversioni
Combutta (per)
Oltraggiare (il)
Pianeta
Congresso (degli)
Oppressori
Paludati
Convegno
Organizzato
Pernulla (licenza lessicale)
Cassœula
Oss büs
Panetùn (ipotesi tuttavia valida non per quella in corso ma per una futura edizione milanese della conferenza)
Crapula,
Orge (e)
Porcherie
Magari anche voi avete ipotesi da suggerire al riguardo?
Quando si disquisisce della situazione climatica corrente, a supporto delle considerazioni sul tema sovente si snocciolano dati e relativi grafici tanto inequivocabili quanto, a volte, di primo acchito complicati per chi non ne sia abituato, dunque a volte respingenti. Le immagini fotografiche – magari se riprodotte in timelapse come quello (spaventoso, dal mio punto di vista) qui sopra riprodotto – sono molto più immediate e comprensibili ma pure qui, se non si conosce almeno un poco l’ambiente montano, che un ghiacciaio avesse uno spessore di 200 metri e oggi solo di 100, oppure che un tempo fosse lungo 2 km e oggi solo uno, per molti non significa molto anche visivamente: il paesaggio in questione non sembra così cambiato, se non si ha l’occhio di coglierne le differenze.
Il tutto rimanda alla questione di come trasmettere i dati scientifici riguardanti i cambiamenti climatici per farne strumento di informazione e, ancor più, di generazione di un’adeguata consapevolezza diffusa che supporti le necessarie azioni atte a mitigare gli effetti del riscaldamento globale e strutturare la migliore resilienza possibile. È una questione delicata, inutile dirlo, sulla quale il dibattito è aperto e ampio.
Una sorta di soluzione indiretta al riguardo la propone Matthias Huss, glaciologo del Politecnico di Zurigo, illustrando nel servizio della RSI che potete vedere cliccando sul frame qui sopra lo stato dei ghiacciai svizzeri in questo 2022 climaticamente drammatico.
In pratica, Huss rivela che i ghiacciai elvetici quest’anno hanno perso il 6% della loro massa, un valore mai registrato prima. Il sei per cento: ok, e che significa?
Il 6% di perdita di massa, significa che nel 2022 i ghiacciai svizzeri hanno perso ben tre km3 di ghiaccio, ovvero tre cubi di ghiaccio dai lati – lunghezza, larghezza, altezza – di un km. Tanta roba, è facile comprenderlo… ma più concretamente, che vuol dire?
Vuol dire che tre cubi da un km3 ciascuno contengono l’acqua potabile che la popolazione svizzera (quasi 8,7 milioni di abitanti nel 2020) consuma in tre anni. Per dirla in altro modo: con lo scioglimento dei ghiacciai registrato quest’anno, la Svizzera ha perso per sempre 3 anni di acqua da bere.
Ora, credo, sarà ben più comprensibile e concreta la gravità della situazione dei ghiacciai in forza dei cambiamenti climatici in corso. E, appunto, sto dicendo dei soli ghiacciai svizzeri: la situazione è la stessa negli altri paesi alpini se non più grave, ad esempio in Italia in forza della sua esposizione a meridione cioè sul versante alpino più caldo.
Quanta acqua potabile hanno perso nel complesso i paesi alpini, in un anno come questo? Quanta ne hanno già persa negli anni scorsi, e quanta ne perderanno ancora nei prossimi? Ovvero, per arrivare al punto: quanto siamo sottoposti al rischio di non avere più riserve di acqua potabile da bere e da utilizzare per la nostra vita e il lavoro quotidiani entro breve tempo?
Ecco.
Non è catastrofismo, questo, ma semplice e obiettiva lettura della realtà. Cosa possiamo farci? Nulla per l’acqua ormai persa; tanto, forse, per quella che ancora i nostri ghiacciai conservano sulle Alpi. Ma bisogna fare subito: attivisti e scienziati lo dicono da lustri, ormai, e più passa il tempo più quel “subito” diventa immediatamente. O forse che, per capire quanto sia necessario agire senza altro indugio, dovremo arrivare a non avere più abbastanza acqua da bere? Come la glaciologia dimostra, questa drammatica ipotesi non è più così lontana: a questo punto sì, il presunto “catastrofismo” non sarà più tale ma diventerà la normalità quotidiana. Vogliamo che finisca veramente così?
Il giardino dell’uomo è popolato di presenze. Non sono ostili ma ci tengono d’occhio. Niente di quello che facciamo sfugge alla loro attenzione. Gli animali sono i guardiani del giardino pubblico, dove l’uomo gioca col cerchio credendosi il re. Era una scoperta, e nemmeno tanto sgradevole. Ormai sapevo di non essere solo.
Séraphine de Senlis era una pittrice dell’inizio del XX secolo, un’artista per metà pazzoide e per metà geniale, un po’ kitsch e non molto quotata. Nei suoi quadri, gli alberi erano cosparsi di occhi spalancati.
Hieronymus Bosch, il fiammingo dei retromondi, aveva intitolato una sua incisione Il bosco ha orecchi, il campo ha occhi. Aveva disegnato dei globi oculari sul terreno e due orecchie umane sul limitare di una foresta. Gli artisti lo sanno: il selvaggio vi tiene d’occhio senza che ve ne accorgiate. Quando il vostro sguardo lo scopre, lui sparisce.
N.B.: nell’immagine in testa al post, scattata dal fotografo naturalista francese Vincent Munier e tratta dal docufilm La pantera delle nevi, del quale ho scritto (e non solo) qui, c’è un animale selvaggio che vi sta guardando dritto negli occhi. Lo vedete?
Mentre nel giro di solo un paio di giorni, nel nord Italia, si è passati dai 25°C e più di un’estate troppo tardiva alla neve poco oltre i 1000 m di quota di un inverno inopinatamente precoce, e nel frattempo che l’Organizzazione Meteorologica Mondiale pubblica un rapporto – ripreso da molti media internazionali, come il “The Guardian”, e da pochissimi media italiani (un’eccezione qui) – nel quale si dimostra che l’aumento medio delle temperature in Europa è doppio rispetto al resto del pianeta, viene da riflettere in merito allo stress biologico al quale l’ambiente naturale viene sottoposto in forza dei cambiamenti climatici in corso e delle loro bizzarre, imprevedibili variazioni. Ma, considerando che piante e animali hanno una capacità di resilienza differente e per molti versi maggiore del genere umano, che semmai la basa in gran parte sulla propria tecnologia e poco sull’adattabilità biologica, ancor più viene da pensare a quali conseguenze il clima che affrontiamo e in futuro sempre di più subiremo sarà sottoposto l’uomo, anche per come la sua “civiltà” – non tutta, ma molta – continui a mantenere un atteggiamento, verso la situazione climatica in corso, di sostanziale disinteresse diffuso.
È un tema che studia l’ecopsicologia, disciplina ancora relativamente giovane – è nata negli USA a fine anni Ottanta – ma che è destinata a diventare sempre più importante nell’analisi della nostra relazione comportamentale con il mondo in cui viviamo e con la sua dimensione ecologica così scossa dalla crisi climatica. Se è risaputo che il luogo con il quale interagiamo e le sue caratteristiche ambientali condizionano noi e la nostra presenza in esso sia dal punto di vista fisico che psichico, è ben difficile considerare e stabilire quanto la variabile climatica, un tempo marginale ma ormai destinata a diventare una condizione sempre più presente e impattante sull’ambiente, influisca e influirà sull’uomo. Certo l’entità del cambiamento climatico in corso non lascia ben sperare al riguardo, d’altro canto la comunità umana possiede(rebbe) gli strumenti culturali necessari a sviluppare una maggiore e proficua resilienza nei confronti del clima, a partire dalla presa di coscienza compiuta sulla realtà climatica sulla quale fondare qualsiasi evoluzione sociale, tecnologica, antropologica ovvero quell’intelligenza ecologica – altro concetto recente ma assai importante – che ci consenta di vivere al meglio e in armonia con il pianeta e la sua realtà. Nella speranza che l’ecopsicologia serva anche negli anni prossimi a indagare e comprendere meglio la nostra relazione con l’ambiente e non ad analizzare e curare un disagio psichico legato al clima divenuto drammaticamente grave e diffuso.
P.S.:qui c’è un interessante report da leggere sui temi sopra citati, redatto dall’Italian Institute for Planetary Health e intitolato Cambiamenti climatici, studio IIPH: impatto allarmante sulla salute pubblica. L’immagine in testa al post è tratta da questo articolo di “Greenreport.it” che rimanda allo studio dell’IIPH.