Dicono che ognuno corre dietro a certe illusioni e nessuno può farne a meno, perché tutto fa parte d’uno stesso incantesimo. Dicono che alcuni miraggi sono mortali o procurano guai, altri danno l’impressione di soddisfare la fame o la sete, le voglie carnali o i sogni di gloria. E i miraggi del deserto sono particolari solo per questo: perché mostrano che inseguendo le illusioni ci si sbaglia sempre, e non c’è modo di non sbagliarsi, e la vita non è che un perdersi in mezzo ad allucinazioni varie.
[Gianni Celati in un disegno di Riccardo Mannelli (part.), tratto da questo articolo de “La Repubblica”.]Gianni Celati è un altro di quegli autori del quale da tempo mi dico di dover approfondire la conoscenza e poi, come accade in questi casi, all’atto della loro dipartita il non averlo fatto appare d’improvviso come una “colpa” personale. D’altro canto di Celati, forse anche più delle sue opere, o prima di esse, mi ha sempre incuriosito il fatto che fosse uno dei nomi più citati, e in modi variamente elogiativi, dai colleghi, ovvero da altri scrittori e autori, ove disquisissero di letteratura nel corso di interviste, articoli, cronache, memorie, testi di qualsiasi genere. Una cosa niente affatto scontata tra contemporanei nell’ambito letterario, manifestazione evidente della sua riconosciuta importanza e del valore della sua opera – nonché, ovviamente, motivo ulteriore per colmare quella mia colpa di troppo lunga data.
P.S.: “Doppiozero” ha una bella e ricca sezione di contributi di e dedicati a Gianni Celati, qui, la quale peraltro dimostra bene quanto ho appena scritto lì sopra.
Credo che la foto che vedete qui sopra – e che magari avrete già trovato, in giro per il web* – sia una delle più belle, nel suo essere così struggente e commovente, che abbia mai visto. In effetti non riesco a guardarla senza che mi si inumidiscano gli occhi. Ritrae Ndakasi, una gorilla di montagna orfana dei genitori prima di morire per malattia tra le braccia del suo custode e “padre adottivo” André Bauma il 26 settembre 2021, in un centro per gorilla rimasti orfani nel Parco Nazionale dei Virunga, Repubblica Democratica del Congo. Potete saperne di più sulla sua storia qui.
Negli occhi ormai quasi spenti di Ndakasi io ci vedo la coscienza primordiale e imperitura della Terra. Un pianeta dominato da un’altra razza che purtroppo troppo spesso gli ha dimostrato totale e scellerata incoscienza, e nei cui occhi – spiace dirlo, ma tant’è – non vedo una simile virtù assoluta e fondamentale.
Ma vorrei anche che questa foto dell’anno appena concluso risulti, a suo modo (che parrà “paradossale” ma forse non lo è affatto, anzi), di buon auspicio per un anno nuovo, e per un futuro in generale, prossimo o lontano, di maggiore armonia tra ogni creatura che vive su questo nostro pianeta, sia essa animale (dunque anche umana), vegetale, pluricellulari o unicellulari o di qualsiasi altra natura. Un’armonia come quella che Ndakasi e André Bauma hanno saputo intessere e rendere così emblematica.
Tutto ciò con un’eccezione: per quegli umani che cagionano morte e sofferenze in modi efferati e arbitrari ad altre creature viventi, come i bracconieri che uccisero i genitori di Ndakasi. Ad essi, e agli altri individui come loro, posso solo augurare una sorte assolutamente paritetica a quella delle loro vittime. La. Stessa. Sorte. Ecco.
P.S. (Pre Scriptum): scrivevo il post sottostante più di nove mesi fa, a marzo 2021, e mi pare che ancora oggi, forse anche più di allora, sia assolutamente, drammaticamente valido. E non mi sembra che siano in vista sviluppi positivi al riguardo: troppi sulla pandemia di parole inutili intorno al Covid ci stanno marciando – e magari pure guadagnando – alla grande. D’altro canto, da che mondo è mondo per le malattie prima o poi la cura la si trova, per certi cinismi e cert’altre meschinità è ben più difficile, purtroppo.
Comunque, se fin dall’inizio della pandemia la scienza si è impegnata nell’indagare la correlazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del Covid-19, trovando significativi riscontri oggetto di un articolato dibattito scientifico (qui trovate una buona cronaca al riguardo), io credo che sarebbe finalmente il caso di indagare anche la correlazione tra propagazione del Coronavirus e sproloquiare mediatico, già. Dacché una cosa che io ritengo pressoché inconfutabile, generata dalla pandemia in corso, è stata l’aumento spropositato di parole a vanvera da parte di chiunque (o quasi) si sia ritrovato a parlare ad un media pubblico, le quali hanno generato un tale caos comunicativo e informativo da – io credo – aver influito inesorabilmente sulla situazione dei contagi rilevata in questi mesi.
Solo che io, be’, non sono virologo, epidemiologo, medico, scienziato o che altro, dunque mi verrebbe da invocare, alla comunità scientifica, la suddetta ricerca obiettiva e razionale al fine di comprendere meglio la questione. Una ricerca necessaria proprio in forza dell’irrazionalità della comunicazione che abbiamo subìto in questo ultimo anno, ecco.
Detto ciò, temo poi che anche stavolta da una tale ricerca e dalle sue potenziali evidenze non sapremo imparare nulla di buono e utile per il futuro: ma qui si tratta di un altro tipo di “pandemia”, di natura mentale, ormai congenita nell’uomo contemporaneo. Purtroppo.
Faccio i miei più fervidi complimenti a Mauro Lanfranchi, fotografo di mirabile bravura che ho la fortuna di conoscere – e ancor più conosco la sua produzione fotografica, da lustri di livello eccezionale – che con l’immagine qui sopra ha vinto l’edizione 2021 del Photo Contest della Convenzione delle Alpi, uno dei più prestigiosi riconoscimenti nell’ambito della fotografia di montagna, quest’anno dedicato al tema dell’acqua nelle Alpi, dalle più piccole pozzanghere ai più grandi fiumi e laghi alpini, così come alla loro ineguagliabile biodiversità.
Cliccateci sopra per ingrandirla e ammirarla ancora meglio. Potete poi ammirare le altre fotografie premiate nel Contest sulla pagina Facebook della Convenzione delle Alpi.
P.S.: peraltro la foto di Lanfranchi, che ritrae un angolo del Lago d’Entova, in Valmalenco, luogo da me ben conosciuto, rivela tutta la sua particolare bellezza anche (quasi soprattutto) se ribaltata:
P.S.#2: e d’altro canto la particolare rifulgenza del Lago d’Entova, dovuta alla peculiare placidità delle sue acque, già è nota da tempo. Così ne scrive Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, nella raccolta I laghi alpini valtellinesi, pubblicata a Padova nel 1894 (fonte qui):
Goderai in Milano il cervelato del Peregallo, cibo re dei cibi, col quale ti conforto mangiar delle offellette e bervi dopo della vernaciuola di Cassano, d’Inzago e d’Avauro; goderai certi verdorini della buona delli arrosti; non ti scordar la luganica sottile e le tomacelle di Moncia, non le trotte di Como, non li agoni di Lugano, non le erbolane e fagiani montanari che dai deserti di Grisoni a Chiavenna capitar sogliono; non anche i maroni chiavennaschi, non il cacio di Malengo e della valle del Bitto, non le truttarelle della Mera.
(Ortensio Lando, Commentario de le più notabili, & mostruose cose d’Italia, & altri luoghi, di lingua aramea in italiana tradotto, nelquale s’impara, & prendesi estremo piacere. Vi si e poi aggionto un breue catalogo de gli inuentori de le cose che si mangiano, & si beuono, nuouamente ritrouato, & da messer anonymo di Vtopia composto, Vinetia, al segno del Pozzo, Andrea Arrivabene, 1550.)
Ortensio Lando, letterato e umanista milanese cinquecentesco, intorno alla metà di quel secolo scrive un breve e gustoso (in tutti i sensi) trattatello enogastronomico nell’Italia dell’epoca (ne trovate una copia qui), delle cui città descrive i principali piatti al tempo evidentemente assai rinomati e apprezzati, mentre di pietanze “rurali” poco si occupa. Al riguardo l’unico accenno a cibi di montagna è lombardo e valtellinese e risulta particolarmente interessante: tra selvaggina, pescato e prodotti della terra e del bosco cita due soli formaggi (gli unici, eccetto un «cacio piacentino», presenti nel suo compendio) che indubbiamente reputa meritori e ben conosciuti ai buongustai di allora. Uno che tutt’oggi è assai famoso ancorché fin troppo “industrializzato”, il Bitto, e l’altro, tale «cacio di Malengo» cioè della Valmalenco (la “g” di «Malengo» è coerente con le ipotesi sull’origine del toponimo della valle), che viceversa risulta scomparso, in un’antitesi di sorti gastronomiche alquanto curiosa posta poi la contiguità territoriale. Che fine avrà fatto dunque il «cacio di Malengo»? Perché l’uno, il Bitto, lo si ritrova (anche troppo, ribadisco) in ogni supermercato mentre dell’altro nemmeno più i locali ricordano qualcosa? Forse che in Valmalenco d’un tratto abbiano ritenuto più redditizio cavare pietre (attività economica assai nota, per la zona) che produrre formaggi pur così rinomati tanto da essere citati in trattati de le più notabili cose d’Italia? E perché, nel caso?
Giro l’arcano agli amici malenchi e al contempo rimarco come questo accenno emblematico all’opera di Ortensio Lando dimostri una volta di più quanto il cibo sia un elemento tra i più referenziali e identitari in assoluto per i territori di produzione, un vero e proprio trattato culturale commestibile col quale nutrire il corpo e la mente di storie, geografie, paesaggi, tradizioni, saperi secolari se non millenari e magari, appunto, di qualche suggestivo e gustoso “mistero” – per la mente e per il corpo, già.
Per saperne di più in generale sul Patrimonio Alimentare Alpino, potete consultare il sito web del progetto AlpFoodway, che tra le altre cose mira a ottenere l’iscrizione dei cibi delle Alpi nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO anche attraverso una petizione pubblica che si può firmare qui.
Altre informazioni interessanti sul tema le trovate nel sito della Cipra – Convenzione internazionale per la Protezione delle Alpi, qui.
P.S.: ho già disquisito sull’importanza del formaggio nella cultura di montagna e dei suoi paesaggi, qui.