Regressi viabilistici

Vista a posteriori, la gara Parigi-Vienna rappresentò il clou della breve tradizione delle corse su strade europee. Il percorso del 1902 coincideva quasi del tutto con l’attuale E54 da Parigi a Belfort ed E60 da Belfort a Vienna. Il vincitore, Marcel Renault (categoria auto leggere), concluse la corsa in poco più di 15 ore e 47 minuti. Il tracciato comprendeva un tratto svizzero dove non era permesso tenere velocità elevate. Secondo i moderni navigatori satellitari occorrono oggi 25 ore e 8 minuti per fare lo stesso tragitto su strade secondarie, considerando i limiti massimi di velocità. Se si sottraggono cinque ore per intoppi e fermate ai semafori, più di cent’anni fa Renault impiegò mezza giornata in meno di un qualsiasi automobilista che oggi eviti le autostrade.

(Mathijs DeenPer antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa, Iperborea, 2020, pagg.395-396. Cliccate sull’immagine per leggere la personale “recensione” del libro.)

Mathijs Deen, “Per antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa”

Spesso vi sono cose che diamo per scontate quando invece, in origine, hanno rappresentato qualcosa di rivoluzionario. Capita di frequente con cose scientifiche e tecnologiche, ma può capitare anche con altri elementi del tutto quotidiani e pratici, apparentemente banali nella loro funzionalità elementare: le strade, ad esempio. Nel 1947, con un’Europa appena uscita dal più tremendo e disgregante conflitto della storia, alcuni lungimiranti funzionari di diverse nazionalità, anche ex nemiche, si sedettero intorno a un tavolo per tracciare una rete di nuove strade che collegassero diversi punti del continente europeo. Quei funzionari unirono brillantemente il teorico al pratico: capirono che l’Europa distrutta aveva bisogno di nuove e funzionali strade per attivare la più rapida ed efficace ricostruzione, e parimenti compresero che solo rimettendo in contatto, il più libero possibile, i popoli d’Europa, si sarebbe potuto ricostruire non solo il continente ma pure un senso di fratellanza e di identità comuni – una cosa, d’altro canto, che già i Romani avevano compreso per il governo del loro vasto impero, il che li rese degli abilissimi costruttori di strade. Il tutto, infine, venne ratificato nel 1950 con la Declaration on the costruction of Main International Traffic Arteries presso l’ONU di Ginevra: le autostrade siglate con la “E” iniziale sono proprio il frutto di quel lavoro ma, appunto, le moderne arterie stradali sovente non sono altro che il più recente tratto sulla mappa europea sovrascritto sopra altri e più antiche tratti, lungo i quali popoli di innumerevoli etnie si sono mossi e, in tal modo, hanno scritto – nello spazio, nel tempo e nella comune visione del mondo – la storia dell’Europa.

Lo scrittore e giornalista olandese Mathijs Deen si è messo in viaggio lungo alcune di queste vie transeuropee, per ciascuna seguendo il più antico viaggio di alcuni personaggi che le hanno percorse nel corso dei secoli, dalla preistoria fino ai giorni nostri. Ne è uscito Per antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa (Iperborea, 2020, traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo; orig. Over oude wegen, 2018), sorta di reportage spazio-temporale al seguito dei primi uomini preistorici che si insediarono sulle terre europee giungendovi da chissà dove, di tribù celtiche dirette verso la penisola balcanica, di Robin Hood del tempo della Roma Imperiale, di pellegrini nordeuropei in viaggio verso Roma e di altri viandanti le cui vicende umane, nel loro accadimento qui e là per l’Europa, vengono presentate dall’Autore come emblematiche della storia continentale comune []

[Foto di Merlijn Doomernik, tratta da https://iperborea.com/autore/11053/.]
(Potete leggere la recensione completa di Per antiche strade cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Case-UFO sul “pianeta” montagna

[La “Futuro House” di Matti Suuronen a Dombay, Russia. Immagine tratta da qui.]
[Immagine tratta da qui.]
Di case a forma di disco volante ne sono state fatte, in giro per il mondo, fin dal momento in cui il mondo ha “scoperto” i dischi volanti. Ne sono state fatte anche in montagna, ovviamente, e devo dire che lassù, sui pendi innevati neve o con lo sfondo delle vette rocciose, queste case bizzarre assumono se possibile un aspetto ancor più particolare, più… “ufologico”.

[La “Chesa Futura” di Foster+Partners a Sankt Moritz, Svizzera. Immagine tratta da qui.]
Forse perché maggiormente che altrove danno l’impressione, a prima vista, che sul serio lassù sia atterrata un’astronave aliena, o forse, mi viene da pensare, perché in qualche modo la montagna è un pianeta a sé, un mondo diverso rispetto a ogni altro nel quale, quando ci stiamo e lo attraversiamo, siamo un po’ tutti esploratori spaziali, di un “spazio” che offre moltissimo ancora da scoprire e che probabilmente non scopriremo mai del tutto se non sapremo entrare in contatto autentico con la sua particolare dimensione.

[Un’altra casa-UFO “atterrata” a San Maurizio d’Opaglio, Piemonte. Immagine tratta da qui.]
Per tale motivo, ci siano pure case-UFO sui monti ma spesso gli “alieni” sono gli umani che arrivano lassù senza capire bene dove stanno, mal comportandosi di conseguenza. “Alieni” dacché alienati rispetto al luogo, ecco.

P.S.: se anche voi, durante le vostre esplorazioni del pianeta Terra, avete avvistato altre case-UFO “atterrate” da qualche parte sui monti, fatemelo sapere!

Sul lago

[Foto di Daniele Levis Pelusi da Unsplash.]

A nord e a est del lago, sul pallido biancore dell’alba, erano apparse le cime delle Alpi. Bianche di neve, anche in giugno, le Alpi si stagliano sull’azzurro chiaro di un cielo sempre limpido a quelle altezze immense. Una catena scende verso sud, verso la bella Italia, a separare il lago di Como dal lago di Garda. Fabrizio guardava in alto, verso quelle sublimi montagne. La luce era più forte, adesso, incideva le vallate, illuminava la nebbia leggera che saliva dal fondo delle gole.

[Stendhal, La Certosa di Parma, 1839.]

 

Un viaggio artistico nel paesaggio della Valtellina

A Sondrio, presso Palazzo Sassi de’ Lavizzari, sede del MVSA – Museo Valtellinese di Storia e Arte, è in corso una bella mostra che indaga il tema della raffigurazione del paesaggio (della Valtellina, peraltro territorio emblematico un po’ per tutta la regione alpina) che vi consiglio caldamente. Accordi di paesaggio. Un viaggio in Valtellina attraverso le opere della Sezione Novecento del MVSA, che resterà aperta fino al 20 marzo, è una mostra che, come si può leggere nella presentazione, rappresenta «un viaggio attraverso una selezione di circa quaranta dipinti dal dopoguerra agli anni sessanta, caratterizzati da uno stile figurativo aderente alla realtà, memore altresì delle sperimentazioni astratte e informali di quegli anni, includendo inoltre quattro tavole degli anni Venti a mo’ di premessa tardo-impressionista e divisionista e due lavori degli anni ottanta quali incipit al figurativo sensibile alla cultura post moderna. Le opere rappresentano e interpretano il paesaggio attraverso una scansione tematica del territorio, dal fondo valle con le sue ampie vedute e i suoi corsi d’acqua alle cime maestose, meta di ascensioni alpinistiche, attraversando i versanti verdeggianti e il paesaggio costruito, esso stesso puntellato da architetture religiose, civili e rurali, memoria della presenza e del lavoro dell’uomo. Paesaggio è relazione (visiva) tra noi e il mondo, è raffigurazione e svelamento di luoghi che descriviamo, documentiamo, indaghiamo, trasformiamo, ammiriamo, contempliamo, imprescindibile dal nostro abitare e attraversare la terra. Le opere sono documenti e tracce identitarie del territorio, ma anche testimonianze del desiderio dell’uomo vivere in luoghi belli, caratterizzati dalla coesistenza armonica di elementi naturali e manufatti architettonici e infrastrutturali.»

Una mostra assolutamente interessante (qui sopra vedete una minima anteprima delle opere esposte), come lo è sempre l’arte quando sa fissare con le sue modalità espressive e con inimitabile forza la raffigurazione della realtà, andando oltre il visibile materiale per far viaggiare la mente verso ogni altro contesto immateriale – e il paesaggio è un ambito perfetto, per consentire un tale prezioso e illuminante viaggio. Da vedere, ribadisco; io conto di farlo presto.

Per saperne di più sulla mostra e su come visitarla, cliccate sull’immagine della locandina in testa al post.