Abitare il cambiamento: una serata sul futuro delle nostre montagne e sulla loro imprescindibile tutela, sabato 23 maggio ad Aosta

Sabato 23 maggio alle ore 20.30, la Sala Conferenze BCC di Via Garibaldi 3 ad Aosta ospiterà un incontro pubblico e un dialogo aperto sul domani delle nostre Alpi dal significativo titolo “La Montagna del futuro: abitare il cambiamento”.

A dialogare saranno Nicola Pech, vicepresidente di Mountain Wilderness Italia, autorevole voce del panorama nazionale della montagna, attivista e professionista della comunicazione con una lunga esperienza nella conservazione del patrimonio naturale e culturale delle montagne, e il sottoscritto, con mio grande onore e privilegio di poter contribuire attivamente – e fattivamente, spero – alla causa in difesa del meraviglioso Vallone delle Cime Bianche, una delle basi sulle quali è stato costruito l’incontro, delle cui peculiarità uniche ho scritto proprio di recente qui. A moderare la serata sarà Annamaria Gremmo, medico chirurgo, fotografa e conservazionista, impegnata da anni nella difesa del Vallone e vincitrice nel 2023 del Premio Marcello Meroni per la sezione Ambiente – la vedete anche lì sotto in un video di presentazione della serata. Tutti insieme ci auguriamo che anche il pubblico presente vorrà partecipare al dialogo con le proprie considerazioni, opinioni e domande sul tema principale dell’incontro, compendiato nel titolo, e sui tanti argomenti correlati.

[La testata del Vallone delle Cime Bianche con il Grand Lac. Immagine tratta dalla pagina facebook.com/varasc.]
Il cambiamento climatico e la crescente pressione antropica stanno imponendo sfide senza precedenti all’arco alpino. Troppo spesso la “risposta” consiste in mega-progetti costosi e altamente impattanti, che colpiscono aree finora incontaminate. In Valle d’Aosta, i progetti di collegamento funiviari nel Vallone delle Cime Bianche e il collegamento Pila-Cogne sono diventati simboli di questa visione miope e obsoleta, basata sul mero sfruttamento della montagna peraltro governato da pochi soggetti economici del comparto turistico, senza alcuna cura per i territori coinvolti né ricadute benefiche effettive a favore delle comunità locali.

[Un rendering della stazione di Cime Bianche Laghi.]
Posta tale realtà, riferita alla Valle d’Aosta ma comune a molti altri territori montani italiani, è ancora possibile immaginare uno sviluppo che non sia mera “messa a reddito” del territorio, come spesso sembra evidenziare l’accezione del termine “valorizzazione”? I modelli di sviluppo di matrice economica spesso presentati e imposti ai territori montani quali risultati concreti stanno ottenendo? Come si può rispondere alle sfide di oggi per evitare lo spopolamento della montagna, sostenerne la vitalità socio-economica e al contempo tutelarne ambienti e paesaggi? Quale futuro ha bisogno la montagna e deve determinare per le genti che vogliono continuare a viverla?

[Panorama di Cogne. Immagine tratta da https://alpaddict.com.]
Proveremo ad andare oltre i numerosi stereotipi che caratterizzano la realtà delle nostre montagne, così reiterati e variamente dannosi, in un confronto aperto a tutti per il quale ogni voce è importante. Per questo l’invito rivolto a chiunque a partecipare è quanto mai caloroso.

L’evento nasce dalla sinergia tra il Progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” e il Comitato “Insieme per Cime Bianche”, fondato nel 2023 con il supporto dell’Avvocato Emanuela Beacco del Foro di Monza per la tutela legale del Vallone.

Le due realtà hanno già portato la propria voce al Parlamento Europeo e in audizione al Consiglio Regionale valdostano, mentre il Progetto fotografico ha organizzato ormai 33 serate pubbliche in tutta Italia e avviato una petizione internazionale che ha superato le 21.000 firme.

Dunque vi aspettiamo sabato 23 maggio ad Aosta: sarà sicuramente una serata importante nonché, ci contiamo, illuminante. E lunga vita al Vallone delle Cime Bianche!

Per contribuire alla difesa del Vallone delle Cime Bianche:

Tutte le foto che vedete in questo articolo sono tratte dalla pagina facebook.com/varasc.

Il Vallone delle Cime Bianche e la bellezza del “nulla”

Sto ammirando alcune immagini del Vallone delle Cime Bianche, quel meraviglioso luogo d’alta montagna pressoché incontaminato, tra la Valtournenche e la Val d’Ayas, minacciato da un devastante progetto funiviario e sciistico che la Regione Valle d’Aosta vorrebbe imporgli per unire i due comprensori sciistici di Cervinia e del Monterosa Ski.

Osservo le immagini e mi chiedo: perché questo luogo appare così bello? Per le meravigliose montagne che lo contengono, per il mirabile paesaggio, per la Natura incontaminata… sicuramente per tuto questo. Ma c’è un’altra cosa, io credo, che un luogo come il Vallone delle Cime Bianche offre e lo rende così bello e prezioso: perché non c’è nulla. E in un mondo come quello in cui viviamo, iperurbanizzato, antropizzato quasi in ogni suo spazio sfruttabile, modificato e trasformato per adattarlo alle nostre esigenze quotidiane, pieno di tutto dappertutto, il “nulla” diventa qualcosa di raro e inestimabile, dunque di prezioso e di necessario, di salvifico, di bellissimo da contemplare proprio perché alla contemplazione, e alla conseguente elaborazione intellettuale, consente la massima libertà, proprio come la montagna autentica è ambito che manifesta e induce libertà. Il che è poi un’altra manifestazione dell’armonia tra paesaggio esteriore e paesaggio interiore che genera la relazione culturale tra noi e i luoghi che viviamo e che ci fa sentire bene in essi, quindi bene in noi stessi.

Sempre più persone sanno comprendere e apprezzare questo dono che il Vallone delle Cime Bianche e gli altri luoghi similari offrono: perché vivere per la maggior parte del nostro tempo nel tutto, tra case, strade, manufatti e infrastrutture d’ogni sorta ci determina una percezione, e a volte anche una condizione oggettiva, di limitazione oltre che di miopia verso il paesaggio naturale e la sua bellezza, per come la sua visione sia costantemente condizionata alla presenza delle cose umane. Dunque, poter tornare in luoghi dove queste cose non ci sono, dove il paesaggio è libero, dove nulla lo limita e lo assoggetta, è qualcosa di veramente benefico e salutare se non salvifico, appunto.

Purtroppo, di contro, alcune persone, per loro evidenti problemi nella relazione che elaborano con il mondo e i luoghi in cui vivono, quel “nulla” non lo sopportano, lo ritengono fastidioso, irritante, lo credono un “vuoto” e in quanto tale da riempire appena possibile. Forse perché è vuoto il loro paesaggio interiore e, per questo, in base al principio sopra enunciato ma qui in forma ribaltata, vedono vuoto anche il paesaggio esteriore. Anche quando e dove sia pieno di mille cose meravigliose, che evidentemente non sanno percepire, vedere, comprendere. Il vuoto per loro diventa una fobia ossessiva, li spaventa, un po’ come accade per altre persone con il silenzio: una condizione di assenza di rumori e disturbi acustici percepibili che, per molti versi, rende più sensibile l’ascolto di se stessi. Qualcosa di spaventoso, appunto, per chi sa, più o meno consciamente, di non avere molto da poter offrire all’ascolto.

Ecco, temo sia ciò che accade anche con il nulla, ritenuto “vuoto”, di certi luoghi non antropizzati e ancora incontaminati come il Vallone delle Cime Bianche: la cui meravigliosa, inestimabile assenza di cose umane infastidisce e spaventa chi non sa comprendere la rarità e la preziosità del luogo e per questo cede all’impulso gretto della propria fobica ossessione decidendo che anche lì bisogna fare “cose”, bisogna costruirci qualcosa, bisogna piazzarci l’ennesima funivia, l’ennesimo segno di conquista umana del paesaggio e della sua sottomissione ai voleri, alle mire, agli interessi di quei pochi che, malauguratamente, detengono il potere di comportarsi in questo modo così insensato. Come se nel resto del mondo d’intorno non ci fosse già tutto ovunque, appunto, come se già troppo spazio, troppo suolo, troppa Natura non fossero stati consumati, spesso in modo non solo eccessivo, invasivo e impattante ma pure degradante e distruttivo. No, bisogna fare di più, costruire di più senza porsi limiti, riempire il vuoto, annientare quel nulla, cedere al vuoto e al nulla che si ha dentro, in menti e anime sterili, insensibili, devitalizzate, ormai incapaci di comprendere la bellezza che sta anche nelle cose più semplici e naturali, persino in un Vallone dove non c’è niente e, per questo, c’è tutto ciò che ci serve per stare bene e vivere meglio.

N.B.: ricordo sempre che continua la lotta degli amici di Varasc.it e del Comitato “Insieme per Cime Bianche” volta alla tutela del Vallone, per la salvaguardia del suo ambiente naturale d’alta quota e contro i progetti di sfruttamento turistico. Li trovate qui: https://www.varasc.it

Per contribuire con loro alla difesa del Vallone delle Cime Bianche:

Tutte le foto che vedete in questo articolo sono tratte dalla pagina facebook.com/varasc.

Super ricchi o meno abbienti, questo è il dilemma (di St. Moritz!)

[[Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org, rielaborata da Luca.]
Nel giro di pochi giorni sono uscite due notizie riguardanti St. Moritz – la celeberrima località svizzera che immagino non abbisogni di presentazioni – di tono sostanzialmente opposto: una contrapposizione di contenuti che dimostra bene come sulle Alpi, in quest’epoca di cambiamenti molteplici, a volte positivi, altre volte no, si incrocino e in certi casi si scontrino dinamiche complesse derivanti da realtà spesso opposte che si trovano a manifestarsi nello stesso momento e nello stesso luogo in modi piuttosto paradossali, e che abbisognano di gestioni (politiche, amministrative, sociali, culturali) oculate e sensate, al fine di evitare devianze dannose e potenzialmente degradanti.

Vengo al dunque. La prima notizia è che secondo la pubblicazione “UBS Luxury Property Focus 2026“, St. Moritz si conferma la località più cara delle Alpi e tra le più costose al mondo per l’acquisto di una casa, con un prezzo medio di 52.000 Franchi al metro quadrato, pari a oltre 57.800 Euro. Un “record” che rappresenta l’apice attuale di un incremento costante dei prezzi, che sono aumentati di oltre il 40% rispetto ai livelli pre-pandemia, con un’accelerazione decisa tra il 2021 e il 2022. Negli ultimi dieci anni il costo delle case nella località dell’Engadina è passata da circa 25.000-30.000 Franchi/mq al valore medio attuale di 52.000 Franchi/mq prima citato, ma con punte – in aree particolarmente esclusive come Via Brattas o il versante Suvretta, che arrivano a 75.000-100.000 Franchi/mq per proprietà uniche.

Per la cronaca, nella classifica delle località alpine più costose, a St. Moritz seguono Gstaad e Verbier, anch’esse in Svizzera, con circa 45.000 Franchi (49.100 Euro circa). Negli altri paesi alpini, a Courchevel (Francia) il costo è di 32.000 Euro/mq, a Kitzbuhel in Austria circa 20.000 Euro/mq: un costo simile lo si riscontra a Cortina d’Ampezzo, la località più cara delle Alpi italiane, con costi oscillanti tra i 15 e i 20.000 Euro/mq. Quale termine di paragone, il costo al mq di una casa a Montecarlo/Principato di Monaco è di 57.500 Euro, molto simile a quello di St. Moritz.

[Foto di jjgunn da Pixabay.]
La seconda notizia: il Comune di St. Moritz ha iniziato la costruzione di un edificio nella zona Signal, tra le piste da sci e il lago, che ospiterà 19 appartamenti da affittare alle persone residenti in base al loro reddito, quale primo progetto di un più ampio piano comunale per provare a risolvere la carenza di case a prezzi accessibili per gli abitanti, molti dei quali lavorano proprio nel settore del turismo di extra lusso che rendere celebre la località svizzera.

Tuttavia, a fronte dell’immagine internazionale, il Comune engadinese ha dovuto riconoscere la mancanza di case per molte persone con un reddito medio-basso – per i parametri svizzeri – come quelle più giovani o che vivono da sole, le quali non possono permettersi affitti alti quanto medi in loco. Paradossalmente, come rimarcano i dati dell’Ufficio federale di statistica svizzero riferiti al 2024, le costruzioni e la ristorazione (cioè chi costruisce le case per i super ricchi a chi lavora a beneficio del loro soggiorno turistico, in pratica) sono in effetti tra i settori con i salari medi mensili più bassi in Svizzera, rispettivamente di circa 6.100 Franchi (6.600 Euro) e 8.500 Franchi (9.200 Euro): tantissimo per gli standard italiani, pochissimo per quelli di chi deve vivere dignitosamente in alta Engadina. L’obiettivo del Comune è quello di realizzare col tempo almeno 200 appartamenti per queste categorie di persone (con costi d’affitto mensili variabili tra i 750 Franchi per un monolocale ai 2.500 per un quadrilocale) e così provare a evitare che St. Moritz si spopoli, mettendo a rischio la presenza delle scuole, del commercio locale, del sistema sanitario e di tutti gli altri servizi di base, e trasformando definitivamente la località nel più lussuoso non luogo del pianeta. Esattamente come succede in qualsiasi piccolo comune montano nostrano: a dimostrazione che la montagna, nell’estrema varietà di situazioni sociali, economiche, ambientali, culturali e politiche che presenta, palesa ovunque rischi, criticità e problematiche simili.

Insomma, è una situazione piuttosto paradossale, lo ribadisco: da un lato St. Moritz si adopera – volente o nolente – per diventare una località sempre più lussuosa e per super ricchi, dall’altro deve impegnarsi a non spopolarsi permettendo di restare in loco alle persone che lavorano a conseguire il primo obiettivo e al servizio dei super ricchi. Il che manifesta in chiave turistico-alpina la realtà globale in divenire al riguardo e il costante aumento della disuguaglianza tra fasce più ricche e fasce più povere della popolazione, Inoltre, nello specifico, dimostra che non è tutto oro quello che luccica e dietro certi apparenti “paradisi”, che tali effettivamente sono per alcuni ma non per tutti, si celano dinamiche e criticità non dissimili da altri luoghi e contesti ben differenti.

[Hotel e ville di lusso a St. Moritz. Foto tratta da www.glamourmagazine.co.uk.]
D’altro canto, come ribadisco spesso, la montagna è un mondo complesso e per molti versi lo è più di tanti altri: pensarla e considerarla come una sorta di mondo a parte, di luogo felice, di contesto heidiano con montagne meravigliose, prati fioriti e «caprette che fanno ciao» ovvero di divertimentificio al servizio di chiunque lo possa raggiungere e, in tali casi, se lo possa permettere e per ciò trasformabile in tal senso trascurando effetti, conseguenze e portato nel tempo, è la cosa più sbagliata e svilente (per la montagna) che si possa fare. Anche nel paradiso scintillante di St. Moritz, già.

Un’ennesima prova di come in montagna si possano fare cose veramente belle, buone e importanti per la vita delle comunità locali

[Panorama di Dagro in Val Malvaglia, laterale della Valle di Blenio. Immagine tratta da www.bellinzonaevalli.ch.]
Ribadisco: si viene portati spesso, per certi versi inevitabilmente – nel senso che proprio non si può stare zitti, per senso civico e onesta intellettuale – a denunciare le iniziative palesemente dannose che vengono realizzate sulle montagne, ovviamente non solo quelle legate alla turistificazione più esasperata e becera. Ma una pari enfasi sarebbe – no, è assolutamente da mettere alle tantissime iniziative che invece alle montagne fanno del bene, ne valorizzano realmente le specificità, ne supportano lo sviluppo verso il futuro, sostengono il senso di comunità e la vitalità sociale dei loro abitanti stanziali e, facilmente, ne attirano di nuovi, sinceramente interessati a costruirsi una vita da “montanari” membri attivi della comunità locale.

La Fondazione Alpina per le Scienze della Vita (FASV) è senza dubbio una di queste iniziative che fanno del bene alle montagne sulle quali lavora. La FASV è nata alla fine degli anni Novanta in Valle di Blenio, nel Canton Ticino (Svizzera Italiana) allo scopo di favorire lo sviluppo economico di una regione di montagna alle prese con lo spopolamento e garantire quindi la creazione di posti di lavoro qualificati. Si trattava di promuovere un modello di progetto interdisciplinare dove potessero integrarsi sia le attività volte a scoprire, da una parte, la Natura, la cultura e la regione alpina a cavallo fra il Canton Ticino (Valle di Blenio) ed il Cantone dei Grigioni (Regione della Survelva e Valli Mesolcina e Calanca) e, dall’altra, il riuscire a trasferire dai centri urbani alla regione di montagna dei servizi specifici, in particolar modo nell’ambito delle analisi di chimica e di tossicologia creando il Centro di competenza life science del Cantone Ticino.

Gli obiettivi della Fondazione, costantemente elaborati e perseguiti negli anni, sono andati dal creare in Valle di Blenio un Centro di competenza nel settore delle scienze unico del suo genere nelle Alpi (in Ticino in particolare) che potesse consentire di creare nuovi posti di lavoro qualificati dimostrando che è possibile rallentare la fuga di cervelli proponendo delle attività professionali diverse da quelle svolte fino ad allora, alla creazione della Scuola alpina di Olivone, nata per trasferire dalla città e dai centri urbani dei servizi legati alla formazione scolastica e professionale allo scopo di far conoscere la natura, la cultura e la storia delle regioni alpine a un vasto pubblico di ogni età, alla tessitura, intorno ai due soggetti citati, di una rete di competenze e collaborazioni che andasse oltre ai confini cantonali e assumesse delle caratteristiche internazionali, coinvolgendo in essa in maniera attiva la popolazione autoctona attraverso le attività proposte dalla Scuola alpina.

Inoltre, quale emanazione della FASV è stato fondato l’Istituto alpino di chimica e di tossicologia, al fine trasferire dei servizi nell’ambito di analisi specialistiche legate alla chimica ed alla tossicologia sia in ambito pubblico che privato (in primis l’industria farmaceutica).

Insomma, un network alpino di eccellenza, multidisciplinare, ben radicato nel territorio e nel corpo sociale della sua comunità la cui importanza è stata oltre modo sancita nel 2023 con l’associazione della FASV alla SUPSI, la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana: ciò in quanto le due istituzioni hanno individuato ambiti d’interesse comuni che porteranno allo sviluppo di progetti congiunti, in modo prioritario sui temi legati all’educazione ambientale, allo studio e alla divulgazione dei saperi legati ai cambiamenti climatici, alla sostenibilità, alle scienze della vita e della Terra in generale e alle scienze forensi. La collaborazione si estenderà anche alla promozione di progetti di Citizen science principalmente sui temi ambientali, ai mountain studies, e dunque a tutte quelle forme di saperi e pratiche che si preoccupano di garantire un’educazione al territorio e ad altri temi d’interesse comune che emergeranno nel corso del tempo.

Ecco. Sapete quando alcuni se ne escono con certe frasi fatte del tipo «Senza il turismo la montagna muore!» oppure «Non ci sono alternative all’economia turistica!» eccetera? Bene, la FASV, la sua storia, il suo lavoro e i risultati conseguiti dimostrano che sì, la montagna può vivere benissimo anche con attività differenti dal turismo di massa, e non in contrapposizione ad esso ma come elementi di uno sviluppo organico e articolato, con sguardi e prospettive verso il futuro, privo di pericolose e degradanti monoculture (come quella dello sci) e con il fulcro ben piantato nella comunità locale, in modo che i primi a trarre qualsivoglia vantaggio, beneficio e guadagno dal lavoro svolto siano gli abitanti del luogo e le montagne sulle quali abitano, con i loro ambienti naturali, i loro paesaggi, la loro biodiversità, la loro anima.

Per saperne di più sulla Fondazione Alpina per le Scienze della Vita potete visitare il sito web www.fasv.ch, nel quale troverete le sezioni dedicate ai singoli progetti e obiettivi perseguiti dalla Fondazione. Si tratta di un progetto di grande successo e per ciò assolutamente esemplare per molti altri territori montani la cui elaborazione del proprio futuro risulti ancora fumosa e indeterminata. La FASV dimostra bene che veramente la montagna rappresenta un laboratorio di innovazione multiforme e che nelle Terre alte si possono fare innumerevoli cose positive – e si devono fare: d’altro canto, posta la realtà che stiamo vivendo e il suo divenire, iniziative del genere rappresentano il loro vero futuro, ciò che potrà dare alle montagne una prospettiva di sviluppo concreto e duraturo nonché la voglia convinta e consapevole di restare e di vivere lassù ai loro abitanti.

P.S.: eccetto quella in testa all’articolo, tutte le foto presenti sono tratte dal sito della FASV e dalla pagina Facebook.

Eliski ed eliturismo, quando l’oltraggio alle montagne giunge dal cielo

Di recente Mountain Wilderness Switzerland, con una serie di manifestazioni sparse per le Alpi svizzere, ha rilanciato la battaglia contro la pratica dell’eliski, da sempre ritenuta una delle più dannose e impattanti sull’ambiente alpino ma ora, con la piega sempre più marcata verso il lusso e «l’adrenalina» che sta prendendo il turismo sciistico e nonostante la crescente sensibilità ambientale diffusa anche in forza delle criticità climatiche di cui le Alpi soffrono, in forte crescita.

Già nel 2012 un rapporto della Commissione federale per la protezione della natura e del paesaggio (CFNP) rimarcava che gli atterraggi in montagna sono incompatibili con gli obiettivi di tutela dei paesaggi di importanza nazionale (in Svizzera denominate “zone IFP”); tuttavia il governo federale non ha mai affrontato la questione. Nel frattempo, il numero di movimenti aerei è aumentato vertiginosamente nei 40 siti di atterraggio consentiti sulle Alpi svizzere. Mentre nel 2007 si registravano 10.112 movimenti aerei in aree di atterraggio situate in zone IFP, questa cifra è salita a 17.024 nel 2024: rappresentando un aumento di quasi il 70%. Circa la metà di questi movimenti aerei è legata ad attività turistiche come l’eliski o a eventi turistici di vario genere sui ghiacciai.

Per Mountain Wilderness Switzerland la situazione attuale è inaccettabile. I paesaggi montani più belli e preziosi necessitano di una maggiore protezione, per questo motivo l’associazione chiede che la questione venga esaminata più a fondo, per verificare se gli atterraggi in queste aree protette siano legalmente consentiti, e presenterà una richiesta di divieto al Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DETEC).

[Una mappa delle aree svizzere – i pallini blu – nelle quali è concesso l’atterraggio per la pratica ell’eliski. Le aree verdi sono zone sottoposte a tutele ambientali, quelle marroni sono aree totalmente interdette ad attività antropiche.]
«Con oltre 2.400 impianti di risalitasostiene Mountain Wilderness Switzerlandle montagne svizzere sono già ottimamente servite. Gli atterraggi di aerei ed elicotteri in montagna per attività come l’eliski o gli aperitivi sul ghiacciaio sono un lusso superfluo; quando avvengono in aree protette, sono del tutto inappropriati. I voli in montagna rendono accessibili anche le regioni più remote senza sforzo fisico, ma disturbano l’ambiente montano unico con rumore e gas di scarico. Mountain Wilderness Switzerland si impegna a rispettare l’ambiente montano, che offre uno spazio di calma, consapevolezza ed esperienze della natura nella sua forma più pura, qualcosa che è diventato raro nella frenetica vita quotidiana di molti. Allo stesso tempo, l’ambiente montano è un habitat fragile per la flora e la fauna, che richiede attenzione. Pertanto, la tutela dei paesaggi più preziosi della Svizzera, le aree IFP, deve essere attuata in modo coerente.»

E in Italia come vanno le cose con l’eliski?

Un po’ come Svizzera se non peggio, e anche qui a causa dell’assenza cronica di una regolamentazione nazionale coerente (presente invece in Francia, Austria, Germania e Slovenia, dove normative precise regolano l’accesso motorizzato alle montagne). Una carenza che dura almeno più di 25 anni, visto che le prime proposte di regolamentazione risalgono al 1998 ma in ambito parlamentare non hanno mai avuto corso concreto, che lascia alle regioni la discrezionalità sul consentire o vietare la pratica determinando un panorama frammentato, confuso, incoerente, anche per la difficoltà oggettiva di controllare e nel caso punire i trasgressori. Una situazione che sembra fatta apposta per essere violata, aggirata, disattesa, insomma, in perfetto “stile” italico.

[Eliturismo – o Instaeliturismo, verrebbe da dire – nelle Dolomiti.]
In ogni caso, sulle montagne italiane l’eliski si pratica soprattutto in Valle d’Aosta e in alcune zone di Piemonte, Lombardia e Veneto, mentre in Trentino e in Alto Adige è formalmente vietato; per la cronaca, il sito “Italiaskirama.it” indica anche la pratica dell’eliski sulle Alpi del cuneese, a Sella Nevea in Friuli e a Roccaraso, in Abruzzo. Tuttavia, come accennato, i tentativi di aggirare i regolamenti vigenti e le conseguenti violazioni non sono rare: basta presentarli come eventi promozionali, attrazioni turistiche o mascherarli come voli di servizio che le deroghe vengono concesse e il gioco – ovvero il danno – è fatto.

Come in Svizzera, anche in Italia è la delegazione nazionale di Mountain Wilderness a denunciare (si veda qui) la situazione e l’inaccettabile realtà di fatto derivante. Secondo l’associazione, il vuoto legislativo nazionale contribuisce a generare un effetto paradossale: l’eliski viene percepito come normale, persino legittimo, nonostante le chiare ripercussioni su ecosistemi fragili, specie nel periodo invernale. È urgente una legge nazionale che armonizzi le norme, garantendo coerenza tra Regioni e Province autonome. Tale normativa dovrebbe includere divieti chiari per voli turistici e ricreativi, limiti acustici e di impatto, strumenti di controllo tecnologici efficaci e sanzioni realmente dissuasive. Solo un intervento organico potrebbe porre fine alla frammentazione legislativa e alle deroghe arbitrarie, restituendo dignità alle montagne e garantendo un turismo più sostenibile e rispettoso.

[Una manifestazione copntro l’eliski di Mountain Wilderness Italia di qualche anno fa.]
L’eliski sulle Alpi italiane rappresenta non solo un problema ambientale ma anche un esempio emblematico di come la mancanza di una legislazione nazionale coerente possa produrre effetti devastanti, vanificando gli sforzi locali e internazionali di tutela del patrimonio montano.

La montagna, con i suoi ecosistemi unici e fragili, merita regole chiare e applicate con rigore, soprattutto in merito ad attività antropiche non solo palesemente impattanti ma pure del tutto aliene alla cultura della montagna e alla sua frequentazione più consapevole e proficua. È bene mantenere alta l’attenzione sul tema e rilanciare il più possibile l’azione contro tali pratiche: e se non lo sa fare la miserrima classe politica che ci ritroviamo, che lo faccia la società civile, cioè tutti noi. Le nostre montagne lo meritano e noi glielo dobbiamo.