Un’autentica “dinner in the sky”, a Dervio

Ecco, mi permetto di denotare a coloro i quali vorranno spendere (liberamente e legittimamente, sia chiaro) tra i 139 e i 198 Euro (!) per recarsi a Dervio e vivere «un’esperienza indimenticabile a 50 metri di altezza» (!!) cenando in una  «location unica e romantica» (?) che consiste in un’autogru da cantiere piazzata in un parcheggio alla quale essere appesi come salami umani – solo non insaccati per fortuna (!!!) – peraltro esposti al pubblico ludibrio di quelli di sotto, e in tale stato lasciarsi «sorprendere dalla bellezza del paesaggio e dai sapori della nostra cucina» (?!) – dicevo, mi permetto di denotare che per vivere un’autentica “dinner in the sky” sulle alture sovrastanti queste rive dell’alto Lago di Como ci sono numerosi ottimi agriturismi e suggestive trattorie che rappresentano location uniche e romantiche presso le quali si possono degustare i sapori tipici e genuini del territorio lariano immersi (ma veramente!) nella bellezza del paesaggio, per vivere un’esperienza indimenticabile non a soli 50 ma a 500 metri e oltre sopra il Lago di Como, dunque ben più “in the sky” di quanto consentano altre amenità gruistiche e così assai meglio ammirando e godendo i suoi meravigliosi panorami.

Tutto ciò, spendendo molti meno Euro e senza rischiare di non poter andare in bagno se ve ne sia il bisogno impellente o che lo smartphone con il quale scattare le immagini che testimonieranno l’esperienza non vi scivoli dalla mano e finisca nel lago dopo un bel volo di 50 metri dalla cima di un’autogru da cantiere. Per di più, sostenendo l’economia locale e gli esercizi commerciali che garantiscono l’ospitalità in loco e non una società «esercente attività di giostra con piattaforma rotante orientabile» (tipo luna park, esatto) che, per carità, fa (giustamente) il suo mero interesse ma inevitabilmente non quello del territorio.

Ecco, volevo denotarvelo, a voi che magari starete pensando (liberamente, sia chiaro) di farvi appendere alla suddetta pseudo-giostra pensando di fare qualcosa di “bello” sul Lago di Como. Che d’altro canto non è un luna park, non vi pare?

Era (è e sarà) un bellissimo posto

Ultima domenica prima del Natale, impellenza diffusa di fare gli acquisti del caso, strade trafficate verso il centro delle città o i luoghi dello shopping, festoni e luminarie ovunque, eccetera.

Io e Loki, il segretario personale a forma di cane, ce ne andiamo in montagna alla ricerca di quiete e silenzio, certi di poterli trovare piuttosto facilmente oggi. Anche in un luogo altrimenti ben vivo, quando la stagione e il clima sono propizi e non sopravvengono distrazioni d’altro genere: a Era, magnifica piccola conca prativa in Val Meria, il profondo e spesso rude solco percorso dall’omonimo torrente che dalle rive deliziose di Mandello del Lario, sul ramo lecchese del Lago di Como, sale verso le Grigne e in particolar modo raggiunge i versanti di Releccio e di Val Mala, biforcato dai possenti pilastri del Sasso dei Carbonari e soprattutto del Sasso Cavallo, la big wall per antonomasia di queste montagne.

L’Alpe d’Era è uno di quei luoghi così idilliaci che chiunque se la ritrovi davanti, salendo dal suggestivo sentiero che da Somana, sobborgo alto di Mandello, taglia gli articolati versanti degli “Zuc” che caratterizzano il lato destro della Val Meria (transitando da un altro luogo sublime, Santa Maria), ne resta sicuramente affascinato. La conca alpestre che appare quasi d’improvviso, sospesa sulle forre del fondovalle, le piccole baite, quasi tutte ben ristrutturate, sparse sui prati a dare forma a un minuscolo, fiabesco villaggio, i fitti boschi d’intorno, le rupi sovrastanti che anticipano l’imponente dominanza del Grignone, il torrente qui assai placido prima di agitarsi gettandosi a capofitto tra innumerevoli cascate nel dirupo, i ponticelli in legno che lo scavalcano… Se salire quassù in stagioni più favorevoli è sempre qualcosa di piacevolissimo per la mente, il cuore e l’animo, arrivarci in una giornata come domenica scorsa, con la neve che ammanta tutto, le case inanimate, la quiete assoluta che permea il piccolo villaggio, l’assenza di altri viandanti, dona l’impressione vivida di entrare in una dimensione sospesa nello spazio e nel tempo. Ci sembrava di essere in un luogo lontanissimo da ogni altra presenza umana e urbana, nascosto e protetto da montagne incognite che pare lo proteggano come tra due palmi di mani silvestri e dove non possano udirsi altri rumori che quelli naturali e dai nostri, e invece eravamo a tre chilometri in linea d’aria dalla “civiltà” in preda, non tutta ma certa parte sì, alle compulsioni natalizie (nonché da una delle strade più trafficate e rumorose di questa parte delle Alpi, la strada statale 36 che porta in Valtellina).

Sedersi sui gradini di una casa di Era ad ascoltare il silenzio è stato bellissimo, rigenerante, ancor più dopo essere ridiscesi dalla stretta e ombrosa Valle di Prada, che io e Loki abbiamo esplorato e nella quale il fitto bosco di questi tempi rende la luce e il tepore solari una sostanziale chimera (e dove abbiamo intuito le uniche altre presenze della giornata: caprioli, probabilmente, le cui orme freschissime hanno incrociato le nostre e il cui vago rumore abbiamo anche sentito, senza però vederli). A Era invece il Sole, fino a quel momento appannato da un’insistente velatura nuvolosa, ci ha concesso la sua compagnia e reso ancor più piacevole e affascinante la sosta, in un momento così speciale, in una dimensione così privilegiata dacché rara, così preziosa per poter apprezzare un luogo del genere anche quando la vita ritornerà e lo rianimerà allegramente.

D’altro canto i posti come l’Alpe d’Era sono talmente belli che è sempre un gran piacere viverli: nella bella stagione o nelle ombre invernali, animati o meno, rumorosi o silenti, nelle giornate più radiose o col cielo ingombro di nubi. Basta intessere con essi la giusta relazione, diventando parte del loro meraviglioso paesaggio e in armonia con ogni altra cosa che contiene. Ovvero, basta poco o quasi nulla, a ben vedere, per essere e “avere” una tale bellezza.

I bollettini meteo e le creme “scioglipancia”

Tempo fa, sulla base delle mie esperienze personali, ero giunto alla conclusione di poter ritenere la categoria dei previsori meteorologici affidabile, nei propri bollettini (salvo rarissime eccezioni), quanto quella degli astrologi da rivista di gossip.

Ora, ripensando a ciò e avendo nel frattempo accumulato ulteriori testimonianze al riguardo, credo di essermi sbagliato. Sì, gli astrologi ci azzeccano di più. A quanto pare, tirare a indovinare vaticini con le congiunzioni astrali è più facile che inventare bollettini con le congiunzioni meteoriche, ecco.

Conseguentemente, basarsi sulle previsioni dei bollettini meteo che ordinariamente circolano sui mezzi di informazione e sul web e far dipendere da essi le proprie attività quotidiane, salvo sporadiche eccezioni (ma per la cui “convenienza meteorologica” sovente basta il più ordinario buon senso), è pratica ormai da degradare a un livello inferiore rispetto a quella del dar fede agli oroscopi dei rotocalchi, dunque da fissare al livello degli acquisti delle «creme scioglipancia» di Wanna Marchi.

Tuttavia, sia chiaro, la meteorologia vera è tutt’altra cosa rispetto alle “previsioni del tempo”, così come la nostra relazione con il mondo e con le sue fenomenologie naturali è tutt’altra cosa da quella praticata da chi il mondo lo vive dando fede ai “vaticini” degli oroscopi, alle televendite di prodotti miracolose e ai bollettini meteo farlocchi. In fondo il principio di base è lo stesso di quei prodotti-fake di Wanna Marchi: non era di lei che vendeva falsità la colpa maggiore, ma di chi le credeva. Già.

P.S.: sì, continuo la mia personale battaglia contro le “previsioni del tempo”, secondo me una delle cose più futili della nostra ordinaria contemporaneità. Una battaglia persa in partenza, forse: ma, nel caso, è una sconfitta che non mi provoca alcun dispiacere.

Le armonie urbane di Barcellona

Per gli esploratori di paesaggi come me, ricercare nei relativi territori naturali armonie, proporzioni e simmetrie di matrice estetica, oltre a tutto il resto, viene pressoché istintivo e fa parte del processo di scoperta e cognizione del paesaggio. Di contro, a volte anche gli ambiti formalmente opposti a quelli naturali, cioè gli ambiti urbani ovvero le città, sanno offrire armonie e simmetrie estetiche tanto inopinate e sorprendenti quanto interessanti, se non piacevoli.

Barcellona è sicuramente un caso del genere e ciò grazie all’opera e alla “filosofia urbanistica” di Ildefons Cerdà i Sunyer, ingegnere spagnolo nato nei pressi della città catalana proprio nel dicembre del 1815 e considerato il padre della moderna disciplina urbanistica – pur non essendo egli un architetto, cosa che gli generò contro parecchie astiosità. Con il suo Plan Cerdà, concepito nella sua versione definitiva nel 1860, ha ampliato e disegnato Barcellona in base a un innovativo impianto a scacchiera a griglia aperta e egualitaria che tutt’oggi appare alquanto originale e non così diffuso, in Europa (mentre risulta più tipico negli Stati Uniti in forza dell’età recente delle citta americane e dello spazio edificabile a disposizione). Cerdà propose un piano estremamente razionale formato da una griglia continua di isolati di 113,3 metri e dalla superficie totale di 12.370 metri quadrati, intervallati da ampie strade di 20, 30 e 60 metri e con un’altezza massima di costruzione degli edifici limitata a 16 metri. Tale pianta urbanistica a scacchiera presenta inoltre l’ulteriore novità delle chaflán, ovvero le angolature degli isolati smussate di 45° per aver una maggiore visibilità negli incroci e garantire un’impressione di più ariosa vivibilità alla città per chi la percorre. Solo alcuni assi viari di maggiore importanza rompono e vivacizzano la rigida ortogonalità della scacchiera intersecandola di sbieco, mentre numerose altre innovative e significative peculiarità caratterizzano la concezione urbanistica del Plan Cerdà, a partire dalla possibilità di inserire nella scacchiera elementi architettonici successivi che tuttavia trovano il loro spazio senza risultare disarmonici al contesto urbano d’intorno: esempio massimo in tal senso è la Sagrada Familia di Antoni Gaudì, come si può ben vedere nell’immagine in testa al post, la cui edificazione iniziò nel 1882.

[Una mappa del Plan Cerdà del 1859. Fonte: commons.wikimedia.org. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Il Plan Cerdà non ha avuto poi il consenso e la considerazione che meritava, intervenendo presto la speculazione edilizia che ne ha mortificato alcune delle sue doti più originali ma, ribadisco, risulta tutt’oggi una realizzazione di grande importanza sia concettuale che pratica la quale designa Ildefons Cerdà i Sunyer come una delle figure fondamentali per il paesaggio urbano contemporaneo e per la sua definizione culturale – anche in senso lessicale, visto che Cerdà è da considerare anche l’inventore del termine “urbanizzazione”, della quale così ne scrisse nell’opera che compendia il suo pensiero, la Teoría general de la urbanización stampata a Madrid nel 1867:

Questi sono i motivi filologici che mi hanno indotto ad adottare il termine “urbanizzazione”. Tale termine indica l’insieme degli atti che tendono a creare un raggruppamento di costruzioni e a regolarizzare il loro funzionamento, così come designa l’insieme dei principi, dottrine e regole che si devono applicare perché le costruzioni e il loro raggruppamento, invece di reprimere, indebolire e corrompere le facoltà fisiche, morali e intellettuali dell’uomo che vive in una società, contribuiscano a favorire il suo sviluppo e ad accrescere il benessere sia individuale che pubblico.

[Tutt’oggi Google Earth mostra perfettamente la struttura urbanistica a scacchiera del Plan Cerdà; si noti la differenza con i quartieri d’intorno più antichi, che presentano la disposizione tipicamente “entropica” dei centri storici. Cliccateci sopra per ingrandire l’immagine.]
Wikipedia possiede una pagina piuttosto dettagliata su Cerdà e sulla storia del suo piano, qui: vi invito a leggerla per saperne di più al riguardo.

Un altro “Pass” da istituire

P.S. (Pre Scriptum): questo post in verità l’ho scritto che era ancora estate e come ogni estate inorridi-vo/sco nel vedere il livello di ineleganza se non di autentico sbrago che purtroppo molti palesano nelle belle stagioni (be’, anche nel resto dell’anno, ma in estate indubbiamente la cosa risulta più evidente e maggiormente tra gli uomini, anche se pure le giovani donne mi pare stiano (s)cadendo sulla stessa china), tra ciabatte, infradito, pinocchietti, bermuda e altre ripugnanze di simile genere. Fatto sta che m’è rimasto lì, questo post, e l’estate è passata, tuttavia è una “battaglia” donchisciottesca che conduco da tempo e dunque non c’è limite e scadenza, per quanto mi riguarda, visto poi quanto si discuta quotidianamente di “pass”. E visto pure che non è solo una mera questione di look e di eleganze, sia chiaro. Dunque, a voi:

Qualche tempo fa, qui sul blog, sostenevo in un articolo che oltre al Green Pass, per me sacrosanto ovunque, ci sarebbe un altro lasciapassare da istituire: il Brain Pass, al fine di accertare che i suoi titolari siano vaccinati contro l’ignoranza. Assolutamente necessario, non trovate?

Bene, ce ne sarebbe pure un altro, apparentemente più “frivolo” ma a sua volta sotto certi aspetti opportuno, soprattutto nel periodo estivo: un Class Pass, per accertare la vaccinazione contro l’ineleganza e il possesso di un adeguato livello di stile, appunto. Perché, porca miseria, di gente vestita male – e che secondo me, scusate la potenziale impertinenza, con questo suo vestirsi male rivela molto di ciò che è, che pensa e che fa – ce n’è in giro sempre di più e in special modo, devo purtroppo ammetterlo, di sesso maschile (le donne, bontà loro, nel caso vengono salvate dalla propria naturale grazia, salvo rarissimi casi).

Se un tempo gli italiani erano famosi nel mondo per la loro eleganza (si prendevano tanto in giro i crucchi coi sandali e i calzini bianchi, ricordate?), e visto che ancora l’Italia si vanta di essere il «paese della moda» per eccellenza – il che è vero, imprenditorialmente parlando e seppur non in senso assoluto – si vedono di continuo per la pubblica via certe mise talmente rozze e tamarre (si usa ancora questo termine?) al punto che, nel paesaggio urbano ove si intercettano, urta meno la visione di un cassonetto dell’immondizia. Che almeno è ciò che appare per ragioni funzionali e adeguate, mentre quelli di adeguato (addosso) proprio non mi pare che abbiano nulla, ecco.

Santi numi, vestitevi meglio e siate eleganti nei modi, accidenti! Non capite che questo è il primo e spesso il più importante “biglietto da visita” con cui presentate voi stessi al prossimo? Eh?! Eccheccavolo!