Livigno no limits! In volo verso le stelle (o in caduta verso le stalle?)

L’ho denotato già altre volte che Livigno è una delle località turistiche più emblematiche delle Alpi italiane e non solo in forza del suo status di territorio extra-doganale ma, in generale, per il modello di business turistico che ha deciso di perseguire in modi francamente ambigui: da un lato ambendo a diventare sempre più una località di lusso, dall’altra inseguendo la massificazione turistica più esasperata. Per tali motivi di Livigno scrivo spesso, qui sul blog.

Così, mentre in tutti gli stati alpini si fa sempre più frequente e strutturato il dibattito sull’overtourism nei territori montani e sulla necessità di porre dei limiti, di quantità e non solo, alla frequentazione turistica, a Livigno non solo si vantano dei record di transiti automobilistici lungo le strade che portano alla località (senza proferire una parola sull’inquinamento, il rumore, il caos e i vari altri impatti sul paesaggio che quel traffico comporta) ma rilanciano pure. Infatti è notizia recente che il Comune di Livigno permetterà ad alberghi e hotel della località di espandersi aumentando la metratura fino al 30% per le strutture a tre stelle e fino al 40% per quella a quattro stelle. «Non tanto per incrementare i posti letto, quanto gli spazi a disposizione», sostiene il Comune: un’affermazione poco credibile, dacché presupporrebbe che le strutture attuali non offrano spazi adeguati ai loro ospiti e ovviamente non è così. Ergo, l’aumento dei posti letti conseguenti alla concessione del comune è cosa pressoché certa, con tutto ciò che ne consegue: di positivo, forse, per il commercio, di negativo per tutto il resto e innanzi tutto per il territorio e il paesaggio livignaschi.

Ma non finisce qui: un’altra recente notizia riferisce che a Livigno verrà pure costruito il più grande bacino idrico d’Europa per l’innevamento artificiale delle piste da sci, a ben 2600 m di quota. Un bacino che, ovviamente, è «sostenibile» (tenete sempre presente che per certi soggetti politici e imprenditoriali che gestiscono il turismo sulle nostre montagne, per far sì che qualsiasi opera sia “sostenibile”, anche la più palesemente devastante, basta dire che è “sostenibile”): «Si tratta di un’opera maestosa, tra le più grandi d’Europa che dimostra tutta la sua sostenibilità visto il riutilizzo dei terreni da scavo per la sistemazione delle piste». A parte che non si capisce bene come per i motivi addotti l’opera sia “sostenibile”… ma un tempo Livigno non era chiamato “il piccolo Tibet” perché faceva freddo e nevicava un sacco? Dunque anche a Livigno lo sci ha gli anni contati – in effetti il nuovo bacino è un’ammissione indiretta di ciò – in quanto se nevicherà sempre meno sarà anche perché farà sempre più caldo? O è solo un modo per riprodurre in quota ciò che accade nel fondovalle, laggiù il consumismo commerciale delle merci e in alto il consumo e la mercificazione delle montagne?

[Immagine tratta da laprovinciaunicatv.it.]
Insomma: Livigno appare per molti versi in controtendenza rispetto a ciò che accade in molte altre località delle Alpi. Tuttavia non sembra affatto una controtendenza positiva e virtuosa, tutt’altro (leggete qui), per la quale viene da chiedersi: ma Livigno sta costruendo per sé stessa il migliore e più proficuo futuro possibile, oppure si illude di ciò e in realtà si sta scavando la fossa – a forma di bacino artificiale! – sotto i piedi?

Montagne d’inverno sempre più care e sempre meno sciate

[Una veduta di Gstaad, in Svizzera, probabilmente la località in assoluto più costosa delle Alpi. Immagine tratta da facebook.com/GstaadPalaceSwitzerland.]

Gli immobili delle località più in vista dell’arco alpino sono sempre più cari. È quanto afferma l’Alpine Property Report 2025 di Knight Frank, società globale di consulenza nel mercato immobiliare, che ha analizzato una serie di destinazioni tra Francia, Austria e Svizzera.
Ma cosa cercano gli acquirenti internazionali quando mettono gli occhi sulle destinazioni alpine? Il segmento wellness, con i servizi per la salute e il benessere, diventa sempre più importante rispetto al lato ludico/sportivo. Meno sci, quindi, e più escursioni e ritiri.

(Da Destinazioni alpine: sempre più ricercate (e sempre più care), articolo pubblicato su “Tio.ch” il 19/11/2024.)

Sono molto interessanti le osservazioni contenute nell’articolo citato, per due elementi fondamentali.

Il primo è la conferma che il turismo invernale legato all’offerta di servizi è sempre più una roba da benestanti, quando non da ricchi: infatti anche in Italia la tendenza è la stessa, in parte legata ai sempre più alti costi di gestione delle località e in parte dovuta a una precisa strategia commerciale che punta ad attrarre proprio quel tipo di turista benestante, sovente extra-europeo, attraverso l’offerta di servizi di alto livello e altrettanto alti prezzi; al riguardo ne avevo già scritto qui. È la fine dello sci come sport popolare di massa, insomma: un tentativo di salvarne il business sempre più colpito dagli effetti del cambiamento climatico e dalle altre variabili socio-economiche che la realtà contemporanea presenta.

Il secondo elemento è legato al primo, come si è già accennato: lo sci non è più il fulcro del turismo invernale odierno e sempre più spesso chi si può permettere le vacanze in montagna lo fa per altri motivi e sempre meno per sciare. Anche in questo caso la tendenza è pienamente confermata sulle montagne italiane e si presenta come generale, non legata solo al turismo del lusso. Già tempo fa, infatti, un’indagine dell’Osservatorio Turismo di Confcommercio lo ha ben rilevato, ponendo lo sci solo al quinto posto tra le attività svolte da chi frequenta le montagne d’inverno:

È l’ennesima, molteplice conferma che nella maggior parte delle circostanze non ha più senso sostenere da parte delle istituzioni pubbliche l’industria dello sci spendendo altissime somme di denaro dei contribuenti: e non soltanto in forza del cambiamento climatico in corso ma proprio perché stanno cambiando i modelli turistici, i costumi diffusi, l’immaginario e in parte la cultura legati alla frequentazione delle montagne in inverno. L’invocato cambio dei paradigmi al riguardo, richiesto ai gestori del turismo invernale montano, sta avvenendo da solo e senza l’azione della politica, che ancora una volta si dimostra avulsa dalla realtà effettiva delle cose e si arrocca con delle fette di salame ben spesse sugli occhi “dentro” il proprio sistema di potere, nel tentativo di perseverare modelli ormai obsoleti quando non già falliti ma evidentemente funzionali ai propri interessi e tornaconti o alla prossima campagna elettorale.

Ribadisco di nuovo: la montagna è un ambito complesso al quale non si possono dare risposte troppo facili, semplici o semplicistiche come quelle che la politica (con i suoi sodali) intende imporre, ma per il quale bisogna elaborare idee, progetti e proposte articolate, strutturate, sostenibili, olistiche e sviluppate sul lungo termine i cui benefici possano andare a vantaggio di tutti, non solo di qualcuno. È una questione culturale, di sensibilità, di intelligenza e di visione, di attaccamento autentico alle montagne, di buon senso prima che di ogni altra cosa. Parrebbe scontato da affermare e invece non lo è: mai come in questo caso tra il dire (cose giuste) e il fare (cose buone) c’è di mezzo… la montagna!

Quale montagna volete? Parliamone insieme, giovedì 28/11 a Clusone, in Valle Seriana

[Una veduta panoramica dell’alta Valle Seriana nei dintorni di Clusone.]
Giovedì prossimo 28 novembre, alle ore 20.30 a Clusone, capoluogo della Valle Seriana nelle Prealpi Bergamasche, avrò l’onere e l’onore di intervenire nel corso di un importante incontro sul futuro del territorio in questione, il cui titolo è assolutamente significativo e programmatico: Quale montagna vuoi?

L’incontro è massimamente importante non solo per l’evento in sé ma soprattutto per quelli che saranno i suoi principali protagonisti, ben prima degli organizzatori o dei prestigiosi (al netto dello scrivente) relatori, cioè gli abitanti della valle e delle montagne in questione, ovvero chi vive e dà vita ai territori costruendo giorno dopo giorno il futuro della comunità locale rispetto al territorio stesso.

Incentrato e per molti versi sollecitato dal faraonico progetto di collegamento sciistico-funiviario tra Colere e Lizzola (70 milioni di Euro per creare un comprensorio medio piccolo quasi totalmente sotto i 2000 m di quota) e al contempo dall’attento sguardo del territorio altoseriano, delle sue peculiarità, dei bisogni di cui necessita la comunità residente e del suo futuro, l’incontro di Clusone vuole rimettere al centro dell’attenzione gli abitanti della valle e la riflessione collettiva, supportata dalla competenza e dagli interventi dei relatori, sul futuro del territorio in relazione alle molteplici criticità che la realtà contemporanea presenta.

[Colere e il versante scalvino della Presolana. Immagine tratta da www.colere.it.]
Una realtà complessa – com’è quella delle montagne, a volte meno, altre volte di più – che non può ammettere risposte troppo facili e semplici, o semplicistiche, ma impone una visione progettuale a lungo termine, ampia e strutturata, che come detto abbia il riferimento primario in chi abita le montagne seriane, chi sceglie di affrontare lassù la quotidianità con ciò manifestando il proprio legame con il territorio e, al contempo, partecipando alla responsabilità collettiva che il vivere in montagna impone a tutti, dai primi amministratori pubblici fino all’ultimo residente arrivato – perché, è bene rimarcarlo, in montagna ogni gesto è a suo modo un atto politico: dal costruire un grande impianto sciistico fino allo spostare un piccolo sasso.

Per quanto mi riguarda, cercherò proprio di sollecitare i presenti su questo aspetto, fondamentale e imprescindibile ma a volte troppo trascurato: la relazione che bisogna avere con il luogo in cui si vive, dei doveri che determina, dei diritti che riserva ma soprattutto della consapevolezza più ampia possibile che richiede: perché la montagna è un luogo speciale che non va pensata e gestita attraverso luoghi comuni – come spesso certo turismo fa – ma dialogando comunitariamente con il suo Genius Loci, con la sua anima, ponendosi domande circa i problemi da affrontare e cercando buone risposte che apportino più vantaggi possibili a tutti senza svantaggiare – svilire, degradare, consumare, svendere e abbruttire – il territorio. Come recita il titolo del mio intervento, noi siamo le montagne e le montagne sono noi: tutto ciò che si fa sulle nostre montagne la facciamo a noi stessi, e qualsiasi cosa si voglia fare che può causare un danno alle nostre montagne inevitabilmente danneggia noi che le viviamo e, presumibilmente, vorremo continuare a viverle e abitarci ancora a lungo.

[Veduta dei monti dell’alta Valle Seriana sopra Lizzola con al centro il Pizzo Coca, la maggiore vetta delle Orobie. Immagine di Giorgio Guerini Rocco tratta da www.outdooractive.com.]
Dunque vi aspetto – anzi, sono certo di interpretare il pensiero anche degli altri relatori scrivendo che vi aspettiamo in tantissimi: l’incontro risulterà tanto più importante quanto più sarà partecipato, e quanto più chiunque interverrà vorrà manifestare le proprie considerazioni sui temi toccati, sulle sue montagne, sul futuro proprio e dei suoi convalligiani. Per troppo tempo, e ancora oggi, alle montagne è stata tolta la voce e altri hanno preteso di parlare al loro posto (a volte in modo funzionale a scopi e interessi che nulla avevano a che fare con quelli dei montanari): è bene che tale situazione si ribalti al più presto e, consapevolmente, approfonditamente e senza forzature fuori luogo, si torni a parlare e costruire insieme il futuro delle proprie montagne – delle nostre montagne.

Ci vediamo giovedì 28 a Clusone!

La “stazione sciistica boutique” (?)

Non so se il comprensorio sciistico di Foppolo-Carona potrà veramente diventare una “stazione-boutique”, come afferma (si veda qui sotto) chi sta per l’ennesima volta cercando di rilanciare il turismo nella località delle Prealpi bergamasche dopo anni di chiusure e difficoltà di varia natura (anche giudiziarie) oltre che di criticità climatiche. Glielo auguro, in effetti.

D’altro canto, boutique o no, Foppolo una cosa lo è già da tempo: una piccola (ma fin troppo grande per il luogo) bottega degli orrori edilizi montani, peraltro tra le più “rinomate” delle Alpi italiane per quanto Foppolo venga citato in tema di brutture architettoniche nei territori montani. Di sicuro nulla che abbia a che fare con una “boutique” – attività commerciale nella quale di solito si trovano articoli di lusso –  e dunque invogli a entrarci!

Viene da pensare che per la località bergamasca sarebbe più consono e conveniente, invece che sostenere un’attività sciistica inevitabilmente destinata ad affrontare crescenti difficoltà, dunque chissà quanto (e per quanto ancora) economicamente sostenibile, abbattere la gran parte di quella bruttezza edilizia che ne deturpa il territorio così pesantemente incatenandola a un modello turistico ormai fallito, e pensare a elaborare un’offerta turistica veramente di alto livello, realmente al passo con i tempi e con il luogo sostenendo semmai per prima cosa la salvaguardia dei servizi di base alla popolazione residente, negli ultimi anni già fin troppo tagliati e immiseriti.

Perché per considerare “boutique” un comprensorio sciistico piuttosto ordinario che si sviluppa in quella che sembra la periferia milanese più sciatta (e con problemi di degrado similari) ce ne vuole, e non solo di fantasia. Il rischio è che la “boutique” diventi un discount di scarsa qualità, insomma, e con sempre meno cose buone da poterci acquistare.

N.B.: di Foppolo, e di altre località montane con simili problemi “estetici”, tornerò a parlare presto per dar seguito a questo post.

La “neve” indispensabile

È ormai provato e risaputo che lo sci su pista sotto i 2000 metri di quota (e presto anche sopra) non potrebbe più esistere senza l’innevamento tecnico: ormai le precipitazione nevose degli inverni attuali sono talmente altalenanti e imprevedibili, nonché le temperature in costante aumento, da non poter più garantire la sostenibilità economica dei comprensori sciistici.

La neve artificiale sta salvando l’industria dello sci, insomma: la fa sentire «in piena salute, piena di energia, intraprendente, dinamica, le fa credere di poter affrontare la realtà in corso senza tema di uscirne sconfitta, di vincerne le avversità».

Be’, sono tutti effetti che si rilevano nel leggere qualsiasi testo che descriva la «cocaina». Che è detta anche neve e genera dipendenza come poche altre sostanze. Guarda caso.

In alto: le “piste di neve” di Livigno il 13 novembre scorso nell’immagine dal satellite “Sentinel2” elaborata da Alessandro Ghezzer e, qui sopra, alle 11.50 di oggi dalla webcam del sito livigno.eu.