«Sempre più mi attrae, poi, l’immagine di un’esistenza e di un’attività che si prolungano nella verticalità dello spazio (propria, beninteso, di parecchi vichi maggiori delle valli ticinesi), un’economia che si sposta secondo la stagione dal villaggio al maggengo e da qui all’alpe, fino ai pascoli estremi, oltre i duemila, ormai quasi ubbidendo a millenarie leggi inviolabili.
«Non fa meraviglia che le fondamenta d’una tale struttura lentamente sistemata non abbiano subito gravi scosse per secoli. Era naturale – per limitarmi a un dato centrale – che in questa conca quasi di collina capre e pecore cedessero nettamente alle vacche, fortificando via più, diciamo così, il mito della razza bruna svittese. Ma sono lieto di scrivere che ancora poco fa ho visto passare nella Bedrina più nascosta un drappello di capre, toccate per riconoscimento di giallo alla base delle corna: un transito ordinatissimo, con fermatine per rapide pasture in cima allo strapiombo.
«Né muta per tanti anni il paesaggio: prati e campi, con qualche stalla, che separano l’uno dall’altro i villaggi, raccolti in gruppo non distratto da case stupide o spaesate.
«Non altrimenti che in altre parti del Cantone, il cambiamento può quasi dirsi recente: inevitabile, certo, ma non di rado senza regola, senza sufficiente rispetto del duro lavoro fatto in passato, insomma prodotto da un’impazienza pari alla noncuranza.»
Le vedute letterarie del paesaggio ticinese di Giorgio Orelli sono sempre meravigliose, vividissime, profonde, saggi antropologici “minimi” narrati con una sensibilità poetica rara che raccontano molto più di quanto riportano le parole impiegate. Quelle che avete letto, riprese in Rosagarda, originariamente vengono dal testo che Orelli scrisse come prefazione della monografia Prato Leventina nelle carte medievali e nella tradizione, edito dal comune del Cantone Ticino nel 1985. La Bedrina citata da Orelli è oggi una riserva naturale che preserva le importanti torbiere presenti in zona: la potete conoscere meglio qui.
Con la stagione primaverile ormai piena che conta a breve di raggiungere maggio e avanza rapida verso la calura estiva, sta tornando il tempo della transumanza e della prima monticazione verso i maggenghi. Giusto a proposito di pascoli e mucche e dell’articolo al riguardo che ho pubblicato qui qualche settimana fa, cercando sul web alcune cose sull’argomento mi è saltato fuori il seguente bellissimo racconto di Italo CalvinoUn viaggio con le mucche, datato 1954 e compreso nell’antologia I Racconti pubblicata da Einaudi nel 1958, nel quale il grande scrittore rende perfettamente l’idea del transito degli animali diretti verso i monti e della dimensione di preziosa naturalità che si portano appresso. Ve ne propongo la prima parte, alla fine della quale troverete il link per leggerlo nella sua interezza (grazie al blog traalpiepascoli.wordpress.com che l’ha pubblicato.)
I rumori della città che le notti d’estate entrano dalle finestre aperte nelle stanze di chi non può dormire per il caldo, i rumori veri della città notturna si fanno udire quando a una cert’ora l’anonimo frastuono dei motori dirada e tace, e dal silenzio vengon fuori discreti, nitidi, graduati secondo la distanza, un passo di nottambulo, il fruscio della bici d’una guardia notturna, uno smorzato lontano schiamazzo, ed un russare dai piani di sopra, il gemito d’un malato, un vecchio pendolo che continua ogni ora a battere le ore. Finché comincia dall’alba l’orchestra delle sveglie nelle case operaie, e sulle rotaie passa un tram. Così una notte Marcovaldo, tra la moglie e i quattro figli che sudavano nel sonno, stava a occhi chiusi ad ascoltare quanto di questo pulviscolo di esili suoni filtrava giù dal selciato del marciapiede per le basse finestrelle, fin in fondo al suo seminterrato. Sentiva il tacco veloce e ilare delle donne in ritardo, la suola sfasciata del raccoglitore di mozziconi dalle irregolari soste, il fischiettio di chi si sente solo, e ogni tanto un rotto accozzo di parole di un dialogo tra amici, tanto da indovinare se parlavano di sport o di ragazze. Ma nella notte calda quei rumori perdevano ogni spicco, si sfacevano come attutiti dall’afa che ingombrava il vuoto delle vie, e pure sembravano volersi imporre, sancire il proprio dominio su quel regno disabitato. In ogni presenza umana Marcovaldo riconosceva tristemente un fratello come lui inchiodato anche in tempo di ferie a quel forno di cemento cotto e polveroso, dai debiti, dal peso della famiglia, dai salari scarsi o nulli.
E come se l’idea d’un impossibile vacanza gli avesse subito schiuse le porte d’un sogno, gli sembrò d’intendere lontano un suono di campani, e il latrato d’un cane, e pure un corto muggito. Ma aveva gli occhi aperti, non sognava: e cercava, tendendo l’orecchio, di trovare ancora un appiglio a quelle vaghe impressioni, o una smentita; e davvero gli arrivava un rumore come di centinaia e centinaia di passi, lenti, sparpagliati, sordi, che s’avvicinava e sovrastava ogni altro suono, tranne appunto quel rintocco rugginoso.
Marcovaldo s’alzò, s’infilò la camicia, i pantaloni.
– Dove vai?- disse la moglie che dormiva con un occhio solo.
– C’è una mandria che passa per la via. Vado a vedere.
– Anch’io! Anch’io! – fecero i tre bambini che sapevano svegliarsi al punto giusto.
Era una mandria come ne attraversavano nottetempo la città, al principio dell’estate, andando verso le montagne per l’alpeggio. Saliti in strada con gli occhi ancora mezz’appiccicati dal sonno, i bambini videro il fiume delle groppe bigie e pezzate che invadeva il marciapiede, e strisciava contro i muri ricoperti di manifesti, le saracinesche abbassate, i pali dei cartelli di sosta vietata, le pompe di benzina. Avanzando i prudenti zoccoli giù dal gradino ai crocicchi, i musi senza mai un soprassalto di curiosità accostati ai lombi di quelle che le precedevano, le mucche si portavano dietro il loro odore di strame e di fiori di campo e latte e il languido suono dei campani, e la città pareva non toccarle, tanto erano già dentro il loro mondo di prati umidi, nebbie montane e guadi di torrenti.
[Albert de Meuron, Le col de la Bernina. Bergers bergamasques gardant leurs troupeaux (Il passo del Bernina. Pastori bergamaschi a guardia del loro gregge), 1860-64. Fonte: SIK, Zürich.]L’opera ottocentesca di de Meuron che vi propongo qui sopra è una delle testimonianze più interessanti della presenza in tutta la fascia delle Alpi centrali e su entrambi i versanti dello spartiacque alpino dei pastori transumanti bergamaschi, i famosibergamini. In effetti si può ben dire che i bergamini – sorta di particolarissima “tribù alpina” dalle caratteristiche socioculturali peculiari – siano stati tra i fondamentali colonizzatori di questa parte delle Alpi ovvero i primi e principali territorializzatori delle alte quote montane tra il basso Medioevo e l’inizio del Novecento, e non solo: furono i più rinomati pastori e allevatori di bestiame in circolazione (tanto da essere molto richiesti anche fuori dai territori italici, appunto), imprenditori agricoli ante litteram, formidabili casari inventori di alcuni dei più noti formaggi norditaliani – il Taleggio, il Gorgonzola, gli stracchini, i vari formaggi d’alpeggio e lo stesso Grana (Padano), fautori di una cultura alpina peculiare ormai scomparsa ma il cui retaggio è ancora visibile in molteplici aspetti, materiali e immateriali, del vivere in montagna contemporaneo.
Con le loro transumanze stagionali – dalle montagne alla pianura padana in inverno e viceversa in estate – non hanno solo trasportato grandi greggi e mandrie ma per molti versi hanno saputo generare una relazione costante di natura economica, culturale, sociale, antropologica, tra i territori rurali alpini e quelli della pianura che nei secoli si facevano sempre più antropizzati e industrializzati, una relazione che nei decenni successivi si è sostanzialmente rotta e non solo per l’evoluzione dei costumi e dei modi di vivere, semmai per più profonde e perniciose devianze culturali (e politiche, poi). Oggi quelle transumanze con tutti i loro annessi e connessi non sarebbero più possibili, inutile dirlo – salvo in occasioni che tuttavia assumono un valore sostanzialmente folcloristico e di riproposizione simbolica della tradizione – eppure la secolare esperienza dei bergamini può ancora offrire numerosi spunti di riflessione e di analisi intorno al mondo della montagna, alla sua cultura e al rapporto tra monti e città, sulla cui realtà di fatto corre ancora il possibile buon destino futuro dei territori alpini (e delle città di rimando, non bisogna dimenticarlo) ovvero la loro infausta sorte.
[Foto di Oliver Augustijn da Unsplash.]Avete mai guardato una mucca negli occhi? E, se sì, cosa avete visto, cosa avete percepito nel suo sguardo? E avete mai pensato a cosa lei, la mucca, abbia visto nel vostro sguardo?
La mucca credo sia una delle creature che noi umani più sottovalutiamo in assoluto, in senso specista, eppure è tra quelle fondamentali per la nostra vita e per lo sviluppo della nostra civiltà – con “nostra” intendo di questa parte di mondo e in particolare dei territori di montagna o adiacenti a essi, come è l’intera Italia. La vediamo quieta e paciosa pascolare sugli alpeggi o nei prati di pianura, la sentiamo raramente muggire e praticamente mai reagire con apparente “animalità” come fanno altri, la guardiamo quasi sempre con sufficienza, come una bestia forse un po’ stupida, poco empatica, priva di emozioni o comunque incapace di manifestarle, buona soprattutto per fare da immancabile elemento scenografico ai paesaggi montani. Di contro, è uno degli animali che più abbiamo votato al nostro assoluto servizio: le abbiamo imposto il dovere di darci latte e carne e di contro l’abbiamo spesso imprigionata in allevamenti industriali spaventosi, in condizioni criminali, senza che mai si sia rivoltata contro i suoi carcerieri umani; al di là di tali brutture, storicamente è soprattutto grazie alla mucca se la zootecnia si è sviluppata dall’Alto Medioevo in poi fin nelle forme odierne, innanzi tutto nelle zone europee a ridosso dei monti, sviluppando poi tutta un’economia fondamentale per l’evoluzione dell’intera civiltà di cui siamo parte. È un animale, insomma, che abbiamo sempre guardato, e osserviamo tutt’ora, soprattutto attraverso la sua utilità a nostro vantaggio, quasi mai osservandola come un essere vivente tale quale a noi, come tutti gli altri nel mondo che viviamo e come i tanti verso cui riserviamo ben maggiori attenzioni e considerazioni.
Ma, ribadisco, provate a guardare una mucca negli occhi. Se lo fate, lei probabilmente ricambierà lo sguardo e vi osserverà fissamente; come voi verso di lei, ugualmente in quegli istanti cercherà di relazionarsi a voi, in un modo tanto elementare come quello offerto dagli occhi eppure potenzialmente intenso, profondo e “dialogante” come nessun altro senso forse può fare. E provate a immaginare, con quel suo sguardo, cosa vi stia chiedendo. Perché qualcosa ce lo chiede, io credo, e in fondo comprenderà essa stessa che noi umani siamo le creature del mondo che quotidianamente vive più importanti per lei, quelle con cui deve intrattenere la relazione principale. Di più: sono certo che non si fermi solo a questo il suo pensiero, che quel suo fare così docilmente “tonto” non sia affatto il segno di scarsa intelligenza ma forse il contrario, sia un modo di osservarci senza dare troppo nell’occhio e, chissà, nel frattempo per studiarci e capirci – e capire cosa ci facciamo realmente al mondo – come noi, che continuiamo a osservarle con sufficienza e un po’ di scherno pensando al formaggio, al cioccolato al latte e a profumate bistecche, non sappiamo invece fare. E dunque, se così fosse, chi sarebbe veramente l’animale, tra i due?
Per tutto ciò sono molto curioso di poter vedere, appena possibile, Cow, il film della regista inglese Andrea Arnold – apprezzatissimo dalla critica, il cui trailer vedete qui sopra – che, dice la presentazione, «esplora la vita di una mucca da latte, offrendoci la possibilità di osservare da vicino la sua realtà quotidiana e facendoci riflettere su quale grande servizio ci offra» nonché ci fa pensare proprio sulla nostra relazione con animali del genere, così importanti per noi, attraverso il loro punto di vista – sta qui la novità sostanziale del film in forza dell’animale in questione. Più in generale Cow ci costringe a riflettere sulla nostra relazione con l’intero ambiente naturale, verso il quale – altra drammatica supponenza nostra – ci sentiamo sempre così superiori e dominanti ma generando di continuo prove dell’insussistenza di una tale condizione.
Spero di vederlo presto, ripeto, così come di tornare a dialogare attraverso lo sguardo reciproco con qualche mucca, in giro per le montagne, e “scambiarci” qualcosa di sicuramente interessante, ecco.
Accarezzo tra le corna le vacche di mio padre, irrequiete come me. Rasente alle vacche, in uno stretto passaggio, passano le belle automobili, qualcuno ci fa delle fotografie. Sul treno c’è gente che guarda da dietro i vetri, chiusi; altri si sporgono, battono le mani. Gli automobilisti procedono lentamente, guardano che le vacche non urtino le loro macchine. Una donna, molto bella, coi guanti, sporge la testa bionda da un finestrino e chiede «Fanno niente queste mucche?». Fanno latte, penso, ma la donna è molto bella e sorride gentile, allora l’assicuro che proprio non deve aver paura.