L’ordine della vita nel paesaggio

[Foto di Susanne Stöckli da Pixabay.]

Perché un rapporto con il paesaggio sia duraturo, dev’essere reciproco. Al livello in cui la terra ci fornisce il cibo non è difficile da comprendere e la reciprocità viene spesso ricordata nella preghiera di ringraziamento prima dei pasti. Al livello in cui il paesaggio ci appare bello o spaventoso e ci colpisce, oppure al livello in cui ci fornisce le metafore e i simboli per indagare nel mistero, è più difficile definire la reciprocità. Se ci si avvicina alla terra con un atteggiamento d’obbligo, disposti a rispettare cortesie difficili da esprimere e che possono essere anche un semplice gesto delle mani, si stabilisce una considerazione dalla quale può emergere la dignità. Da questo rapporto dignitoso con la terra è possibile immaginare un’estensione di rapporti dignitosi in tutta la propria vita. Ogni rapporto viene formato con la stessa integrità, che inizialmente spinge la mente a dire: le cose nella terra si armonizzano in modo perfetto, anche se cambiano sempre. Io desidero che l’ordine della mia vita sia organizzato nello stesso modo in cui trovo la luce, il movimento leggero del vento, la voce di un uccello, la forma d’un baccello che vedo davanti a me. Voglio in me stesso questa impeccabile, incontestabile integrità.

(Barry LopezSogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, pag.387; orig. Arctic Dreams, 1986.)

Le castagne che nessuno raccoglie più

[Foto di Filipe Ramos, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
A girare per i boschi delle mie montagne, sui pendii ove le selve di castagni sono predominanti e paesaggisticamente identitarie anche perché storicamente sussistenziali (un tempo quassù si viveva di polenta e castagne, non c’era molto altro), mi sto rendendo conto di come ormai più nessuno o quasi le raccolga più, le castagne. Mi basta uscire dalla porta di casa e fare due passi nella selva oltre la via e credo che tutte quelle finora cadute dagli alberi lì presenti siamo rimaste a terra, ignorate da chiunque – residenti inclusi. Eppure ricordo che fino a pochi lustri fa, quand’ero ragazzino, queste erano selve nelle quali, da fine settembre in poi, a tirarci un sasso a caso e a occhi chiusi si sarebbe colpito qualcuno, per quanto brulicavano di gitanti-raccoglitori di castagne, la gran parte cittadini che salivano su questi monti vicinissimi all’hinterland milanese e se ne tornavano a casa con borse di plastica traboccanti di frutti e mani sanguinanti (evidentemente a pochi sovveniva che le castagne sovente stanno nei ricci e i ricci in quanto tali pungono, dunque un buon paio di guanti conveniva averlo con sé) ma espressioni palesemente soddisfatte sui volti degli adulti e dei bambini, nemmeno avessero trovato delle gran pepite d’oro.

In altre zone montane credo e spero che la raccolta delle castagne sia ancora un’attività praticata, anche solo per mero divertimento e per poi farsi una bella mangiata di caldarroste. Invece dalle mie parti, così vicine alla pianura metropolitana lombarda iperurbanizzata, iperantropizzata, ipercentrocommercializzata, oggi i boschi restano silenti e deserti e le castagne abbandonate sul terreno, tristemente destinate a una sorte di marcescenza. È un gran peccato, e lo dico senza essere un così fervido appassionato del frutto: anche senza considerare la storia che la castagna porta con sé – la definizione di “pane dei poveri” era un tempo quanto mai consona – e ciò che la presenza delle selve castanili ha significato per le genti che hanno abitato queste montagne e per il loro paesaggio (senza dire poi della meravigliosa storia del castagno, che veramente da millenni è una sorta di miglior amico arboreo dell’uomo), mi sembra che il disinteresse contemporaneo verso le castagne, che poi è un’apatia sostanzialmente rivolta all’ambiente naturale più prossimo a noi e al legame che dovremmo saper intrattenere con quella parte di Natura che è un elemento integrante della nostra quotidianità, sia emblematico in senso generale della nostra relazione con l’ambiente naturale ovvero del nostro distacco da esso, dell’alienazione sostanziale verso ciò che è posto al di fuori della nostra società e che evidentemente la società stessa non ritiene più meritevole di un valore variamente culturale (e nemmeno economico, ma fatemi intendere questo termine nella sua etimologia originaria) nonché, forse, emblematico della disconnessione tra uomini e Natura dalla quale provengono molti dei problemi che oggi dobbiamo constatare al riguardo, innanzi tutto in tema di salvaguardia.

Probabilmente per molti oggi non è più così divertente andare per selve a raccogliere castagne come lo era un tempo, quando si andava anche solo per il gusto di farlo senza nemmeno agognare la pancia piena di caldarroste o di altre prelibatezze affini e quella raccolta silvestre, per i più giovani, si trasformava puntualmente in una giocosa esplorazione di boschi e di monti. Forse è giusto così, i tempi cambiano e cambia la visione diffusa delle cose, le volontà, i gusti, i piaceri e le aspirazioni. E dunque, forse, che io trovi quelle selve sui monti di casa e le loro castagne abbandonate al suolo fin troppo immalincolenti è soltanto una mia idea esageratamente “nostalgica”. Chissà.

Nel frattempo, in Alta Valtellina…

Ah, gente proprio fortunata quella dell’alta Valtellina!
Clima impazzito o no, grazie alle Olimpiadi loro la neve per sciare sulle piste ce l’avranno «sicura».

Be’, certo, sempre che non soffrano di qualche malanno fisico

O forse che i moderni cannoni sparaneve posseggano anche qualità sanitarie e terapeutiche? 🤔

Le Olimpiadi invernali? In mezzo al deserto, ovvio!

Farebbe già ridere così, la cosa: gare da sci in mezzo al deserto arabico, una gag alla Monty Python, uno scherzo bello e buono… Invece viene più da piangere, a leggere la notizia che il Consiglio Olimpico d’Asia ha assegnato i Giochi Olimpici Asiatici del 2029 all’Arabia Saudita.

Proprio così, funivie e piste sui monti in mezzo al deserto dove farà anche freddo, data la notevole escursione termica tipica di queste regioni, ma di nevicate ne avvengono ben poche e assai scarse. D’altro canto, sono montagne dominate da uno dei regimi più ricchi, influenti e illiberali di questa parte di mondo: un paese dove di libertà civili ce ne sono ancor meno che di precipitazioni nevose, ecco… ma sappiamo bene che tutte queste cose a certi megaeventi “sportivi” internazionali non interessano per niente – Mondiali di calcio in Qatar docet!

Vien proprio da inquietarsi parecchio di fronte a questa notizia, e non solo per lo stato di fatto politico del paese che ospiterà l’evento. I Giochi si terranno a Trojena, una località che non esiste ancora e che dovrà essere edificata ex novo, così come piste, impianti, infrastrutture e, ovviamente, la neve, prospettando un evento che sarà totalmente artificiale, ancor più che le recenti e già (in tal senso) preoccupanti Olimpiadi invernali di Pechino con le loro strisce di neve sparata o trasportata in loco distese su pendii montuosi aridi e marroni. Il tutto, ribadisco, appena sopra le dune del deserto arabico e a poche centinaia di km dal Mar Rosso. Nonché, ovviamente, quel tutto già ora sancito come “green”, “ecosostenibile”, eccetera. La solita solfa, insomma.

Ciò che rende inquietante tale notizia è il palese atteggiamento cinico e di sfida nei confronti dell’ambiente naturale e dei cambiamenti climatici. Poco conta, in fondo, che nessun altra località abbia presentato la propria candidatura per ospitare i Giochi (ma tu guarda, che simili eventi siano più una fregatura che un’opportunità l’hanno capito anche in Asia come in Europa – ad eccezione dell’Italia, certo): pensare di inventarsi un resort sciistico dove nulla di naturale permette di realizzarlo, per di più nell’epoca di drammatici cambiamenti del clima che stiamo constatando e vivendo, è veramente un oltraggio dissennato e pericoloso al pianeta, è l’arrogarsi il diritto e la libertà di poter e voler fare qualsiasi cosa dell’ambiente naturale pur di ottenere i propri biechi tornaconti, è un fregarsene altamente della necessità di non peggiorare la situazione in corso – anche culturalmente – ed è la creazione di un nuovo “precedente”, dopo quello di Pechino e ancor più insensato, che mina alla base la costruzione di un sentimento comune e condiviso a livello globale nei confronti del clima, della salvaguardia del pianeta e della necessaria resilienza che dovremo attuare per non subire le conseguenze del riscaldamento globale in maniera troppo tragica. E fa venire i brividi constatare che tale boriosa e alienata sfida alla Natura venga da un ente istituzionale di matrice politica (come lo sono tutti i comitati olimpici, nazionali e internazionali) che invece, insieme a ogni altro, dovrebbe guidare e governare il cambiamento culturale necessario agli scopi appena citati.

È un atteggiamento che si può constatare un po’ ovunque, nel mondo, in occasioni di questi mega-eventi sportivi, e purtroppo anche alle nostre latitudini sud alpine: non serve citare al riguardo la questione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, no?

Ma veramente sono diventati tutto ciò, i “Giochi Olimpici”? Veramente li si vuole sempre più trasformati in uno strumento di dominanza geopolitica e di distruzione della Natura? Su serio lo sci sta diventando uno sport così finto, così irrazionale e grottesco, così nemico delle montagne?

Il Sapiens in crisi

Lo si sa bene ormai che l’Homo Sapiens, autoproclamatosi tale in forza di non si sa bene quale pretesa superiorità e verso chi, ci metta invece un grande impegno a rendere del tutto ingiustificata e ingiustificabile quella altisonante definizione.

Prendete il momento storico attuale, ad esempio: è in corso una crisi climatica che va aggravandosi anno dopo anno e i cui effetti si fanno materialmente sempre più pesanti a livello globale e, nello specifico, sul continente europeo; una crisi riguardo la quale è sempre più indispensabile e urgente agire ma il Sapiens che fa, invece? Pensa bene di scatenare proprio in Europa una guerra che non solo provoca morti e distruzione ma genera un’emergenza energetica mai vista prima. Così, nell’estate più calda e siccitosa di sempre, per cercare di mitigare gli effetti di questa emergenza il Sapiens decide di attingere a fonti (il carbone, ad esempio) che non solo non la risolvono ma peggiorano inesorabilmente l’altra crisi, quella climatica. Ciò anche per non aver dato seguito, se non in minimissima parte, alle sue annose e pompose dichiarazioni sulla necessità di convertire il sistema alle energie alternative e rinnovabili – perché il Sapiens possiede pure una notevole capacità di proclamare intenzioni e volontà che poi quasi mai metterà in atto, a meno che non siano particolarmente deleterie (come quelle belliche, appunto).

Non solo: in alcune regioni del continente europeo abita un Sapiens che, se possibile, mette ancor più fervore nel perseguire l’impegno sopra evidenziato. In Italia, ad esempio, dove nell’estate appena trascorsa la carenza di risorse idriche si è fatta particolarmente grave ma il Sapiens locale, che nel frattempo ha preteso di organizzare i prossimi Giochi Olimpici invernali, finanzia a spron battuto innumerevoli impianti per la produzione di neve artificiale, per i quali serve una quantità immane di acqua che viene tolta alle scorte naturali – e non solo a quelle stagionali – destinate ai suoi simili.

Nel frattempo la crisi energetica si aggrava sempre più e dunque il Sapiens si organizza per razionare usi e consumi dell’energia, con tagli alle forniture e diminuzione delle temperature dei riscaldamenti domestici, dichiarando al riguardo di «sperare l’inverno non sia tanto freddo» (dichiarazione udita dallo scrivente alla radio qualche giorno fa da parte di un Sapiens politico – e non l’unica di questo genere intercettata, peraltro). Sperare che d’inverno non faccia freddo, già. Ma se non dovesse fare freddo sarebbe l’ennesimo segnale di un ulteriore peggioramento della crisi climatica, il che significherebbe che, a fronte del risparmio di una minima parte di risorse energetiche e di un po’ di soldi al riguardo, si manifesterebbe un probabile ulteriore aggravamento delle conseguenze del riscaldamento globale, sicuramente di portata ben più ampia e peggiore di quelle derivanti dall’emergenza energetica e che peraltro finirebbe per aggravare pure questa – come d’altro canto la storia recente ormai insegna. In parole povere il Sapiens, per tentare di salvarsi da un problema di una certa gravità, auspica a se stesso di subire un problema ancora più grave e pressoché irrisolvibile. Si sta scavando la fossa sotto i propri piedi ma, per non rovinare la pala, usa le sue stesse mani.

Ecco. Questa è la situazione del Sapiens contemporaneo, già.

P.S.: per giunta, se d’inverno non facesse freddo come certi Sapiens auspicano, la neve artificiale prodotta sottraendo risorse idriche ai territori pur in presenza di una grave siccità finirebbe per sciogliersi rapidamente, sprecando l’acqua, l’energia impiegata e ovviamente i soldi pubblici investiti al riguardo dai quegli stessi Sapiens. Autoproclamati tali, è bene rimarcarlo.