Il vero grande evento dell’estate 2024 non è di certo il concerto di Taylor Swift a Milano o la Biennale di Arte a Venezia e tanto meno le Olimpiadi di Parigi! Macché: è VALMALEGGO, la rassegna letteraria che tutti i lunedì dal 15 luglio fino al 19 agostoporterà libri e autori di gran pregio nei rifugi della Valmalenco.
E converrete fin d’ora con me che con un nome della rassegna così geniale e delle location tanto spettacolari, oltre al prestigio degli autori e dei loro libri, partecipare agli incontri è e sarà qualcosa di inevitabile!
Inopinatamente – ma è merito del libro, ovvio! – ci sarò anche io: lunedì 5 agosto alle 14.30 al Rifugio Gerli-Porro, sopra Chiareggio e sotto (quasi) il celebre Ghiacciaio del Ventina, avrò il raro privilegio di presentare tra le magnifiche montagne che sovrastano il rifugio Montagne, l’atlante geomontano pubblicato da Topipittori del quale ho curato la revisione scientifica e l’edizione italiana. Privilegio che da raro diventa unico grazie a chi mi affiancherà nella chiacchierata intorno al libro: Marina Morpurgoe Michele Comi, garanzia di conversazioni interessanti, illuminanti, appassionanti e divertenti.
Ma ogni appuntamento di VALMALEGGO offre stimoli e suggestioni affascinanti, grazie ai libri, ai loro autori, a chi li presenterà e ai contesti meravigliosi che la Valmalenco sa offrire: goderne la bellezza scoprendo narrazioni letterarie tutte diverse e ciascuna speciale sarà ancora più bello, ne sono certo.
Dunque segnatevi date e appuntamenti e, se potete, non mancate. Ci sarà di che divertirsi!
[Il gruppo del Gran Paradiso da Pian Borgnoz, Valsavarenche. Foto di Fulvio Spada, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]Spesso sul web o sui magazine di costume si vedono immagini di influencer e personaggi pubblici più o meno famosi in località di montagna, e facilmente qualche tempo dopo si legge del “boom” di turisti-follower in quelle località generato dalle immagini diffuse. Il marketing turistico nell’era dei social media funziona anche così, nel bene e nel male.
Ma l’idea di portare qualcuno di particolare – e particolarmente “attraente” – in vetta alle montagne per lanciarne la frequentazione turistica non è affatto nuova. Quasi un secolo fa vi fu un “influencer” montano ante litteram la cui presenza ad alta quota ebbe un gran successo. Solo che non si trattava di una/un influencer come quelle/i di oggi: inevitabilmente, visto che non era nemmeno umano.
Nel luglio del 1931 infatti, Joseph-Marie Henry, più noto come l’abbé Henry, eclettico – e anche un po’ eccentrico – prete-alpinista valdostano, gran cultore delle montagne della sua valle (al punto che oggi la piazza centrale di Courmayeur gli è intitolata e sfoggia una statua bronzea che lo celebra), per dimostrare ai villeggianti i quali già ai tempi affollavano la Valsavaranche che l’ascesa al Gran Paradiso – tanto agognata quanto temuta da molti di quelli – non era affatto proibitiva, decise di affrontarla portandosi appresso un asino chiamato Cagliostro, proprio come il conte-avventuriero settecentesco.
[Quello a sinistra è il vero abbé Henry, quello a destra invece non è il vero Cagliostro, ovviamente!]I due, insieme a tale Signor Dayné, partirono alle 3 della notte dal Rifugio Vittorio Emanuele e, dopo aver adeguatamente ramponato Cagliostro per permettergli di percorrere il ghiacciaio, giunsero in vetta a mezzogiorno. Così l’abbé Henry registrò le reazioni di Cagliostro al riguardo:
Dopo qualche minuto, Cagliostro alzando la testa guardò, da sopra la cresta, lo spaventoso abisso che si apre sull’altro versante, quello di Cogne. Poi pieno di gioia e di legittimo orgoglio, lanciò un formidabile jodel che fece tremare dalle fondamenta, i massi sconnessi ed ammonticchiati della cima.
È lecito chiedersi se, con quello «jodel» ragliato, Cagliostro volle veramente rimarcare la propria felicità per la notevole impresa compiuta oppure lamentarsi della faticaccia sopportata suo malgrado per arrivare a oltre 4000 metri di quota. Fatto sta che il successo della bizzarra cordata effettivamente diede un grande impulso al turismo nella zona di Valsavarenche e attirò sul Gran Paradiso l’attenzione di molti appassionati di alpinismo i quali decisero di cimentarsi con una salita certificata ormai come “facile”: se persino un asino era riuscito a raggiungere la vetta, come avrebbe potuto non riuscirvi un umano ben equipaggiato?
In buona sostanza, all’asino Cagliostro quasi un secolo fa riuscì esattamente quello che suscitano molti influencer contemporanei che si fanno fotografare qui e là sulle montagne e poi postano le immagini sulle proprie pagine social a beneficio dei followers. Già.
Questo, ovviamente, non significa che si debbano intessere paragoni e analogie tra Cagliostro e quegli influencer. Be’… non sempre, almeno.
[Ecco un altro luogo dove serviva proprio una panchina gigante per poter ammirare il paesaggio, vero? Monte Carza, Trarego Viggiona (Verbania). Immagine tratta da qui.]Ribadisco: il terribile e volgare fenomeno delle “big bench”, le panchine giganti sparse a centinaia per il territorio italiano, nonostante se ne stiano installando ancora è già in declino. Come d’altronde accade per tutte le cose prive di senso, che rapidamente entusiasmano e poi in breve stancano.
In ogni caso, da quelli che ancora le sostengono e al netto delle motivazioni di matrice meramente ludica, viene spesso esaltata la funzione “benefica” che avrebbero le panchine giganti, per la quale la “Fondazione Big Bench Community Project” (BBCM) che le promuove destina «una gran parte delle donazioni che riceviamo a progetti proposti dai territori in cui è installata una grande panchina, che coinvolgano i bambini e l’arte» – così si legge sul sito. In questo modo, chi critica le panchinone viene pure ritenuto una brutta persona che va contro alla beneficenza grazie ad esse raccolta e donata.
Benissimo, analizziamo nel dettaglio la questione. Leggo dal sito BBCM che la “Fondazione” ad oggi ha erogato 13.500 Euro. Sì, ma lo ha fatto in 14 anni (la prima panchina gigante è del 2010) e su un totale di 366 panchine esistenti: fanno meno di 37 Euro a panchina erogati.
Trentasette Euro a panchina. Già.
Seriamente: di cosa stiamo parlando?
Sia chiaro: piuttosto che niente meglio piuttosto, come dicono a Milano. Tuttavia, permettetemi di sostenere, per esperienza personale diretta, che con una marea di altri progetti, anche piccoli, realizzati al fine di “valorizzare” veramente i territori si possono ottenere ben altre erogazioni, a partire da quelle delle Fondazioni di comunità a vantaggio reale dei soggetti che in quei territori operano per sostenere «lo sviluppo della creatività dei bimbi» (cito sempre dal sito) e la cultura in generale, senza andare a piazzare manufatti così “ignoranti” – rispetto ai luoghi che dicono di voler valorizzare e invece degradano, anche vista la loro ripetitività – come le panchine giganti, peraltro guarda caso gradite innanzi tutto da adulti ai quali poco o nulla interessano tanto gli scopi benefici quanto i luoghi attraverso la cui “valorizzazione” verrebbero sostenuti. Forse anche per questo le somme erogate sono così esigue. Sarò cinico, forse, ma la realtà dei fatti è questa, per come la si può rilevare dalla sua stessa fonte.
«Come ritornare bambini riscoprendo il paesaggio»: così recita lo slogan sulla home page del sito BBCM. Peccato che i bambini scoprono il paesaggio esplorandolo, correndoci dentro, rotolandosi nei prati, sporcandosi le mani di terra, emozionandosi dietro ogni albero, ogni dosso, ogni crinale raggiunto e superato e facendosi domande su ogni cosa che colgono, non selfies. E tanto più non grazie a un giocattolone fuori misura cementato a terra e fatto per gli adulti in cerca solo di selfies, appunto.
N.B.: sull’ultimo numero de “La Rivista” del Club Alpino Italiano si può leggere un articolo assolutamente significativo sul fenomeno “panchine giganti” di Luca Gibello, architetto, direttore de “Il Giornale dell’Architettura” e fondatore dell’Associazione Culturale “Cantieri d’Alta Quota” (nonché valente alpinista) che vi consiglio caldamente di leggere, se potete.
Posto che di idioti – mi si passi il termine rude ma che trovo assai consono – sui monti se ne sono sempre trovati, e al netto di certi singoli episodi emblematici come quello recente immortalato nelle immagini qui sopra (ultimo ma non ultimo di una lunga serie pluriennale), viene da temere che la lunaparkizzazione da tempo in corso di certe zone di montagna particolarmente turistificate stia facendo regredire il livello delle “prestazioni” di quegli idioti inopinatamente vaganti in quota oltre ogni limite accettabile.
Per certi frequentatori delle terre alte, che evidentemente non capiscono dove sono e cosa fanno, non è (più) solo una questione di educazione alla montagna ma di vera e propria rialfabetizzazione, nel senso più didattico e elementare (della scuola, già) del termine. Partendo da testi basici come questo – è un libro per bambini, sì, ma spero non risulti troppo difficile da capire per gli adulti che lo devono leggere:
Ecco: solo dopo averli ben assimilati, testi pedagogici del genere, è pensabile che quelli si mettano in cammino sui più elementari (appunto) sentieri, e soltanto mooooooolto dopo aver ben compreso cosa è la montagna e come ci si muove e comporta lassù potranno ambire alla percorrenza di itinerari più ostici.
Ma se non dovessero accettare di seguire questo ineludibile percorso di apprendimento e dunque non palesare la volontà di conoscere al meglio la montagna, continuando a considerarla alla stregua di un pittoresco e dilettevole parco giochi fuori città, ribadisco quanto affermato più volte in passato: costoro è bene che passino le loro giornate festive o vacanziere in un bel centro commerciale. Il soccorso alpino in primis sarà loro molto grato – e tutta la montagna pure.
Voglio ringraziare di cuore chiunque abbia contribuito a rendere la presentazione di Montagne (Topipittori) svoltasi ieri sera presso la libreria Spazio Libri La Cornice di Cantù così bella e piacevole come è stata (seppur troppo breve come sono sempre le cose belle, appunto). Innanzi tutto Valentina, la libraria: per l’accoglienza calorosa, per aver condotto con briosa bravura la chiacchierata e per gestire un luogo di quelli che, quando li scopro, il mondo sembra un po’ più bello; Maria Grazia Filpa, che ha donato alle nostre chiacchiere tutta la competenza e la passione del suo lavoro di Accompagnatrice di Media Montagna (e di vagabonda dei monti in generale); Giovanna Zoboli e Paolo Canton, senza dubbio i migliori editori del mondo – ieri sera sicuramente (e comunque chi non è d’accordo ha l’onere della prova contraria); infine il pubblico presente, che ci ha onorato della sua presenza e attenzione fino alla fine nonostante il caldo feroce che ieri faceva di Cantù una pentola con l’acqua in ebollizione e noi le rane dentro. Ah, grazie anche al gatto-librario, del quale non ricordo il nome, che da buon gatto gironzolava sornione facendo finta di disinteressarsi ai nostri dialoghi ma si capiva che invece ci stava ascoltando… e a Simona Proserpio, che ha fatto le foto del collage lì sopra.
Chiunque voglia saperne di più su “Montagne” – un libro che, essendo pubblicato dai migliori editori del mondo (almeno ieri sera, a Cantù), è certamente tra i più bei libri mai pubblicati (anche al di fuori di Cantù) – può dare un occhio qui.
Grazie ancora a tutti e alla prossima (al cui riguardo ne saprete a breve!)