La ragione, e la ragione (una leggenda)

[Foto di M.s Anas da Pixabay.]
Il Signore diede ordine di far entrare i due uomini e ne seguì l’avvicinarsi con fare visibilmente contrariato, quasi truce.
«Insomma, che diavolo state combinando, voi due?» sbottò. «L’intero principato è in subbuglio, per le vostre diatribe!»
Il cavaliere si impettì, esibendo l’armatura scalfita da evidenti colpi e ammaccature: «Nessuna diatriba, mio Principe, la verità ha già la sua voce!»
«Una voce folle!» gli ribatté l’astronomo di corte, «la verità è nella scienza, e la scienza non ammette l’esistenza di draghi sputafuoco!»
«E queste, dunque?! Bugie anche queste?» ringhiò il cavaliere, battendosi il pugno sul ferro della propria corazza ammaccata.
«Che fiducia può ricevere colui che insegue immaginari draghi sguainando spade qui e là?» di nuovo confutò sferzante lo scienziato.
«Basta ora!» intimò seccamente il principe. «Se uno di voi due possiede la verità come dice, saprà pur darmene una prova! E dunque così sia, se non volete che sbatta entrambi nei sotterranei!»
Così, nei giorni a venire, il cavaliere lanciò più volte i suoi vigorosi assalti nel profondo e scuro vallone chiuso tra altissime rupi entro il quale asseriva vivesse lo spaventoso drago, tornando poi al castello per narrare delle sue gesta pugnaci nella forra infernale ove anche lo scienziato si recò varie volte, riportandovi tutt’altra verità: nessun drago, tutto quel gran vapore bollente che stazionava laggiù non veniva dalle fauci d’un mostro ma effondeva dalla terra, dunque doveva essere qualcosa di naturale, ancorché sconosciuto. Già, ma come provarlo razionalmente al Principe? E come, in modo ben più impellente, dal giorno in cui il cavaliere tornò da un ennesima “battaglia” nella forra con parte del corpo ustionata, che fieramente mostrò al proprio signore quale prova finale, e indubitabile?
«Fra i due, chi più mi agevola la persuasione sei tu, cavaliere» sentenziò il Principe, «Dunque, ti darò fiducia: andremo laggiù con i nostri migliori soldati, e verrò anch’io. Se troveremo il drago, sarà la sua ultima ora. E tu, scienziato: se tal nobile guerriero mi dimostrerà ragione una volta per tutte, finirai i tuoi giorni nelle segrete del castello!»
Non tornò più nessuno da quella spedizione. Ustionati, asfissiati dai gas velenosi o caduti in chissà quale profondissimo pertugio – ipotizzò lo scienziato, ma il popolo preferì farsi suggestionare dal drago sterminatore e dalla “risposta” all’enigma generata da tale potente suggestione. Tuttavia quel castello, grazie all’ingegno e al susseguente lavoro dello scienziato e dei suoi rari discepoli, divenne il primo della storia confortevolmente riscaldato e con acqua calda corrente per tutti, che poi venne resa disponibile all’intero villaggio ai suoi piedi.
Di lì a breve lo scienziato ne divenne il nuovo signore per acclamazione popolare e anche gli avvistamenti di draghi andarono via via diradandosi, col tempo.

(P.S.: anche questo è un racconto al momento ancora inedito come la raccolta di cui è parte, composta di testi molto molto molto particolari – ho detto “molto”, sì. Ne trovate altri, insieme a scritti d’altro genere, qui. Forse quella raccolta sarà pubblicata, prima o poi. Voi seguite il blog oppure il sito e può essere che tra un po’ ne saprete di più al riguardo. Sì, può essere. Chissà.)

Prevedere il tempo, ma bene

[Foto di Alexsandr31 da Pixabay]
Ma perché – mi permetto di ribadire* – i meteorologi, non tutti ma buona parte, piuttosto di starsene rinchiusi nei propri laboratori pieni zeppi di supercomputers collegati con megasatelliti ipertecnologici che inviano a terra miliardi di dati con i quali elaborano n-mila modelli numerici matematico-statistici a ogni centesimo di secondo che poi servono per formulare e diffondere previsioni del tempo che la maggior parte delle volte si rivelano sbagliate (a volte di poco, a volte clamorosamente tanto) – dicevo, anzi, chiedevo, ma perché quei meteorologi suddetti non aprono le finestre dei loro scientificissimi laboratori e molto semplicemente nonché rapidamente si mettono col naso all’insù a guardare come è messo il cielo, al di sopra e all’orizzonte?

Scommettiamo che, se così facessero, le previsioni le azzeccherebbero molto di più? Perché non lo fanno, eh?

Alla peggio, se nemmeno in quel modo avessero granché successo, potrebbero sempre tirare a indovinare. L’affidabilità dei loro bollettini comunque migliorerebbe di molto, già.

*: nel senso che in passato ho già espresso opinioni simili e che pure oggi, in auto, sento alla radio le previsioni per le mie zone che parlano di «molto nuvoloso con rovesci anche a carattere temporalesco specie a ridosso dei rilievi, in intensificazione nel corso del pomeriggio» eccetera; io sollevo lo sguardo e vedo il cielo azzurro con solo qualche innocuo cumulus humilis qui e là, senza nessun segnale di precipitazioni imminenti. Ecco.

La contagiosa intelligenza degli alberi

È ormai cosa risaputa che gli alberi sono creature dotate di una peculiare forma di intelligenza, del tutto diversa da quella animale e per questo sfuggente alla nostra comprensione ordinaria ma non meno funzionale. Come denota questo articolo de “Linkiesta” (uno dei tanti che sul web trattano il tema),

«Gli alberi parlano. Comunicano sempre. Vivono collegati in una rete fatta di segnali chimici che si trasmettono attraverso le radici. Una vitalità sorprendente che è stata scoperta da poco, grazie a studi e ricerche scientifiche ormai numerose e ben fondate di biologi e studiosi delle foreste. Le connessioni chimiche che viaggiano tra le radici delle piante creano una sorta di organismo unico multipolare, in cui tutto avviene secondo logiche di sistema e, addirittura, seguendo ragionamenti di causa ed effetto.»

Ma il bello dell’intelligenza degli alberi è che, sempre attraverso un proprio modo peculiare, può rendere più intelligente anche la nostra quotidianità, in forza delle tante manifestazioni “vitali” che un albero può offrire e per come con esse possiamo migliorare il mondo in cui viviamo. È la cosiddetta economia circolare del legno, definizione nella quale il termine “economia” compendia nel suo senso anche il valore ecologico, culturale e antropologico della presenza arborea nello spazio in cui viviamo e, dunque, anche la relazione che abbiamo e che dobbiamo mantenere e salvaguardare con tali creature tanto preziose – segnalando di contro la pericolosità tremenda delle attività di deforestazione, ancora così praticate in giro per il mondo.

L’economia circolare del legno è ottimamente rappresentata dall’infografica in testa al post tratta dall’ultimo numero – il 107 – di “Alpinscena”, la rivista della CIPRA, che spiega in modo tanto chiaro quanto suggestivo perché gli alberi siano per noi tutti creature a dir poco fondamentali – persino a prescindere dalla fotosintesi clorofilliana. Cliccate sull’immagine per leggerla in un formato “poster” più grande nonché ben stampabile, e non dimenticate di manifestare tutta la vostra deferenza e affabilità agli alberi che vi capita di incontrare!

La manifestazione del “sacro” autentico, nel paesaggio

[Foto di Pascal Debrunner da Unsplash.]
Credo che chiunque riveli in sé almeno un poco di sensibilità – cosa che peraltro, a mio modo di vedere, fa parte del “minimo necessario” per potersi considerare esseri umaninon possa non percepire nel paesaggio la manifestazione di una sacralità assoluta. Ma niente di teologico o religioso, sia chiaro – anzi: ciò è quanto maggiormente può svilire quella manifestazione – come nemmeno di meramente estetico, solo legato alla percezione (pur possente ed emozionante) della bellezza naturale del paesaggio e neanche di “sovrannaturale” – definizione in fondo utile a noi uomini quando qualcosa in Natura sfugga alla nostra comprensione o all’immaginazione (e quanto poco ancora la conosciamo, la Natura!)

No, è invece qualcosa di ben presente nel paesaggio stesso, in forma tangibile e non immateriale (semmai siamo ancora noi che nell’individuare – anche inconsciamente – tale sacralità, tentiamo di definirla attraverso forme cognitive inesorabilmente immateriali), che ne determina la forma, l’armonia geomorfologica, il senso, il valore filosofico e di conseguenza la percettibilità da parte nostra – che potrà essere più fisica ovvero maggiormente spirituale e mistica, appunto, ma è una faccenda nostra, questa, non del paesaggio che la genera.

Nel riflettere su ciò, mi torna in mente la visione panteista di Giovanni Segantini, quando il grande artista affermava che “Non cercai mai un Dio fuori di me perché ero persuaso che Dio fosse in noi e che ciascuno di noi è parte di Dio come ciascun atomo è parte dell’Universo”, ove tuttavia l’uso del vocabolo “Dio” voleva esprimere un concetto di “entità divina” del tutto antitetico a quello teologico-religioso cristiano e semmai più affine alla concezione buddista, se non ad una vera e propria visione – di matrice pagana – di Natura quale espressione “divina” dacché essa stessa sede del “divino”.

Giovanni Segantini, “Trittico della Natura o delle Alpi: la Natura”, 1898-1899.

Ma anche se, ribadisco, la metafora divina di Segantini può risultare fuorviante, di sicuro egli comprese perfettamente la cognizione (lo dimostra in quelle parole sopra citate, portate sovente ad esempio del suo panteismo “misticamente laico”) che la sacralità assoluta del paesaggio è in fondo presente anche in noi, se sappiamo coglierla e manifestarla – e Segantini certamente lo fece da par suo, attraverso la propria meravigliosa arte. Il che comporta che riuscire a fare questo è in fondo, a sua volta, una grande manifestazione dell’umana sensibilità di cui dicevo in principio nonché, ad un livello più pratico ovvero antropologico, del legame che dobbiamo palesare nei confronti del territorio e dell’ambiente da noi abitato – della Terra, insomma. È il divenire parte dell’Universo come ciascun atomo, per citare ancora Segantini, dunque è il rivelarsi creature “divine” – noi sì, antiteticamente a qualsiasi pretesa e presunta entità teologica, comunque troppo “umana” per risultare credibile e dunque troppo “meschina”, in senso concettuale, nei confronti del paesaggio (ecco perché affermavo che una visione dottrinale religiosa del paesaggio finisce per svilire la sua naturale sacralità).

Di contro, non riuscire in tutto ciò, oltre a quanto affermavo all’inizio di questa dissertazione, temo rappresenti la nostra personale parte di responsabilità in una sostanziale “negazione” del paesaggio e della sua sacralità, ovvero in un possibile, catastrofico sfacelo finale. Che peraltro facilmente non cancellerà il paesaggio, la sua sacralità e la grande bellezza che manifesta, ma cancellerà chi doveva e poteva godere – o ne avrebbe dovuto consapevolmente godere: noi esseri umani.