Incontri whitmaniani

Questa mattina, come sempre, scendevo in auto prima delle 7 dalla mia dimora montana verso valle lungo l’abituale strada che per buona parte corre attraverso fitti boschi. D’un tratto sulla sinistra si stacca un sentiero secondario che affonda nel verde arboreo e si dirige verso alcuni edifici rurali. Non so per quale istinto, mentre guidavo, ho guardato nel varco creato dalla traccia nel bosco – non lo faccio quasi mai dacché non ve n’è motivo, quel sentiero non ha granché interesse escursionistico, è solo di servizio alle baite ove porta, fatto sta che ho guardato in quella direzione e sul sentiero, a pochi metri dalla strada e non ancora nascosto dall’ombra boschiva, ho visto un bellissimo capriolo, apparentemente giovane o, forse, una femmina, probabilmente acquattato lì in attesa di non udire più alcuno suono umano per sentirsi sicuro nell’attraversare il tracciato stradale e continuare oltre.

Una visione simile a quella della foto qui sopra, solo un po’ più da lontano.
Che in sé, quest’incontro pur fugace non ha avuto niente di speciale, sia chiaro; non è il primo e non sarà certamente l’ultimo. Però, ecco, a viverlo di primo mattino, all’inizio d’una nuova giornata di ordinaria quotidianità, be’, è sicuramente bello e forse più suggestivo che in altri contesti.

Giusto per caso, qualche giorno fa mi sono ritrovato di fronte, in un testo che stavo leggendo, quel celebre passaggio del Canto di Me Stesso, da Foglie d’Erba, nel quale Walt Whitman scrive parole che, mi viene da pensare, sembrano adatte anche a quella mia visione mattutina – e non solo alla circostanza odierna, d’altronde:

Credo che potrei voltare la schiena e andare a vivere con gli animali, così placidi e contenti,
Mi fermo e li contemplo per ore e ore.
Non s’affannano mai, non gemono per la loro condizione,
Non vegliano al buio a piangere i loro peccati,
Non mi danno disgusto discutendo sui loro doveri verso Dio,
Nessuno è insoddisfatto, nessuno impazzisce per smania di possedere,
Nessuno s’inginocchia davanti a un suo simile, né ad altri della sua specie vissuti migliaia di  anni fa,
Nessuno è rispettabile o infelice per la terra universa.
Essi mi rivelano i loro rapporti con me e io li accetto,
Mi recano testimonianze di me, e dimostrano chiaramente che le hanno in loro possesso.
Mi chiedo dove mai abbiano raccolto queste testimonianze,
Forse anch’io sono passato da quelle parti, tempi infiniti or sono, e con negligenza le ho lasciate cadere?

Castagni, ulivi, cultura, futuro

P.S. – Pre Scriptum: sempre per la serie «Post pubblicati anni addietro ma sempre assolutamente validi», ecco un altro post pubblicato anni addietro – 5 anni fa, per l’esattezza – ma sempre assolutamente valido (appunto), ritrovato scartabellando negli archivi del blog e valido tutt’oggi proprio per la particolarità del periodo pandemico e per quanto essa ha provocato nell’ambito culturale – in senso lato, dunque comprendendo anche la scuola. D’altro canto, molti dei problemi che giorno dopo giorno ci ritroviamo a vivere, grandi o piccoli che siano, sono di frequente il frutto di “mancate semine” di elementi vitali, fecondi, fruttuosi, nel terreno della nostra società: la pandemia da Covid-19 non fa eccezione, ribadisco. Dobbiamo piantarla di non piantare più buoni semi per il futuro: altrimenti il presente, ovvero il “qui e ora”, diventa (e diventerà) un momento di cronica, inesorabile decadenza verso il passato più sterile e antiquato.

[Immagine di Oberholster Venita da Pixabay.]

Castagni e ulivi hanno la stessa anima. E’ l’anima lungimirante dei montanari e dei contadini che li hanno piantati ben sapendo che non ne avrebbero goduto i frutti. Né loro né i loro figli. Solo la terza generazione, quella dei nipoti, avrebbero avuto in dono la spremitura d’oro delle olive o la ben più povera farina di castagne. Eppure li hanno piantati, hanno saputo guardare avanti.

E’ una citazione che ho tratto da un articolo del numero di novembre 2015 di Montagne360, il mensile del Club Alpino Italiano – e no, nessuna volontà di passatismo, sia chiaro, nemmeno di retorica del “si stava meglio quando si stava peggio” o altro del genere, anzi, tutto il contrario. Ma il futuro, qualsiasi futuro che si voglia migliore del presente e del passato nonché proficuo, non può non imparare da quanto s’è fatto di buono nel passato – cosa persino banale da dirsi eppure alquanto ignorata e trascurata, lo sapete bene.
In ogni caso, trovo quelle parole meravigliose anche per disquisire di cultura, ovvero di quale dovrebbe essere l’atteggiamento delle istituzioni nei confronti della cultura e, di contro, di quanto sia ottuso e irresponsabile l’atteggiamento che il più delle volte si deve constatare. Ancora più grave, tale irresponsabilità, perché il coltivare la buona cultura, a differenza di castagni e ulivi, permette di ottenere buoni raccolti fin da subito, i quali poi non potranno far altri che diventare sempre più abbondanti e fruttuosi col passare del tempo.
Se invece ciò non avviene, se chi di dovere continua a pensare alla cultura come a una spesa da sostenere e un fastidio del presente dal quale sfuggire e non a un investimento di importanza vitale (e di molteplici, crescenti tornaconti) per l’intera società, sarà responsabile ingiustificabile del futuro degrado sociale (dacché la cultura è la base dello sviluppo sociale, altra cosa inutile da rimarcare) e del relativo imbarbarimento collettivo. Ovvero di qualcosa che, proprio per quanto ho appena affermato, stiamo già oggi constatando in modo inequivocabile.
Eppure, nonostante la situazione lapalissiana, pare che non solo si continui a non piantare alcun buon germoglio culturale per le future generazioni, ma che pure si faccia di tutto per rendere ovunque il terreno sterile e infecondo per qualsiasi coltivazione, impedendo ogni futuro (da domani fino a quello più lontano) nutrimento intellettuale. Ovvero, in parole povere e più chiare, mandando la nostra società allo sfacelo. Ma anche questa cosa, credo, è tanto chiara e inesorabile che non avrebbe bisogno di essere rimarcata.

Il paesaggio nella testa

[Il paesaggio intorno a San Quirico d’Orcia, Siena. Foto di Luca Micheli da Unsplash.]

Il paesaggio è un costrutto. Questa parola terribile significa che il paesaggio non va ricercato nei fenomeni ambientali, ma nelle teste degli osservatori.

(Lucius Burckhardt)

Perché quando ammiriamo un “paesaggio” come quello ritratto nell’immagine lì sopra, pensiamo sia bello? Perché le sue forme, i suoi colori, le vedute panoramiche che vi si generano sono sinonimo di bellezza, certamente, e perché un tale concetto di bellezza è quello che abbiamo culturalmente determinato nel tempo con lo sviluppo, anche in senso estetico, della nostra civiltà.

E se fosse invece che il paesaggio sopra raffigurato è “bello” soprattutto perché in realtà si forma dentro di noi, è una creazione della nostra mente e del nostro animo, e dunque mai nessuno di noi ordinariamente affermerebbe, per così dire, di essere “brutto” dentro?

Ne (ri)parlerò (perché l’ho già fatto di frequente, qui sul blog) a breve di questo tema e di Lucius Burckhardt, personaggio tanto poco noto quanto assai significativo e a suo modo illuminante.

Formaggio fa rima con paesaggio

[Formaggi della Val di Fassa, Trentino. Immagine tratta da qui.]
Sapete che a mangiare del buon formaggio di montagna non solo fate parecchio felice la vostra pancia ma contribuite a salvaguardare il prezioso valore culturale dei territori alpini e dei loro meravigliosi paesaggi – un patrimonio ovvero un bene comune di tutti noi e che chiunque ha la responsabilità di salvaguardare?

In effetti pochi prodotti dell’uomo come i formaggi di montagna portano “dentro” e offrono, oltre a una gran bontà, un bagaglio di cultura e saperi storico-geografici sovente considerevoli e che rappresentano un esempio emblematico di “bene comune” di natura sia materiale che immateriale. E dentro questo bene comune cultural-caseario ce n’è un altro al quale a nessuno o quasi, suppongo, verrebbe di pensare ma che a ben vedere è la base stessa dell’esistenza dei formaggi: i microbi presenti in essi, ciò che conferisce loro il sapore così gustoso.

L’antropologa culturale Roberta Raffaetà ha analizzato questo common – per usare il termine anglosassone abituale nelle discipline scientifico-umanistiche a indicare i beni comuni – tanto particolare quanto fondamentale per l’economia dei territori alpini: «La biodiversità microbica rende i formaggi di ogni malga unici e diversi da tutti gli altri», spiega l’antropologa, citata sul numero 107 di “Alpinscena”, il magazine di CIPRA International. Nel dopoguerra si è verificato un vero e proprio processo di abbandono delle malghe e molte conoscenze, pratiche e colture di batteri sono andate perdute. Queste, negli ultimi anni, sono state recuperate ma al tempo stesso reinventate da alcune organizzazioni, enti di ricerca e giovani, nel tentativo di valorizzare la loro importanza culturale ed economica. Le metodologie di produzione e le pratiche economiche messe in campo sono molteplici, quindi vanno discusse in maniera democratica in modo da conciliare diversi punti di vista e per tutelare il patrimonio collettivo microbico che si esprime nelle esperienze gustative del formaggio, capaci di collegare i microbi lattici al paesaggio naturale e culturale.

Ovvero, per farla breve, assaporando e gustando i formaggi alpini mettiamo in pratica e valorizziamo non solo il legame tra essi e i territori nei quali nascono e vengono prodotti, ma la nostra stessa relazione con quei territori e con i loro paesaggi – in senso generale e in quanto “paesaggi gustativi e emozionali” in grado di trasformare il gusto e la bontà del formaggio in esperienze di conoscenza culturale dei luoghi di origine.

Il tutto, ribadisco, facendo felice e appagata la vostra pancia. Cosa si potrebbe desiderare di meglio?

L’è andà così

“Un giorno incontrai per la montagna un tale che aveva inciso sul cinturino del cappello questa frase: l’è andà così. Gli chiesi: com’è andata? E lui, guardando lontano e stringendosi nelle spalle rispose: mah, così è andata.”

(Mario Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli, Einaudi, 1a ediz. 1962.)

Questo fulminante incipit d’un racconto de Il bosco degli urogalli del grande Rigoni Stern, che coglie così bene il tipico pragmatismo montanaro fatto di poche parole e altrettanto poche emozioni, se ormai considerate superflue per la propria quotidianità, mi fa riflettere sul senso e sull’essenza della memoria. Perché se è fondamentale ricordare la storia, sapere ciò che custodisce per riflettere, capire e imparare, è altrettanto fondamentale non recriminarci sopra e, per ciò, perdersi in inutili compatimenti. La storia è figlia del tempo e lo segue inesorabilmente, tornare indietro non si può: ricordare sempre sì, fare della memoria una fonte di rimpianti no. Altrimenti è un po’ come ammorbare il presente e avvelenare il futuro. Il passato è passato: di qualsiasi cosa esso sia fatto, ormai è andata. Amen.

P.S.: in verità pubblicai questo articolo quasi tre anni fa, nel maggio 2018, dunque prima dell'”uragano” provocato dal Covid e di tutto quanto di correlato è accaduto. Tuttavia, non so, ma a me pare che le parole di Rigoni Stern e le pur fugaci riflessioni che ne trassi allora siano del tutto valide anche oggi, proprio pensando a tutto ciò che è accaduto per il Covid. Già.