Che cosa è l’arte, signore? È la natura concentrata.
Così scrive Honoré de Balzac nelle Illusioni perdute: e se una tale affermazione la si può facilmente contestualizzare alla rappresentazione artistica dell’ambiente naturale – o del “paesaggio”, ma il termine non sarebbe corretto, come sapete – così come altrettanto facilmente si può trovare Natura e paesaggio in opere artistiche anche non figurative, meno facile risulta fare l’opposto: trovare concentrazione di arte nella Natura. O, per meglio dire, nel territorio naturale che sia stato antropizzato, nel quale l’uomo sia intervenuto elaborandone la morfologia e la geografia – e dunque ove lo abbia fatto senza guastare e dissestare lo stato di fatto naturale precedente.
[Sol Lewitt, Wall Drawing 565, 1988; immagine tratta da qui.][Vigneti nella regione del Markgräflerland, Baden-Württemberg, Germania; immagine tratta da Google Maps.]Tuttavia, quando di arte nella Natura se ne possa trovare, nel senso di opera umana in armonia con il territorio naturale e quindi, a suo modo, espressione anche estetica oltre che architettonica, tecnica, ecologica eccetera, allora probabilmente avremo la fortuna di godere d’un luogo che, come la migliore opera d’arte, soddisfa la nostra ricerca del “bello” e ci fa stare bene in esso. Che sono poi condizioni tra quelle fondamentali per le quali la relazione tra l’uomo e i luoghi abitati e vissuti raggiunge il suo apice e rende quella parte di mondo un “bel” posto. In fondo i “bei paesaggi” sono proprio questi: luoghi la cui bellezza non la cogliamo e ammiriamo solo fuori ma ce la sentiamo dentro di noi.
Mancava quasi tutto, soprattutto frutta e ortaggi. Si trovavano solo questi cetrioli in una salamoia orrenda, solenyye ogurtsy; poi carne di pollo, di maiale, più di rado il vitello; e uno spumante locale ribattezzato molto ottimisticamente sciampaski. Un giorno, per miracolo, ho trovato delle banane, un intero casco di banane allo spaccio per gli occidentali. Erano mesi che non vedevo delle banane, chissà come erano finite a Togliatti. L’ho comprato, tutto intero, e mi sono avviato a piedi verso casa col mio casco di banane in braccio. Solo che era pomeriggio, la strada era piena di bambini che un casco di banane non l’avevano mai visto, anzi credo non avessero mai assaggiato una banana. Così ho cominciato a spiccarle una a una e a distribuirle ai bambini. Morale, sono arrivato a casa senza banane ma sono diventato l’eroe del quartiere, il giorno dopo la gente mi salutava per strada.
(Rodolfo Gaffino, dirigente Fiat inviato all’AutoVAZ di Togliatti nel novembre 1983 per presiedere al rinnovamento degli impianti dell’industria automobilistica sovietica e per collaborare al progetto della Lada Samara, descrivendo le condizioni di vita nell’URSS dei primi anni Ottanta. Tratto da Claudio Giunta, Giovanna Silva, Togliatti. La fabbrica della Fiat, Humboldt Books, Milano, pag.26.)
[Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons.]Ad ennesima riprova del fatto che il peggior virus con relativa pandemia che attanaglia il genere umano sia (da sempre) l’idiozia, è tanto divertente quanto emblematico (ovvero inquietante) ammirare l’illustrazione qui sopra – cliccateci sopra per ingrandirla. È del 1802 e l’autore è il disegnatore satirico James Gillray, che così prendeva in giro gli antivaccinisti del tempo convinti che l’inoculazione del vaccino contro il vaiolo, una delle malattie più letali nella storia dell’umanità (si ritiene sia stata la causa di 300-500 milioni di decessi durante il solo XX secolo), trasformasse i vaccinati in mucche.
Per la cronaca, proprio in forza di una delle più grandi campagne di vaccinazione mai realizzate, il vaiolo è stata l’unica malattia eradicata nella storia umana fino al 2011, quando anche la peste bovina venne dichiarata tale: ma questo certamente non grazie ai no vax del tempo così come a quelli contemporanei per le malattie odierne, quando ancor più di una volta i veri “malati” sono loro, già.
Tuttavia, il danno è fatto. Il paesaggio è distrutto. Ora viviamo in un luogo inarmonico. Questa cacofonia, se è insopportabile per le anime sensibili, installa nelle anime insensibili il bisogno di andare oltre attraverso quei falsi modi in cui esse sperano di trovare una sorta di soddisfazione che avevano e che ora non hanno più. Così, dopo tutta una regione, un intero paese può diventare brutto e sempre di più perché, all’origine di questa bruttezza, c’è qualcuno che pensa al profitto invece di pensare all’architettura. Un’intera popolazione si ritrova a disagio, senza sapere perché.
(Jean Giono, La Chasse au Bonheur, Ed. Gallimard, 1988, pag. 130; inedito in Italia. Nell’immagine: uno dei tanti esempi di cementificazione selvaggia e assolutamente cacofonica lungo le coste italiane; cliccateci sopra per visitarne la fonte.)
Prima che la Fiat diventasse ciò che oggi è, ovvero una specie di finanziaria italo-american-franco-olandese che solo incidentalmente (così viene da pensare) produce autovetture – marchiate “Fiat”, intendo dire – ovvero quando rappresentava ancora un’autentica eccellenza industriale e tecnologica italiana, fu protagonista di uno degli accordi commerciali più inopinati ed emblematici del dopoguerra: quello con l’URSS per la costruzione della prima vera industria automobilistica sovietica, l’AutoVAZ. Uno dei massimi esempi di capitalismo occidentale andava a braccetto con il paese comunista per eccellenza, insomma: per di più, quale altro inopinato legame tra URSS e Italia, il Soviet aveva stabilito già nel 1964 di costruire il nuovo impianto industriale presso la città di Stavropol sul Volga che poco prima era stata ridenominata Togliatti in onore dell’omonimo leader del maggiore partito comunista occidentale, proprio quello italiano.
Di quell’impresa così particolare, per certi aspetti epica, per alcuni altri quasi fantozziana, raccontano Claudio Giunta e Giovanna Silva in Togliatti. La fabbrica della Fiat (Humboldt Books, Milano, 2020), volume assai curato come nello stile dell’editrice milanese nel quale i due autori raccontano del loro viaggio nella Togliatti odierna, sulle tracce dell’avventura industriale del tempo e seguendo le testimonianze di chi ne fu protagonista, da semplice operaio a dirigente, sia dal lato italiano che da quello sovietico – oggi russo.
Di “impresa” si può certamente parlare anche solo considerando la vastità della fabbrica creata dal nulla nel nulla del Sud Est russo, lungo le rive del Volga a 1000 km da Mosca: cinque milioni di metri quadrati di impianti industriali e ben 140 km di linee produttive con servizi annessi e tutt’intorno una nuova città ove alloggiare i dipendenti della fabbrica […]
[Foto di minsvyaz.ru, CC BY 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.](Leggete la recensione completa di Togliatti. La fabbrica della Fiat cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)