La “normalità” italiana

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Quante se ne leggono di notizie come questa, e da decenni, sui media italiani? La cadenza è quotidiana, ormai, senza limiti territoriali. E cosa fa il paese per far che questa cadenza diventi sempre più lunga? Nulla. Perché è ormai consueto leggere di fatti del genere: restano un giorno sulle prime pagine e sulle home page, forse due, poi spariscono; gli arrestati vengono incarcerati, forse, poi rilasciati, poi il processo ma dopo anni, poi l’appello, la prescrizione, la riduzione della pena, il legale “giusto” lo si trova sempre… dei meri incidenti di percorso, insomma.

Per questo l’Italia è morta, istituzionalmente, ormai da tempo – sì, morta: non ve ne siete ancora accorti? – per non aver saputo risolvere i suoi più cronici e degeneranti problemi e, quindi, per averli resi normalità. Li ha accettati come “cosa normale”, ordinaria, abituale, esattamente come quando le notizie al riguardo escono sui media per l’ennesima volta: si elabora qualche attimo di indignazione e poi via, si va oltre. Tanto è risaputo che in Italia di cose così ne succedano sempre e dovunque, ce lo stanno testimoniando da tanto tempo proprio i media suddetti e ciò nonostante le inchieste, gli arresti, le condanne – quando arrivano. È normale, ribadisco. Persino inutile leggerle, quelle notizie: tanto è sempre la solita solfa.

E quali o quanti politici, di destra o di sinistra, avete sentito negli ultimi lustri scagliarsi veramente contro questa realtà così aberrante e distruttiva nonché, soprattutto, facendo seguire alle parole i fatti concreti?
Nessuno.

Semmai sono, quelli, gli avvoltoi che si cibano del cadavere istituzionale nazionale: vi nutrono la loro fame di potere e interessi, dunque non potrebbero mai privarsene, non avrebbero più di che sfamarsi. Eppure, in tal caso, il paese avrebbe tutte le possibilità di rinascere e rigenerarsi, di tornare a vivere in modi ben più salubri, o meno letali. Sempre che a qualcuno interessi, questa opportunità, e che non appaia qualcosa di troppo anormale, già.

Il virus che resta nell’aria

[Un’animazione che mostra il cambiamento dei livelli di CO2 in atmosfera durante il lock down per il Coronavirus, dal 1 gennaio al 20 maggio 2020. Fonte: carbonbrief.org]

Il Post”, in un articolo di sabato 23 maggio 2020 intitolato La pandemia ci ha mostrato una cosa spiacevole sul cambiamento climatico, spiega con dovizia di dati e di particolari ciò che viene poi riassunto dal sottotitolo dell’articolo stesso: «la concentrazione di anidride carbonica nell’aria non è cambiata, nonostante le restrizioni, e c’è un motivo». Il motivo, per farla breve (ma non è spoiler, questo, nel senso: leggetelo l’articolo perché merita molto), è che la diminuzione delle emissioni in atmosfera dovuta al lock down per il coronavirus è durata troppo poco tempo, a fronte di una concentrazione della CO2 in atmosfera che è in corso (e in aumento costante) da decenni e le cui variazioni negli effetti si possono registrare sul lungo periodo, non certo nell’arco di qualche settimana. Ciò significa che, finito il lock down e riprese completamente le attività antropiche come prima della comparsa del coronavirus, ai livelli di CO2 non avremo fatto nemmeno il solletico, per dirla in parole semplici.

Come si denota nell’articolo,

I settori in cui si è visto il maggior calo nella produzione di emissioni di CO2 sono quelli di cui si parla quando si parla di scelte individuali, per diminuire l’impatto delle attività umane sul clima: i trasporti in automobile e i voli aerei. Il fatto che nonostante la loro grande diminuzione, anche nel momento di massime restrizioni mondiali, avvenuto all’inizio di aprile, il mondo abbia continuato a produrre più dell’80 per cento delle sue solite emissioni di anidride carbonica, mostra chiaramente che per contrastare il cambiamento non bisogna chiedere ai singoli di cambiare le proprie abitudini, ma portare avanti cambiamenti più radicali nel modo in cui si produce l’energia.

E, in chiusura,

Zeke Hausfather del Breakthrough Institute, un centro studi americano che si occupa di temi ambientali, ha commentato i risultati dello studio dicendo: «A meno che non arrivino cambiamenti strutturali, dobbiamo aspettarci che le emissioni tornino ai livelli precedenti alla pandemia. Non penso che ci sia un lato positivo della COVID-19 per quanto riguarda il clima, a meno che non sfruttiamo la ripresa delle attività come un’occasione per costruire infrastrutture adatte a sostenere un futuro a energia pulita, oltre che come un momento per stimolare l’economia».

Ecco.

Siccome – lo ribadisco – da quando è iniziata l’emergenza coronavirus continuiamo a dire a destra e a manca che «tutto cambierà» e «niente sarà come prima» ma nulla facciamo affinché queste non sia le solite, ennesime parole al vento, probabilmente per lo stesso principio ci dimenticheremo (pur dicendoci tutti quanti “ecologisti”) che, se prima o poi il COVID-19 verrà debellato, quel virus che da ben più tempo ammorba il nostro pianeta che si chiama “riscaldamento globale” il cui agente patogeno è il genere umano – in particolare la sua parte più supponentemente Sapiens – continuerà il suo decorso e la relativa pandemia fino chissà quali sempre peggiori conseguenze. A meno che, esattamente come accaduto per il coronavirus, la civiltà umana non comprenda finalmente, una volta per tutte, di dover agire con uguale risolutezza e impegno per contenere e infine debellare il “virus climatico”, ad esempio con un bel “distanziamento culturale” globale da quel sistema tecnologico, economico e industriale che ha per gran parte generato tale grave situazione, e un consequenziale efficace vaccino composto da un mix di nuove energie, rinnovati stili di vita e differenti visioni politiche glocal, cioè sia planetarie che negli ambiti locali, fino alla primaria sfera individuale. Perché, come viene evidenziato anche nell’articolo de “Il Post”, non basta cambiare i nostri comportamenti se a ciò non si affianca l’impegno di ognuno per chiedere ai reggenti del mondo di cambiare i loro. Questo, senza dubbio, sarebbe un ottimo e proficuo modo di realizzare concretamente il tanto blaterato «niente sarà come prima».

Altrimenti, la capacità di sopravvivere al COVID-19 prima o poi l’avremo, ma della ben più grande e grave minaccia ambientale e climatica resteremo ancora e più di prima in balìa. Vogliamo che niente sarà come prima o che niente sarà mai più?
Ecco, appunto.

Contagi?

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Sia chiaro, lo dico da subito che quanto leggerete qui l’ho scritto (peraltro non in merito all’aspetto scientifico-sanitario, che non mi compete, ma a quello sociologico-culturale) da semplice persona che cerca di rimanere sempre sensibile riguardo a ciò che si sente e si vede in giro, cercando poi di capirci il più possibile e nel modo migliore possibile.

Fatto sta che mi ha fatto parecchio specie sentire oggi, in un’intervista su un canale radio, un bravissimo e per ciò stimato primario di uno degli ospedali del bergamasco, tra le zone più colpite dalla pandemia del coronavirus, sostenere senza mezzi termini la notizia che in Germania, dopo l’allentamento delle restrizioni emergenziali stabilito dal governo federale, l’indice dei contagi sarebbe risalito – addirittura «alle stelle» avrebbe dichiarato qualcuno, ma credo fossero politici e commendatori mediatici che dunque, nel merito e non solo in quello, valgono 0 (zero).

È una notizia in effetti quanto meno scorretta, quella, come spiega bene questo articolo de “Il Post” che si basa sui dati dei prestigiosi e rigorosi Robert Koch Institut (ente federale di ricerca e indagine sulle malattie infettive con sede a Berlino) e Bernhard-Nocht-Institut für Tropenmedizin di Amburgo.

Dunque, questo vorrebbe dire che anche stimati uomini di scienza, pure in posizioni di prestigio, stiano cominciando a fare come i più analfabeta-funzionali uomini della strada e prendano notizie tali e quali senza cercare dati probanti per poi diffonderli pubblicamente con egual superficialità?

No, eh! Almeno loro no, che diamine! Per carità, una svista ci può stare, due anche, nel caso, la mia è solo un’osservazione del momento e magari fin troppo puntigliosa, ma spero che non si vada oltre con una tale inquietante casistica. Lo spero proprio.

“Guerra”?

[Foto di Jcbutler, trasferita da en.wikipedia su Commons, pubblico dominio.]
Alcuni commentatori particolarmente sensibili alle dinamiche culturali di questo periodo pandemico che tuti stiamo vivendo stanno facendo notare, sui media o sul web, come l’utilizzo del termine “guerra” per descrivere l’azione atta al contenimento del coronavirus e dei suoi danni sia quanto meno impropria, se non del tutto sbagliata e fuorviante – cito tra quelli che ho letto l’articolo del professor Gianluca Briguglia, sempre interessante e illuminante, nel blog che cura per “Il Post”.

In verità quello di usare la parola guerra (e altri termini similmente iperbolici) a sproposito è un vizio che la nostra società, e in particolare le classi politiche e i media ad esse riverenti, hanno ormai da tempo. Nel mio piccolo aveva già disquisito della cosa diverse volte sul blog, ad esempio qui oppure qui: è stata definita “guerra” quella alla mafia, al terrorismo islamista, pure la querelle tra Spagna e Catalogna l’hanno chiamata così, quando invece nessuna di esse lo è, ed anzi definirla in quel modo strumentalizza e banalizza (paradossalmente) il loro senso concreto nonché ci deresponsabilizza al loro riguardo. Senza contare che ci fa dimenticare cosa sia veramente, una “guerra”.

D’altro canto, trovo sempre “sorprendente” il modo in cui la nostra civiltà (occidentale, intendo), che come mai prima gode d’un prolungato periodo di “pace”, in senso bellico, invochi invece continuamente lo spettro della guerra, metaforicamente ma emblematicamente. Cioè: siamo in pace, e “chiamiamo” la guerra, così come quando eravamo in guerra invocavamo la pace. Insomma, non siamo proprio capaci – noi civiltà così avanzata e progredita – di invocare la pace in tempo di pace, dunque salvaguardarla al fine di non dover vivere la guerra?

Non a caso, in un altro mio post qui sul blog, avevo citato Freud e la sua convinzione circa l’impossibilità della fine delle guerre in quanto l’aggressività, fondamento di ogni guerra, è “geneticamente” radicata nell’uomo. E non è nemmeno una questione di si vis pacem, para bellum, come affermavano i Romani, siamo andati oltre, o abbiamo ormai travisato il senso di tale massima: senza nemmeno comprendere che è proprio grazie alla pace se possiamo così superficialmente e stupidamente utilizzare la parola “guerra”. Un po’ come possiamo sentirci al sicuro da un terribile temporale quando siamo al riparo in casa: ma se quella casa che ci ripara non l’avessimo più, ovvero la mandassimo alla rovina? Che facciamo, che diciamo poi?