Il Monte San Primo, una “piccola” montagna grande come poche altre (nonostante i piccoli uomini che la vorrebbero grandemente svilire)

Per una strana coincidenza che forse strana non lo è affatto, in questo stesso periodo ma un anno fa (e nel corso di due giornate dalla meteo ugualmente favorevole), osservavo dall’alto il bacino lecchese del Lago di Como ma dal versante opposto rispetto a dove vagabondavo domenica scorsa – al riguardo ve ne ho scritto qui. L’anno scorso ero con il segretario personale (a forma di cane) Loki sul Monte San Primo e da là osservavo le pendici della Grigna Meridionale dalle quali domenica ammiravo il suddetto: nelle immagini sopra e sotto le posizioni di scatto delle rispettive fotografie sono individuate dalla stella gialla.

A osservarlo da lì, il San Primo, cioè da una posizione già elevata che permette di considerarne la massa sia nell’estensione verticale che in profondità, risulta del tutto evidente la sua eccezionalità geografica: quella di un monte relativamente basso (1.682 m la quota massima) e dalla morfologia che lo rende più simile a una enorme, docile collinona più che a un rilievo tipicamente e scoscesamente alpino, che tuttavia appare dominante sul suo territorio come pochi altri, ovvero come molte montagne ben più elevate e morfologicamente imponenti non riescono a essere. In buona sostanza, l’impressione dell’osservatore è di avere di fronte un rilievo più maestoso di quelle tante sommità prettamente alpine ben maggiori ciò nonostante – ripeto – risulti evidente la sua scarsa altitudine.

Questa impressione, a me parecchio vivida, credo derivi da due (delle tante) peculiarità specifiche del Monte San Primo. Innanzi tutto il suo isolamento, dato che non vi sono sommità più elevate se non a quasi 15 chilometri di distanza in linea d’aria (e sono proprio le Grigne; più vicini a nord ci sono i “gemelli” Monte di Tremezzo e Monte Galbiga, ma la loro quota è solo di qualche metro maggiore), un isolamento che lo rende da un lato assolutamente referenziale per la zona in cui si eleva, della quale è come se rappresentasse il fulcro geografico e paesaggistico, e dall’altro distintamente identificabile da diverse direzioni.

Inoltre, peculiarità conseguente alla prima, il pur basso San Primo domina solitario su una porzione parecchio estesa del territorio alto-lombardo, ben oltre il già ampio Triangolo Lariano di cui rappresenta la massima elevazione, una zona che, come detto, non possiede cima più elevate e dunque maggiormente imponenti. Il San Primo peraltro è la prima grande montagna che definisce l’orizzonte settentrionale di Milano e del suo hinterland: se dal centro del capoluogo lombardo si traccia una linea orientata a nord, si incrocia quasi perfettamente la cima del San Primo (per i geopignoli: c’è una differenza angolare di soli 1’11” verso est, pari a circa 1 chilometro: quasi nulla in pratica, considerando la distanza di oltre 50 chilometri – vedi l’immagine sottostante) e dunque in qualche modo da questa parte domina anche sulla città.

Infine, cosa risaputa da tutti ma mai scontata nel suo grande fascino geografico, la mole del San Primo spezza in due il bacino del Lago di Como (e millenni fa fendette il grande Ghiacciaio dell’Adda) in un modo così netto che nessun monte con rispettivo lago delle Alpi eguaglia.

Insomma, il San Primo è una “piccola” montagna che possiede innumerevoli specificità peculiari e tutti i crismi paesaggistici per poter essere considerata grande, il che ne accresce la bellezza, il fascino e la sua importanza culturale – nelle numerose accezioni del termine – per il territorio nel quale si eleva.

Ecco: osservandola così attentamente, domenica scorsa, per cercare di coglierne le doti il più possibile, una parte della mia mente non poteva tuttavia dimenticare che sul versante opposto, quello posto nel territorio di Bellagio, qualcuno osservi la montagna solo come una merce da mettere valore piazzandoci degli impianti sciistici a quote che non vedranno più la neve con un progetto che non è solo insensato nei termini appena esposti ma risulta pure svilente e degradante per la montagna e per tutto ciò che la rende così speciale, che la caratterizza, che la fa amare da tantissime persone. Basterebbe la più minima percezione della bellezza peculiare del San Primo, che ho appena cercato di evidenziare anche dal punto di vista geografico, per ritenere oggi assurdo qualsiasi progetto di infrastrutturazione turistico-commerciale dei suoi pendii: equivarrebbe a scarabocchiare rozzamente un capolavoro artistico di inestimabile pregio pensando, altrettanto rozzamente, che il danno sia minimo e trascurabile. Invece no, sarebbe uno sfregio palese, plateale, triviale, che farebbe violenza sul corpo della montagna e ancor più sulla sua bellezza e sull’immaginario conseguente. Un’eventualità inaccettabile, sotto ogni punto di vista.

L’alpestre e maestoso signore del Triangolo Lariano merita il rispetto che deriva dalla piena comprensione e consapevolezza della sua unicità, non il disprezzo di chi pretende di non riconoscerne la magnificenza ambientale e la naturale influenza sul paesaggio. Un paesaggio la cui presunta “valorizzazione”, se governata da menti e animi insensibili, diventa mero valore atto alla più bieca mercificazione: un cartellino con il prezzo per la vendita e per il tornaconto di chi si arroga il diritto di (s)vendere.

Una cosa inaccettabile, ribadisco, che il Monte San Primo e la sua bellezza così poliedrica e speciale non si meritano affatto.

Perché le montagne nel periodo prenatalizio diventano ancora più belle

Va bene, lo ammetto.

Il periodo che precede le festività natalizie mi piace molto, anche se spesso sostengo il contrario. Tuttavia: paesi e città si animano come mai accade nel resto dell’anno di un sacco di gente in cerca di regali, vagando per le vie pedonali, i negozi o i centri commerciali, le persone si incrociano scambiandosi auguri, si divertono nell’ammirare luminarie d’ogni sorta e giochi di luce… Bellissimo, già: così, di nuovo, per me e il segretario personale (a forma di cane) Loki le montagne rimangono tutte nostre o quasi, e vi possiamo vagabondare nella quiete più assoluta – una quiete in verità brulicante di vita, anche in questo periodo di letarghi e di sonno apparente per buona parte della Natura. In fondo anche questo è un “regalo” del periodo, forse non inatteso o imprevedibile ma comunque sempre parecchio sorprendente.

E se la scorsa volta il clima decisamente invernale accentuava la percezione della quiescenza naturale, stavolta la montagna e il cielo brillavano di una luce così intensa e vitale da far pensare alla primavera, costringendo l’inverno a rintanarsi timidamente nelle zone d’ombra aspettando tempi migliori – o peggiori, dipende da come li si intenda – per tornare a imporsi sul paesaggio.

Io e Loki risaliamo antiche mulattiere che dall’azzurro cupo del lago portano a quello intenso del cielo, vecchie vie rurali dal percorso tortuoso, a tratti rude, dai selciati che in certi tratti rivelano ancora la perizia costruttiva con la quale sono state impresse sul fianco del monte così che le genti del posto vi iscrivessero la propria storia e il peculiare legame tra il lago e la montagna, facendo di questi posti luoghi dalla doppia anima, in bilico tra la mitezza lacustre e la durezza montana. Un’anima tuttavia non indecisa ma in equilibrio tra i due ambiti, capace di assumerne in sé le rispettive specificità esaltandone la bellezza e il carattere proprio nel confronto costante, che passo dopo passo li definisce reciprocamente. Peraltro qui i “capitoli” della storia umana sono leggibili un po’ ovunque, nonostante l’aspetto apparentemente selvatico del monte, tra scritture recenti e altre secolari che raccontano sia la presenza antropica più sussistenziale (il bosco di ritorno, inevitabilmente disordinato, ancora non riesce a nascondere il profilo di certe zone terrazzate piuttosto sorprendenti, vista la ripidezza del versante, ad esempio) che quella tecnologica, la quale rivela anche qui una minima ma significativa industrializzazione delle risorse della montagna, portate a valle insieme a coloro che lavoravano i terrazzamenti suddetti.

Certamente un tempo più di oggi capitava di poter unire, grazie a questi antichi cammini, i due stati materiali fondamentali dell’acqua, quello liquido del lago e quello solido della neve. Oggi non c’è coltre nevosa a nascondere i selciati ma quasi ovunque vi è un cospicuo strato di foglie secche: e se la scorsa volta raccontavo di quanto sia piacevole da sentire il rumore crocchiante del cammino sulla neve, il frusciare dei passi tra le foglie cadute è divertente e fanciullesco, vien voglia di correrci dentro nonostante la fatica della salita – oppure proprio per alleviarla – così da sollevarne il più possibile e fenderne giocosamente la coltre guadando un torrente che fruscia come fosse pieno d’acqua ma non bagna. D’altro canto è l’unico rumore che c’è nell’intorno, dunque diventa anche una manifestazione del nostro piacere di essere lì in quel momento, soli, senza nessun altro che possa fare altrettanto o che possa ascoltarci se non gli abitanti del bosco che non vanno in letargo e sicuramente ci hanno udito e nascosti da qualche ci stanno osservando, pensando chissà che di noi.

Quel piacere diventa poi appagamento completo con la visione del territorio circostante e dell’orizzonte sempre più ampio man mano che saliamo in quota, con scorci di bellezza disarmante che cambiano quasi a ogni passo e colmano la mente e l’animo di grandiosità, di vastità, di maestosità e di quel qualcosa che, di nuovo, anche qui come altrove, non sai mai bene come descrivere ma associ facilmente ad un’idea piena e compiuta di «libertà».

A metà pomeriggio torniamo a valle e verso casa. Persone incrociate nel corso della giornata, in totale: sei. Probabilmente altri che, come me, “amano” in questo modo particolare il periodo natalizio.

N.B.: al solito, rimarco che le foto le ho fatte da non fotografo quale sono con un cellulare ormai datato, dunque chiedo venia a chi le giudicherà di qualità carente.

La grande diga che “cambiò” il paesaggio… perché non venne costruita

(Questo articolo è stato pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 17/09/2024.)

[Veduta del Piano della Greina. Foto di Martingarten, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Nel corso del Novecento numerose valli alpine sono state radicalmente trasformate dall’edificazione di altrettanti impianti idroelettrici: le grandi dighe con i relativi bacini artificiali, le opere di presa e di trasporto dell’acqua, le infrastrutture accessorie hanno ridisegnato la geografia fisica di qui territori e non di rado anche quella umana, in certi casi con risultati anche apprezzabili e impatti ambientali tutto sommato “assimilati” dal paesaggio locale, in altri meno. Poi quell’epoca di grandi costruzioni in quota finì, in parte per lo shock generato nell’opinione pubblica dal disastro del Vajont, in parte per il sostanziale esaurimento – almeno nelle Alpi italiane – dei territori maggiormente adatti alla creazione dei bacini, infine per l’apporto di nuove fonti energetiche che hanno reso meno interessanti gli investimenti nell’idroelettrico.

Oggi, in tempi di cambiamento climatico e transizione energetica verso forme più sostenibili che consentano lo svincolo dai combustibili fossili, si è tornati a discutere su alcuni progetti idroelettrici: il caso italiano probabilmente più eclatante è quello del Vanoi, tra Trentino e Veneto, per il quale è palese la differenza di vedute sul tema da una parte della politica locale, gli esperti e la società civile, quest’ultima preoccupata per un possibile ulteriore stravolgimento di un territorio montano, del paesaggio locale e del suo ecosistema a fronte di vantaggi materiali insufficienti.

In passato sono stati diversi i casi di progetti di edificazione di nuove grandi dighe, a volte già avviati, che avrebbero inciso profondamente sulla geografia dei territori coinvolti, infine sospesi e cancellati dopo mobilitazioni di varia natura. Ma ci fu un caso particolare forse più di ogni altro per il quale una nuova grande diga contribuì a cambiare il paesaggio… proprio perché non venne realizzata.

È quello che coinvolse l’Altopiano della Greina, posto a oltre 2200 m di quota in Svizzera tra il Canton Ticino e i Grigioni (ma a solo due ore d’auto o poco più da Milano), un rarissimo esempio di tundra alpina dal paesaggio i cui biotopi assolutamente particolari riportano alla mente immagini di terre nordeuropee e rappresentano una delle zone più intatte e meno contaminate di tutte le Alpi.

[Veduta dell’altipiano da nordest, dalla zona del Punt La Greina. Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Nel 1980 venne reso pubblico il progetto per la costruzione di una grande diga con infrastrutture idroelettriche annesse – siamo nella valle accanto a quella ove sorge la grande diga del Luzzone, tra le più alte d’Europa, dunque in una zona già nelle mire dell’industria idroelettrica – che pure quassù avrebbe cancellato un ecosistema peculiare di grande valore biologico e paesaggistico. In Greina la protesta contro il progetto si fece da subito ben organizzata e determinata: venne fondata un’associazione apposita, la “Fondazione Svizzera della Greina”, che raccolse in poco tempo un grande consenso e attivò la partecipazione ampia e variegata da parte di abitanti locali, ambientalisti, politici e semplici appassionati del luogo.

[La diga del Luzzone, alta 225 metri, una delle più grandi d’Europa. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Come riporta e ricorda il sito web del Club Alpino Svizzero, quella per il salvataggio della Greina fu una delle dispute emotivamente più forti tra quelle intraprese contro i progetti di infrastrutturazione idroelettrica del tempo. La protesta conobbe un forte sostegno su scala nazionale e, in retrospettiva, può essere considerata il precursore della resistenza a molti altri progetti previsti allora nelle valli alpine svizzere e poi cassati. La Fondazione non solo riuscì a ottenere la cancellazione del progetto e la protezione istituzionale dell’Altopiano (la Greina figura oggi nell’Inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali, che le assicura una tutela duratura e ineludibile) ma anche ad acquisire per i comuni di Vrin e Sumvitg, sottostanti alla Greina sul versante grigionese, il diritto a pagamenti annuali da parte della Confederazione in compensazione dei mancati introiti delle infrastrutture non più realizzate, pari a 1 Franco (poco più di 1 Euro) per chilowatt di produzione lorda. Queste compensazioni, poi comunemente denominate «Centesimo per il paesaggio», sono state sancite tramite legge federale nel 1995 e vengono regolarmente pagate dall’anno successivo: oggi vengono applicate anche in altri casi simili, così che comuni finanziariamente deboli possono ottenere tale forma di sostegno quando rinuncino agli introiti derivanti dall’eventuale costruzioni di impianti idroelettrici e preservino la Natura e l’ambiente dei loro territori.

[L’aspetto assolutamente “scandinavo” del paesaggio della Greina. Foto di Alexander Gächter su Unsplash.]
La Fondazione Svizzera della Greina è tutt’oggi ben attiva e continua a salvaguardare l’Altopiano della Greina nonché altri paesaggi alpini naturali e fluviali elvetici, in collaborazione con le istituzioni e le popolazioni locali: un perfetto esempio di rigenerazione relazionale e identitaria di quelle genti con le proprie montagne, il loro Genius Loci e con la cultura che ne scaturisce e forma il prezioso patrimonio comune. Per i territori alpini, così spesso marginalizzati e ancora un po’ ovunque in preda a fenomeni di abbandono e di spaesamento, il caso della “diga mancata” della Greina rappresenta veramente un modello emblematico di tutela del paesaggio e di sviluppo sostenibile alternativo a certi progetti di sfruttamento delle risorse montane francamente illogici e fuori dal tempo.

P.S.: della Greina e di altre storie simili, e similmente emblematiche, ho ovviamente scritto in questo libro:

La Lombardia finanzia la valorizzazione di oltre 500 km di sentieri. Bene, ma gli altri 14.500 km quando?

[Escursionisti sul Sentiero del Viandante, che dalla Valtellina percorre a mezza costa la riva orientale del Lago di Como fino a Lecco. Immagine tratta da giteinlombardia.it.]
È una bella notizia che Regione Lombardia, grazie a fondi Fosmit – il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane – si impegna a finanziare con 2.723.249,68 Euro divisi in tre annualità (fino al 2026) la realizzazione di interventi «per la salvaguardia e la valorizzazione degli itinerari escursionistici e turistici sovraprovinciali al fine di promuovere l’attrattività della montagna, contrastare lo spopolamento e la marginalizzazione dei territori.»

Considerando una stima attendibile il costo di 5 Euro al metro lineare per la manutenzione ordinaria dei sentieri (qui e qui trovate alcuni documenti che attestano l’attendibilità della stima; non considero invece i costi per la manutenzione straordinaria, molto maggiori finanche a 400 Euro al metro lineare), con il suddetto finanziamento si potrebbe intervenire su poco più di 540 chilometri di sentieri, se non fosse che, come stabilisce lo schema regionale, la somma copre anche altre tipologie di intervento, quindi con tutta probabilità i chilometri di sentieri “lavorati” saranno inevitabilmente meno.

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]
Un vecchio motteggio milanese recita che «Piutost che nient, mej piutost» (credo non serva la traduzione) e certamente torna buono anche qui. D’altro canto leggo sul sito della stessa Regione Lombardia che «Ad oggi il Catasto della Rete Escursionistica Lombarda ha classificato e descritto 15.000 km di percorsi, specificandone la percorribilità, la lunghezza, il dislivello ed il tempo di percorrenza. Il Catasto della Rete Escursionistica Lombarda recepisce integralmente il database “Sentieri”, sviluppato da Regione Lombardia con il supporto di ERSAF e del CAI Lombardia tramite il progetto Interreg ITA-SVI IV A “PTA Destination”». I 540 chilometri sopra ipotizzati – forse in eccesso, come detto – rappresentano solo il 3,6% dei 15.000 km di sentieri escursionistici lombardi. Verrebbe da pensare che siano un po’ pochini per parlare di un’autentica valorizzazione degli itinerari escursionistici e di promozione dell’attrattiva della montagna, oppure che sia un’iniziativa la quale, per non doversi sforzare nell’elaborazione di un piano di interventi più strutturato, si sia concentrata su itinerari “a portata di mano”. Ergo, verrebbe da chiedere un impegno regionale anche per gli altri 14.460 km di percorsi, accatastati e classificati dunque evidentemente dotati di proprie valenze escursionistiche e relative potenzialità ecoturistiche.

Ovvio che sia utopico pensare di poter finanziare l’intera estensione sentieristica regionale, ma è pur vero che, visto che la Regione parla di contrastare la marginalizzazione dei territori, concentrare le risorse solo su una minima parte, anche se turisticamente più importante di altre e sicuramente bisognosa di interventi, rischia di accrescere i fenomeni di marginalizzazione e dunque anche di degrado socioeconomico – spopolamento in primis – e culturale nei territori che non godono di quei finanziamenti e della relativa attenzione politico-amministrativa. Di contro, sicuramente molti degli altri 14.000 e rotti km di sentieri lombardi hanno già o potrebbero avere similari potenzialità turistiche, e se non le hanno a volte è proprio in forza del loro carente stato di manutenzione: sostenere e promuovere anch’essi, con tutti i dovuti step finanziari e temporali ma strutturati in un progetto articolato e protratto sul lungo periodo, adeguatamente alimentato da fondi congrui, contribuirebbe autenticamente a «promuovere l’attrattività della montagna, contrastare lo spopolamento e la marginalizzazione dei territori» e di tutta la montagna con i suoi territori, non solo di alcuni, per di più contribuendo alla frequentemente invocata redistribuzione dei flussi turistici sull’intera rete escursionistica regionale in modo da prevenire e evitare i fenomeni di sovraffollamento già evidenti su alcuni dei percorsi più rinomati a danno dei territori che ne vengono attraversati.

[Volontari del CAI di Lecco al lavoro sui sentieri della zona. Immagine tratta da www.loscarpone.cai.it.]
Insomma: ci sarebbe da passare da un piano di interventi alla «Piutost che nient, mej piutost» ad una vera e propria strategia articolata al grido di «Mej piutost tant che nient». Allora sì, io credo, la rete escursionistica lombarda verrebbe valorizzata e insieme ad essa tutti i territori montani attraversati dai suoi sentieri. D’altro canto, l’importo investito dalla Lombardia sui propri itinerari escursionistici è solo una minima parte di quanto la regione investe e vorrebbe investire in numerosi comprensori sciistici posti a quote e in condizioni ambientali che già oggi ne decretano l’imminente fine. Finanziamenti, questi sì, sostanzialmente buttati alle ortiche che invece infestano molti bellissimi ma trascurati sentieri lombardi. In questo caso capire cosa sia più logico fare – ovvero come sia più logico spendere i soldi a disposizione – credo sia la cosa più elementare possibile.

Domenica scorsa, a Milano, ragionando di montagne, outdoor, comunità, rigenerazione, futuro

Qualche immagine di “Rigenerarsi: outdoor e comunità”, l’incontro tenutosi domenica scorsa a Milano, da e/n enoteca naturale per il ciclo “Spore” curato da Campo Base Project al quale ho partecipato insieme a Sofia Blu Cremaschi di SlipmodeAgnese Moroni di Protect Our Winters Italy e Davide Branca di The Outdoor Manifesto. È stato bello e interessante confrontarsi, insieme al pubblico presente, su un tema che a volte appare fin troppo scontato e invece non lo è affatto, soprattutto in territori “difficili” come quelli montani: il fare comunità, e nello specifico dell’incontro – nel senso che era il suo tema principale – come rigenerare le comunità attraverso la presenza e l’interazione con altre comunità, quelle dei praticanti delle attività outdoor – intese innanzi tutto come quelle che si svolgono in ambiente naturale senza dinamiche massificate, come avviene per lo sci su pista.

È un tema per nulla scontato e alquanto importante per i territori montani, visto come l’industria dello sci, sia per ragioni climatiche e sia economiche, è sempre meno preponderante nel turismo di montagna mentre l’outdoor cresce costantemente anno dopo anno, presentando caratteristiche che, a differenza dello sci su pista, se ben pensate e gestite si possono armonizzare e integrare maggiormente con i territori e le comunità diventando un volano di rigenerazione non solo economica ma soprattutto sociale e culturale di grande potenzialità.

È proprio questa la direzione da seguire, per come ne abbiamo disquisito e riflettuto a Milano domenica: sostenibilità tanto ambientale quanto socioculturale, (ri)messa al centro delle comunità, interazione, integrazione, inclusione con le comunità outdoor, visione strategica comune e condivisa contestuale al territorio che includa ogni soggetto coinvolto, dai brand commerciali delle attrezzature sportive fino al singolo cittadino locale, per fare massa critica (che è una forma pienamente compiuta di “comunità”, se ci pensate bene) e adattare a quella visione le azioni della politica, non viceversa.

In ogni caso, proprio per l’importanza del tema e come ho già fatto in passato (di recente qui, ad esempio), ci tornerò sopra nuovamente.