La nuova pista di bob di Cortina: dalla tragedia alla farsa e al disastro duraturo

La pista olimpica di bob a Cortina: una trag(icomm)edia divenuta farsa e prossima a diventare disastro imperituro.

Come ben segnala l’amico Alessandro Filippini, riuscire a costruire e consegnare la pista cortinese entro 685 giorni significa farcela a soli 48 giorni dall’inizio dei Giochi. Pressoché impossibile, a meno che – questo lo aggiungo – i lavori vengano fatti malamente, senza cura, realizzando un’opera che comincerà a deteriorarsi molto presto e non per colpa dell’impresa incaricata ma, appunto, per sostanziale mancanza del tempo e delle condizioni necessarie a compiere un buon lavoro. Senza contare che il CIO – Comitato Olimpico Internazionale, il quale ha già concesso un rinvio sui tempi originariamente previsti, pretende giustamente un collaudo della pista fra soli 400 giorni, il tempo massimo entro il quale verificare la conformità dell’impianto e garantire la sicurezza degli atleti che vi gareggeranno – visto che si tratta di una pista nella quale si scende a 130 km/h e più, non di un semplice muro che anche se vien su un po’ storto fa nulla!

Nel contempo lo stesso CIO, insieme alla Federazione Internazionale di Bob e Skeleton e alla Federazione Internazionale di Slittino, continua a esprimere forti dubbi sulla decisione italiana di costruire una nuova pista di bob per i Giochi invernali di  Milano-Cortina del 2026. Il CIO ha affermato che gli organizzatori italiani devono avere pronto un “piano B” per le gare olimpiche qualora la nuova pista non fosse pronta entro marzo 2025. Fermo restando che, puntualizza il CIO, «Nessuna sede permanente dovrebbe essere costruita senza un piano legacy chiaro e fattibile. Il nuovo progetto per la pista di scorrimento a Cortina non affronta questi problemi poiché il progetto pianificato non include alcun uso sostenibile o eredità praticabile dopo i Giochi e non fornisce un luogo che soddisfi tutti i requisiti tecnici, aumentando significativamente i costi e la complessità per il Comitato Organizzatore che dovrà colmare le lacune».

[Immagine tratta da “Progetto esecutivo Cortina Sliding Centre”, 15/12/2023, fonte: www.vez.news.]
La verità, ogni giorno più palese, è che ai promotori politici della pista di bob cortinese e ai loro sodali non interessa nulla della pista stessa, di come sarà realizzata, di Cortina, della sua comunità, del paesaggio e men che meno delle Olimpiadi, se non come palcoscenico mediatico funzionale al fare propaganda politica, ma interessa solo spendere quella montagna di soldi pubblici per ricavarci i propri tornaconti. Fine.

Per tutto questo, è molto probabile che a Cortina d’Ampezzo sarà imposta una figura di palta (e non dico altro) su scala planetaria, purtroppo. Se la pista verrà realizzata, e quando le telecamere che riprenderanno le gare olimpiche saranno ormai spente, ai cortinesi non resterà che “ammirare” lo scempio perpetrato al luogo di chi lo avrà utilizzato per i propri meri fini. E non sarà tanto uno scempio ambientale quanto economico, culturale, paesaggistico, politico, morale.

[La vecchia pista di Cortina in rovina, in un’immagine recente tratta da https://primabelluno.it.%5D

Piazzatorre, alta Valle Brembana, 15 milioni di Euro per nuovi impianti sciistici a meno di 1800 metri di quota. È la cosa migliore da fare, lassù?

«Assessori, i montanari non hanno più pane da mangiare!»
«Se non hanno più pane, che mangino seggiovie

Cosa serve in effetti alle montagne e alle loro comunità per costruirsi nel presente attuale, con la realtà che lo contraddistingue, il miglior futuro possibile?

Servizi di base, ambulatori medici, trasporti pubblici efficienti, scuole, banche e uffici postali aperti, banda ultralarga, centri culturali, manutenzione della viabilità ordinaria, cura idrogeologica del territorio e delle risorse forestali, economie circolari, un turismo sostenibile e basato sulla coscienza del luogo, una progettualità di medio-lungo termine dotata d’una visione ben focalizzata sul luogo che tenga sempre al centro la comunità residente e la renda il perno anche decisionale del proprio sviluppo?

NO, SERVONO SEGGIOVIE!

Come a Piazzatorre, località in alta Valle Brembana (provincia di Bergamo), un tempo frequentata stazione sciistica con piste poste tra i 1100 e i 1800 m di quota (!) ma già da molti anni in grosse difficoltà per i soliti motivi – di contro per questo viepiù gettonata da sci alpinisti e ciaspolatori (quando ci sia la neve, quest’anno giunta in quantità considerabile solo qualche giorno fa) – nella quale la Giunta Regionale della Lombardia spenderà 14 milioni di Euro di soldi, naturalmente pubblici, più altri 1.5 milioni dal Comune (ugualmente pubblici, certo) in gran parte per «riattivare il comprensorio sciistico “Torcola Soliva” con la realizzazione della seggiovia CLF4 Monte Zuccone – Monte Torcola (sostituzione impianto esistente), l’acquisizione di terreni e fabbricati in località Piazzo per realizzazione di un campo scuola in Neveplast, la realizzazione seggiovia 2CLF “Piazzatorre centro – Monte Zuccone” in sostituzione dell’impianto esistente, la realizzazione di un nuovo impianto di innevamento».

Il tutto per «Un’importante e attesa opportunità di rilancio e sviluppo di questo comprensorio», «Promozione e sviluppo economico, ambientale e sociale per questi territori montani», «Contrastare lo spopolamento della montagna puntando su un grande investimento di rilancio. Un’occasione soprattutto indirizzata ai nostri giovani, che potranno così immaginare il loro futuro, a casa propria» eccetera eccetera – parole che immagino avrete già sentire proferire, in simili circostanze (cliccate sull’immagine lì sopra). Sono sempre quelle, in effetti.

Chissà se i giovani di Piazzatorre riusciranno a immaginare anche la neve che servirà per sostenere economicamente il comprensorio e non farne l’ennesimo spreco di denaro pubblico per alimentare un modello turistico tanto obsoleto quanto inesorabilmente destinato a fallire, come attestano tutti i report scientifico-climatici e le conseguenti analisi economiche!

Be’, alla peggio, quando di neve sulle Torcole (i monti sopra Piazzatorre dove si scia) non ne cadrà quasi più e farà pure troppo caldo per sparare quella artificiale, e se al contempo i servizi di base a sostegno dei residenti continueranno a venir limitati quando non eliminati e i residenti stessi se ne lamenteranno, effettivamente gli abitanti di Piazzatorre avranno a disposizione le seggiovie e la plastica del campo scuola. Non da mangiare, ovviamente, ma da vendere come rottami e rifiuti. Qualcosa ci potranno pur ricavare per “rilanciare” il loro territorio, no?

Chiedo scusa per il tono sarcastico ma lo ritengo inevitabile, per una questione di rispetto del buon senso che dovrebbe governare le azioni umane, soprattutto quando vi siano di mezzo i soldi di tutti. E a tal proposito al contempo mi chiedo: quante cose importanti e utili per il territorio e la comunità di Piazzatorre, a favore del presente e del futuro dei residenti, si potrebbero realizzare con 15 e più milioni di Euro? A meno che lassù abbiano giù tutto quello che serve. Be’, se è così beati loro, nemmeno a Montecarlo potrebbero affermarlo!

NON contro le Olimpiadi, ma contro il modo con il quale le stanno concretizzando e imponendo

L’organizzazione di un grande evento come i Giochi Olimpici invernali, dovrebbe e potrebbe rappresentare una preziosa occasione di sviluppo dei territori montani coinvolti, per la loro molteplice valorizzazione e a favore delle comunità che li abitano, con pari ricadute positive per il comparto turistico. Ma se tale organizzazione viene pensata dozzinalmente e senza alcuna visione strategica, con intenti meramente consumistici, gestita attraverso dinamiche palesemente distorte e antidemocratiche senza alcuna attenzione e sensibilità verso i territori e le comunità, e utilizzata con evidenti fini propagandistici politici (nel senso più basso di questo ultimo termine), ciò che ne esce è inesorabilmente un disastro, sia dal punto di vista amministrativo che economico, ambientale, sociale, culturale. Una situazione della quale qualcuno magari a breve gioirà pensando di ricavarci qualche tornaconto, ma che domani tutti deploreranno dopo averne subìto quasi solo danni.  Torino 2006 docet: ma allora, sulle montagne piemontesi, andò molto meglio di quanto accadrà tra Milano e Cortina, come purtroppo la cronaca di questi mesi ci sta rivelando – e chissà cos’altro accadrà nei prossimi due anni.

Ribadisco: è un’occasione preziosa – e c’erano tutte le premesse e le possibilità affinché così si materializzasse – che si sta palesemente sprecando e trasformando in un ennesimo oltraggio su vasta scala alle nostre montagne. Per questo, personalmente (perché altri la penseranno in altro modo più o meno radicale, io qui dico la mia), ritengo sia importante farsi sentire, ad esempio nelle due iniziative di sabato prossimo delle quali lì sopra vedete le locandine: non contro le Olimpiadi in quanto tali ma contro questa organizzazione olimpica, per ciò che sta facendo e per come lo sta imponendo ai territori coinvolti e alle loro comunità. Un modello insostenibile e inaccettabile per la montagna contemporanea che vanifica qualsiasi aspetto positivo e virtuoso i Giochi Olimpici possano offrire, per colpa di coloro ai quali di tali virtù olimpiche non interessa nulla.

“Milano-Cortina 2026” poteva – forse potrebbe ancora – essere l’Olimpiade invernale più pregevole degli ultimi decenni, di questo passo temo diventerà la peggiore in assoluto.

Per info sugli eventi: Venezia, https://www.veniceclimatecamp.com/; Milano, https://cio2026.org/.

Una pista di bob «fondamentale», per Cortina d’Ampezzo

[Eugenio Monti e Renzo Alverà durante la gara di bob a due delle Olimpiadi Invernali di Cortina del 1956.]

La pista di bob è fondamentale per Cortina, il Cio non potrà che prenderne atto.

Questo è quanto il Presidente della Regione Veneto ha di nuovo sostenuto, solo un paio di giorni fa, in merito alla sconcertante querelle sulla pista olimpica cortinese – sulla quale tocca tornare, visto quanto diventi ogni giorno di più grottesca.

Fondamentale, già.
Bene: facciamo un rapido ragionamento in due punti, al riguardo.

Primo punto, di piste di bob in Italia ne sono state costruite tre: nel 1963 quella del Lago Blu di Cervinia, chiusa nel 1991; quella di Cesana Pariol, inaugurata nel 2005 per i Giochi Olimpici di Torino 2006 e chiusa nel 2011; infine la pista “Eugenio Monti” di Cortina, costruita nel 1923 e chiusa nel 2008.
Tre piste, tutte chiuse e finite in rovina. Com’è che ora sarebbe così «fondamentale» realizzarne una nuova, spendendo più di 81 milioni di Euro di soldi pubblici, se per lo stesso Comitato Olimpico Internazionale si possono utilizzare piste già esistenti? Forse che l’Italia non sia un paese per bobbisti e slittinisti? Altrimenti ben tre piste su tre non sarebbero state mandata alla malora, no?

Secondo punto: la pista di Cortina è chiusa dal 2008, più di 15 anni. Cortina ha subito ripercussioni negative nei propri flussi turistici? Ha subìto danni d’immagine? Qualcuno non l’ha più frequentata e ha preso a disdegnarla perché non c’era più la “sua” pista di bob?
Non mi pare proprio, anzi. E perché dunque ricostruirne una nuova ora sarebbe così «fondamentale»? Solo per una manciata di gare olimpiche che si possono tranquillamente disputare altrove per giunta risparmiando un bel po’ di soldi pubblici?

[La pista di Cortina abbandonata e in rovina, in un’immagine recente tratta da https://primabelluno.it.]
Or dunque: non è che la questione della nuova pista di bob di Cortina si riduca infine a una mera manifestazione di arroganza e vanagloria da parte di figure alle quali non interessa nulla del luogo e della sua comunità ma interessa solo il lustro della propria immagine per evidenti fini propagandistici oltre che chissà quali altri ulteriori secondi fini?

Detto ciò, posso anche capire le istanze del movimento nazionale del bob e dello slittino (18 atleti in totale nel bob, 23 nello slittino, 15 nello skeleton), che probabilmente non si potrà sviluppare adeguatamente senza un impianto di allenamento e di gara nazionale (ma chiedo di nuovo: dove sono stati fino a oggi i suoi praticanti? Dove si sono allenati e si allenano, visto che poi non di rado vincono gare?), e dunque posso comprendere la necessità di un impianto del genere: ma fatto con criterio, la giusta calma, un bel piano di sviluppo del movimento che vada di pari passo alla gestione dell’impianto, senza biechi spintoni politici di qualsiasi sorta e relative pretestuosità, al giusto costo e con un consono piano di gestione a lungo termine economicamente sostenibile.
Chiedere ciò significa pretendere troppo? Ovvero pretendere troppo buon senso?

Magari sì, visto quanto sta accadendo dalle parti di Cortina e anche altrove in questo paese quando doti quali onestà morale, senso civico, visione politica, logica e raziocinio diventino doti troppo fastidiose ovvero ignorate, dimenticate, disprezzate. Di contro, ormai abbiamo imparato bene che la distanza tra «fondamentale» e fondamentalista può essere molto breve ma i conseguenti danno sono sempre alquanto grandi e prolungati, già.

L’inesorabile fine economica dello sci (per fortuna o purtroppo)

Trovarsi davanti notizie come quella a cui si riferisce l’articolo nell’immagine qui sopra è tanto sconfortante quanto inquietante, nonostante sui media di simili se ne trovino sempre più di frequente. Lo è ancor di più oggi, durante i “giorni della merla” cioè quelli tradizionalmente considerati i più freddi dell’anno (la climatologia in realtà dice altro ma un bel freddo dovrebbe comunque esserci, in questo periodo), che invece pure a questo giro di calendario presenteranno temperature ben oltre le medie stagionali. Anche se, obiettivamente, riferirsi a tali valori termici medi ormai è qualcosa che ha sempre meno senso: il riscaldamento termico è talmente repentino che i dati di solo pochi anni fa sembrano appartenere a un’altra era climatica.

Questa situazione rende sempre più necessario e urgente, per l’industria turistica invernale attiva in molte località delle Alpi e dell’Appennino (ma non che negli altri paesi alpini le cose vadano molto meglio, si veda l’immagine lì sotto), l’avvio di quella transizione verso una frequentazione turistica più consona alle mutate condizioni ambientali, le quali chissà quanto ancora evolveranno nei prossimi anni nella tendenza attuale, per la quale i “giorni di ghiaccio” diminuiranno sempre più rendendo parimenti improbabile la possibilità di mantenere aperte le piste da sci sia per assenza di neve naturale, sia per impossibilità di produrre e preservare al suolo quella artificiale.

[La situazione sulla Maielletta martedì 30 gennaio 2024. Immagine tratta da www.majellettawe.it.]
La questione va finalmente analizzata non solo dal punto di vista ambientale, con tutte le sue varie ricadute, ma anche da quello economico – sembra scontato affermarlo, tuttavia alla prova dei fatti non mi pare che lo sia. Molto semplicemente, nei prossimi anni sempre di più lo sci perderà quegli aspetti che nei decenni scorsi lo hanno reso remunerativo, che ora lo rendono “ammissibile” ma in molti casi solo grazie all’immissione di risorse pubbliche, e che domani lo decreteranno del tutto insostenibile – ma è un domani già oggi manifesto in numerose località e che è già storia per centinaia d’altre che negli scorsi anni si sono dovute arrendere all’evidenza dei fatti (249 stazioni chiuse e con impianti dismessi più altre 138 temporaneamente chiuse per difficoltà varie, secondo il rapporto di Legambiente “Neve Diversa 2023”).

Non solo: la natura economica della questione si palesa anche nel continuo e inesorabile aumento dei costi di gestione delle stazioni sciistiche, che inevitabilmente si riverbera sui prezzi degli skipass restringendo anno dopo anno la clientela di sciatori (già da tempo stagnante, peraltro): da più parti si denota come lo sci stia tornando a essere uno sport per benestanti, al punto che in numerose stazioni il rapporto tra prezzi dello skipass, qualità dell’offerta e costi di gestione dei comprensori diventerà critico e le costringerà alla resa, anche a prescindere dagli effetti del cambiamento climatico. In tal senso solo le stazioni più grandi e rinomate avranno la forza di resistere, ma il rischio è che si trasformino in resort di lusso inavvicinabili o quasi da buona parte del pubblico potenzialmente sciante (come ho scritto di recente qui), al quale resteranno solo stazioni poco attrattive e incapaci di affrontare la concorrenza delle prime. Per giunta, proprio in forza di costi di gestione da sostenere, nessun comprensorio può permettersi di perdere anche solo qualche giorno di apertura degli impianti e di conseguenti incassi, nel corso di una stagione sciistica: da ciò deriva l’uso massiccio dell’innevamento artificiale, il quale tanto fa bianche le piste di discesa quanto fa rossi i conti nei bilanci delle stazioni.

[La surreale situazione a Garmisch Partenkirchen, sulle Alpi bavaresi, sabato 27 gennaio durante le gare della Coppa del Mondo di Sci.]
Nel suo complesso è una situazione estremamente triste, la fine di un sistema economico che per più di mezzo secolo ha dato lavoro a molte persone nei territori montani ma che ogni anno di più perde gli elementi che lo rendono plausibile: come un’industria che voglia tenere attivi a pieno regime i suoi macchinari ma non abbia ormai più la materia prima da lavorare. Mantenerla in piena attività non comporta solo uno sperpero di denaro, da qualsiasi fonte esso provenga (ma certamente di più se sia anche pubblico), rappresenta una follia bella e buona. Ma proprio perché quel sistema economico coinvolge pesantemente un territorio con ricadute non solo economiche ma anche sociali e sociologiche, culturali, antropologiche oltre che ambientali mettendo in pericolo l’intera realtà locale, per troppo tempo assoggettata al modello turistico-sciistico il quale ha marginalizzato se non cancellato ogni altra economia del territorio, è ormai improcrastinabile la presa d’atto della realtà delle cose e la più urgente elaborazione, progettazione e attuazione del cambiamento della frequentazione turistica in loco nonché, per quanto possibile (ma con altrettanta importanza) la riattivazione di ulteriori forme di economia e imprenditoria variamente indipendenti da qualsiasi modello turistico che possano dare al luogo e alla sua comunità maggiori possibilità di resilienza rispetto alla realtà in divenire.

Ribadisco: non è – o forse, per meglio dire, non è più – solo una questione di natura ambientale, e perseverare ancora nella discussione sull’impatto più o meno pesante del cambiamento climatico risulta viepiù stucchevole, soprattutto in presenza degli innumerevoli, inequivocabili report scientifici i quali, d’altro canto, non fanno altro che certificare ciò che immediatamente può cogliere lo sguardo e comprendere il buon senso. Ne va del futuro delle comunità che abitano i territori montani, che con la neve o meno lassù resteranno ad abitare e necessariamente dovranno vivere nel modo più dignitoso e confortevole possibile – una dimensione quotidiana che va garantita a loro e alle montagne stesse, se non vogliamo vederle del tutto spopolate e abbandonate a se stesse nel giro di qualche decennio. Tanto meglio se continuerà ad essere attivo il turismo, in quei territori, ma dovrà necessariamente (ovvero inevitabilmente) risultare consono al luogo e al tempo, e per far che sia così bisogna cominciare ora, da subito a lavorare in tal senso, con grande onestà, forza di volontà, consapevolezza morale, capacità di visione politica, progettualità articolata e estesa nel tempo, passione per i territori e per il loro futuro.

Continuare come nulla o quasi stesse accadendo, viceversa, si palesa – e si paleserà – sempre di più come un atto di grave ostilità nei confronti delle montagne e di chi le abita. Un “delitto” troppo grave perché qualcuno lo possa commettere a cuor leggero e per propria mera avidità – e inammissibile che a chicchessia glielo si lasci commettere.