La “libertà” di alcuni, in montagna

Molti dei frequentatori delle montagne sostengono che una delle cose che più li rende appassionati è la sensazione di libertà che essere donano, ed è un elemento assolutamente comprensibile e condivisibile.

Ma il sentirsi “liberi” in montagna non significa che ci si possa comportare liberamente, facendo ciò che si vuole in base ai propri desideri o sfizi. Eppure sembra che tanti frequentatori delle terre alte interpretino la “libertà” in altura proprio in questo modo, come se ci si potesse sentire liberi anche da qualsiasi freno inibitorio, responsabilità, dovere, senso del limite. Il liberarsi dall’intelligenza comporta in automatico l’assoggettamento all’idiozia, probabilmente quelli non lo capiscono – guarda caso.

So perfettamente che sto affermando delle banalità, delle cose apparentemente scontate, ma le cronache leggibili sulla stampa (quello lì sopra, tratto da “Il Dolomiti”, è un caso recente tra i tantissimi citabili) dimostrano che purtroppo non lo sono affatto. D’altro canto parrebbe una cosa scontata pure ciò che rimarcano i cartelli di divieto di scarico immondizie lungo le strade o in angoli naturali: basta abbassare lo sguardo, proprio alla base di quei cartelli, e quello che appare scontato non lo è più. Anzi.

È invece scontato, dal mio punto di vista, che non sia solo una questione di mera idiozia, come verrebbe da pensare al leggere ad esempio la notizia sopra riprodotta. No, c’è molto di più: un cortocircuito culturale, sovente indotto da un immaginario imposto terribilmente insensato, che toglie a tanti la capacità di capire e contestualizzare certe verità nonché il loro (buon) senso. Un cortocircuito che al punto in cui siamo è senza dubbio difficile da raddrizzare, vista la quantità di cretinate che lo alimentano, ma per niente impossibile: basta un minimo sforzo individuale, anche solo nell’esercizio del buon senso, appunto, oltre che nel comprendere cosa significhi realmente “libertà” in un luogo speciale come la montagna. Chi non lo comprenda, per proprie limitatezze o per mancanza di volontà, è bene che dai monti se ne stia lontano, che tanto il mondo è pieno di posti dove si possono liberamente dimostrare le personali doti di [CENSURA]. Ecco.

Se la madre dei cretini sale in alta quota, anche in Svizzera

Come accade non di rado sulle montagne italiane (e altrove), anche nella “civilissima” (si dice così, solitamente) Svizzera si registrano numerosi episodi di maleducazione e di vandalismi alle strutture in quota, persino in quelle ove – viene da pensare – giungano in massima parte alpinisti e escursionisti avvezzi alle frequentazione “seria” dei monti, dunque dotati di una certa cultura dell’andare per montagne.

Fa particolarmente specie il caso della Oberaarjochhütte nel Canton Vallese, rifugio letteralmente “appiccicato” (si veda l’immagine lì sopra) al versante meridionale dell’Oberaarhorn a 3256 metri di quota e raggiungibile solo tramite una lunga salita di almeno 5 ore su ghiacciaio e roccia. Il rifugista Corsin Flepp così racconta al riguardo: «La cucina era sempre aperta, anche per lo spazio invernale. Ma ora non è più possibile. Ho trovato il fornello a gas danneggiato, dei libri bruciati e delle sedie nel forno, tanto che ho deciso di chiudere la cucina con tavole di legno e di bloccare il forno con catene di ferro, consentendo solo il pernottamento.»

Se, appunto, non è lecito ma si può temere di dover registrare episodi di maleducazione e inciviltà nelle località montane più turistificate, dove vi possono giungere cani e porci (con tutto il rispetto per entrambi – gli animali, intendo dire), è veramente sconcertante constatare comportamenti così zotici in alta montagna. Ma come è possibile che vi siano escursionisti e alpinisti che si sobbarcano cinque ore di non semplice ascesa in alta montagna per poi comportarsi in modi simili?

Veramente possiamo pensare di far dilagare certa maleducazione purtroppo frequente in altri contesti più o meno urbanizzati e non di rado propri del turismo più massificato anche ad alta quota? O, per dirla in altre parole: possiamo lasciare che la cultura dell’andare in montagna, patrimonio di chiunque ami realmente frequentare le terre alte, possa essere contaminata da tali manifestazioni di ignoranza, e che per colpa di siffatti imbecilli si rendano inaccessibili strutture di preziosa utilità a tutti gli alpinisti?

Dobbiamo arrivare a mettere le telecamere di videosorveglianza anche nei bivacchi a oltre 3000 metri di quota? Spero vivamente di no, ecco!

Non è così che Regione Lombardia può aiutare i territori montani, come invece dice di fare!

[Veduta di Vilminore di Scalve, con la Presolana sullo sfondo.]
Leggo sulla stampa (qui, ad esempio) che Regione Lombardia ha stanziato per l’anno 2025 alle Comunità Montane della regione 11 milioni di Euro, per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano. Grazie alle risorse messe a disposizione proseguiamo l’importante lavoro di valorizzazione delle Comunità montane.»

L’articolo riporta che in Lombardia le Comunità montane sono 23, con una popolazione complessiva di oltre 1,2 milioni di abitanti ripartita in 510 Comuni: in pratica fanno poco più di 9 Euro per abitante.

La stessa Regione Lombardia, nel frattempo, potrebbe spendere almeno 30 milioni di Euro per sostenere il progetto di collegamento sciistico tra Colere e Lizzola, avversato da più parti per evidenti ragioni di insostenibilità economica e ambientale nonché per l’obsolescenza di un progetto del genere in un territorio montano nel quale, per le sue specificità, è tanto inevitabile quanto vantaggiosa la transizione a modelli turistici più consoni alla realtà presente e del territorio stesso, dunque ben più funzionali al sostegno generale e durevole delle comunità residenti.

30 milioni di Euro se non di più per un solo comprensorio sciistico, e a diretto vantaggio di una sola società privata, e 11 milioni di Euro per tutte le Comunità Montane lombarde. Senza contare i tanti altri progetti (sciistici, ma non solo) di simile natura e altrettanta incongruenza che vengono o potrebbero essere finanziati da soldi pubblici regionali.

Trovate che vi sia una logica, in tutto ciò?

Magari voi sì. Io no.

Non credo che per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano» si debba politicamente e amministrativamente agire in questo modo. Infatti i servizi di base nei territori montani continuano a sparire mentre i tralicci dei nuovi impianti di risalita o i tubi dei sistemi di innevamento artificiale continuano a comparire, spesso su versanti e a quote dove le condizioni per sciare non ci sono già più ora, figuriamoci nei prossimi anni.

Credo invece che per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano» la maggior parte dei finanziamenti pubblici dovrebbero essere destinati a progetti di sviluppo territoriale generale strutturati sul medio lungo termine che mettano in rete tutte le componenti sociali della comunità e sostengano tutte le economie locali, tra le quali certamente anche quella turistica (elemento importante e necessario ma in tali circostanze non più egemonico), con preminenza data a quelle le cui ricadute positive concrete vadano a vantaggio della più ampia parte di comunità residente, oltre che al sostegno dei servizi di base e ecosistemici necessari alla quotidianità degli abitanti e alle loro prospettive future di vita in loco.

[Una veduta della media Valtellina, dominata dalla mole del Monte Disgrazia. Foto di marco forno su Unsplash.]
Sono progetti di certo non semplici da elaborare che abbisognano di volontà politica, visione strategica, competenze tecnico-amministrative e culturali, ma quanto mai indispensabili alle nostre montagne così soggette a variabili e criticità complesse che non possono essere risolte con quelle ingenti elargizioni prive di logica e visione a realtà pressoché insostenibili, lasciando quanto avanza alle cose veramente importanti per le comunità residenti.

Anche perché, in territori tanto pregiati quanto fragili e delicati come quelli montani, gli errori di gestione nella politica locale si possono pagare cari e li paga la comunità residente. Sarebbe bene non dimenticarlo.

Su “Sherpa-gate” di Alessandro Gogna

È sempre motivo di grande onore e piacere, per chi scrive, vedere un proprio articolo ripubblicato su “Sherpa-gate.com”, il portale web dedicato alla montagna, all’ambiente e agli ambiti correlati curato da Alessandro Gogna, che della montagna italiana (e non solo) è una delle figure fondamentali e più autorevoli in assoluto – lo posso dire senza rischiare di essere tacciato di piaggeria, vista appunto la caratura del personaggio!

Lo ringrazio di cuore, per la pubblicazione e ancor più per la considerazione in ciò che ho scritto intorno a uno degli aspetti meno evidenti e considerati della frequentazione delle terre alte ma a ben vedere tra i più influenti sulla qualità di essa e di chi ne è protagonista, cioè il turista alpino contemporaneo.

Per leggere l’articolo su Sherpa-gate.com cliccate sull’immagine lì sopra.

L’immaginazione è più importante della conoscenza. Anche in montagna

[Val di Fassa, Trentino.]
«Imagination is more important than knowledge», “L’immaginazione è più importante della conoscenza” affermò Albert Einstein. Una frase da molti stupidamente travisata in funzione antiscientifica, come se la fantasia contasse di più della scienza quando viceversa Einstein volle rimarcare che lo sviluppo della conoscenza scientifica lo si ottiene immaginando, ipotizzando, intuendo le soluzioni ai problemi che poi la scienza sa elaborare e concretizzare – proprio ciò che egli fece per arrivare alle sue più brillanti intuizioni. Vuol dire, ad esempio, che per la scienza che ha permesso l’invenzione della ruota è stato prima necessario immaginare di esplorare il mondo in un modo ben più efficiente di prima. L’una cosa in funzione dell’altra, non più o meno dell’altra.

Ecco, mi viene da pensare che un principio simile valga anche in montagna, in relazione a come oggi la frequentiamo. Immaginare la montagna, manifestare curiosità, volontà di capire le sue peculiarità, è più importante della sua conoscenza: che è ovviamente fondamentale ma si può costruire e approfondire soprattutto manifestando l’immaginazione tipica della curiosità, ponendosi domande anche immaginifiche e cercando le relative risposte. E più se ne trovano, più si apprende la conoscenza della montagna, più l’immaginazione diventa fervida e accresce la volontà di saperne sempre di più, lasciando l’istinto libero di esplorare e la razionalità di capire ciò che si è esplorato.

[Sul ghiacciaio a oltre 3000 m di quota vestiti come in spiaggia. Foto tratta da https://torino.repubblica.it.]
Spesso si contesta a tanti frequentatori della montagna contemporanea l’evidente mancanza di conoscenza di essa, alla base di comportamenti variamente discutibili e deprecabili. Contestazione inevitabile, senza dubbio; ma ancor prima e ancora di più io vedo mancante, in quei tanti frequentatori, la volontà di voler conoscere, cioè la curiosità verso le montagne, l’immaginazione che luoghi così speciali sanno stimolare e che invece quelli vivono e frequentano come fossero uguali a tanti altri e dai quali conta solo ricavare una “soddisfazione” meramente ludica di matrice consumistica da ostentare poi nei soliti futili modi consentiti dai social media. Non conta dove si è e la valenza che il luogo ha, ma come lo si può sfruttare per il proprio godimento ovvero per come l’odierna società dei consumi indica e impone di fare (vedi qui). L’immaginazione è soffocata dalla materialità, la conoscenza non viene né ricercata né alimentata: per giunta, il tutto viene reso funzionale ai tornaconti dell’industria turistica, che induce e alimenta questa modalità di frequentazione dei territori montani in vari modi, innanzi tutto con un marketing sovente conformista, banalizzante e poco o nulla attento alle valenze culturali dei luoghi, tanto meno ai loro ambienti e ai paesaggi. Si comporta, l’industria turistica, un po’ come quelli che travisano l’affermazione di Einstein: lo fa in funzione anticulturale, cioè contro la cultura delle montagne che sottopongono ai loro business turistici, al riguardo evidentemente ritenuta un ostacolo.

Risultato di tutto ciò: meravigliosi territori montani vengono invasi da frequentatori poco o nulla consapevoli e per nulla indotti ad acquisirne la conoscenza, i quali per ciò manifestano comportamenti discutibili e nel complesso finiscono per banalizzare, finanche per degradare, quei territori. I quali perdono anche molto del loro potere immaginifico, non solo della possibilità di essere conosciuti come meriterebbero per essere goduti al meglio. Né immaginazione né conoscenza, nulla di veramente importante. La fine inevitabile del meccanismo è questa.

Eppure, mi verrebbe da ritenere, non occorrerebbe essere degli Einstein per capire ciò. O forse sì?