L’estetica di Instagram

Su “Artribune” – che io considero la migliore rivista italiana di arte e vi assicuro che non è una marchetta, questa – Marco Senaldi cura da tempo la rubrica In fondo in fondo, l’ultima di ogni numero, sorta di contro-editoriale che risulta sempre interessante per come tratti le realtà del nostro mondo contemporaneo da punti di vista alternativi e intriganti, non di rado illuminanti. Quasi sempre, infatti, l’osservazione comune della realtà avviene da prospettive indotte e uniformate, generando inevitabilmente visioni standardizzate; basta spostarsi di un poco a lato, di un pochissimo spesso, perché la visione cambi completamente e altrettanto si modifichi la percezione e il valore di quella realtà osservata. È ciò che cerca sempre di fare la buona arte contemporanea, in fondo, dunque i testi di Senaldi ci stanno benissimo su una rivista che se ne occupa, anzi: vi risultano fondamentali, appunto.

Sul numero 45 del magazine, in un pezzo intitolato The Instagram Aesthetics, Senaldi ci porta a ragionare su come i social media, e in particolare quello “tutto immagini” citato nel titolo, stiano nemmeno troppo lentamente causano un ribaltamento nel regime scopico collettivo, cioè – semplifico radicalmente per massima chiarezza – nella visione dimensionale e prospettica che utilizziamo come sistema standard di osservazione del mondo, attraverso il quale recepiamo le informazioni per concepirlo, (non sempre) comprenderlo e per identificarci in/con esso.

Ve ne cito un brano significativo; l’intero articolo lo potete leggere (e merita alquanto di essere letto e meditato) cliccando sull’immagine in testa al post, tratta dall’articolo stesso. Qui invece potete scaricare “Artribune” #45 in pdf.

Qualcosa di nuovo è accaduto nel nostro regime scopico (per usare l’efficace espressione di Pierre Sorlin) e, anche se sembra un dettaglio trascurabile, è come se, a quello che siamo abituati giustamente a chiamare “il paesaggio mediale” – e un paesaggio per definizione è più largo che alto – si fosse aggiunta una dimensione nuova, che “risolleva” le proporzioni, come nei ritratti dei gentiluomini messi in posa all’impiedi, insomma un “ritratto mediale” (spesso i ritratti hanno una ratio inversa rispetto ai paesaggi).
Ma, forse, non si tratta solo di estetica: questo ribaltamento annuncia istanze più profonde, che paiono spingere verso un’inversione dimensionale generale. La verticalità dei dispositivi neomediali, infatti, sembra sostituire una metafora antichissima del tempo, dettata invece dall’orizzontalità: quella, risalente agli esordi della filosofia antica, dello scorrere delle acque di un fiume. Quando, abbastanza ingenuamente, si dice che i new media hanno “mutato il nostro orizzonte” – si afferma qualcosa di vero, poiché essi hanno letteralmente mutato la disposizione verso il mondo che ci ha caratterizzato da sempre.

La diseducazione culturale istituzionale

Quanto ai mezzi di comunicazione, è noto che stanno ben attenti a non sottovalutare quegli argomenti che sappiano essere d’interesse del loro pubblico. Televisioni e giornali, per farsi guardare e leggere, s’occupano scrupolosamente di tutto quello che alla gente preme, omettendo quanto viceversa esuli dalla sua curiosità. Il loro silenzio e l’apatia della politica dovrebbero indurre a riflettere sul reale interesse che in giro si nutre per il patrimonio d’arte comune, fin a chiedersi se davvero esso sia amato dal popolo. Verisimilmente no. E però dev’esser chiaro che al popolo, eventualmente, andrebbero comunque imputate poche colpe, perché la responsabilità è sempre di chi governa, di chi, cioè, ha il dovere, per dettato costituzionale, di educare: educare a vedere nel patrimonio l’essenza ineludibile della nostra memoria (personale e collettiva), favorire la maturazione della coscienza storica dei cittadini, promuovere l’aspirazione alla conoscenza del nuovo e vanificare invece la venerazione perniciosa del feticcio alimentata dalla cultura industriale, addestrare a leggere le opere d’arte alla stregua di componimenti poetici (quali a tutti gli effetti essi sono).

(Antonio Natali, Il silenzio sul patrimonio d’arte, su Artribune #44. Potete leggere l’intero articolo cliccando qui.)

Il Manifesto della comunicazione non ostile

Non potevo non firmare pure io (qui) il Manifesto della comunicazione non ostile, un impegno di responsabilità condivisa per creare una Rete rispettosa e civile, che ci rappresenti e che ci faccia sentire in un luogo sicuro. Scritto e votato da una community di oltre 300 comunicatori, blogger e influencer, è una carta con 10 princìpi utili a ridefinire lo stile con cui stare in Rete.

Il Manifesto rappresenta forse una piccola, insignificante, inutile azione (se lo si vuole osservare e valutare nei soliti superficiali – e ipocriti, se posso dire – modi molto in uso, oggi): tuttavia, in questo mondo contemporaneo in costante, paradossale imbarbarimento, ogni minima cosa può (e deve) servire per cercare di contrastare una così letale deriva culturale. Altrimenti andrà sempre peggio, è bene finalmente rendersene conto e pensare alle eventuali tragiche conseguenze.

Il Manifesto lo leggete qui sotto (cliccateci sopra per un formato più grande oppure qui per la versione pdf) e, per saperne, di più potete visitare il sito web dedicato (e così conoscere anche le altre campagne passate e presenti al riguardo) cliccando qui.

Non si comunica più, con tutto questo rumore (Emil Cioran dixit)

Da dieci o vent’anni non succede quasi più niente in ambito letterario. Esiste una marea di pubblicazioni, ma c’è una stagnazione spirituale. La causa di ciò è una crisi di comunicazione. I nuovi mezzi di comunicazione sono straordinari, ma provocano un immenso rumore.

(Emil Cioran*)

Dunque… Cioran morì nel 1995, dunque ben prima che i “nuovi mezzi di comunicazione” diventassero ciò che oggi sono, così come ben prima che l’editoria si palesasse per ciò che è ora. Eppure questa sua affermazione – risalente quanto meno a 22 anni fa, appunto – era già allora, ed è ancora oggi, “perfetta” in tutto.
Drammaticamente perfetta.

(*: citazione letta sul web, fonte ignota. Ogni indicazione al riguardo è gradita.)

Parole di guerra – o guerra di parole

Il Post – per inciso, a mio parere uno di quegli organi d’informazione di qualità i quali, complessivamente, in Italia si possono contare sulle dita di una mano, si veda il mio articolo precedente (e si veda non solo per tale questione) – stamattina sulla propria pagina facebook ha dedicato un post (gioco di parole inevitabile!) all’uso di certe parole da parte di altri media d’informazione, in relazione alla situazione politica in essere tra Spagna e Catalogna:

Ci risiamo, insomma. Ovvero si torna esattamente a quanto già scrivevo tempo fa in tema, in questo articolo: l’uso di parole dal senso e dal valore pesantissimi tanto quanto sostanzialmente travisati o incompresi, con la più ingiustificata e sconcertante leggerezza. Oltre che la totale devianza imposta al valore e all’importanza del linguaggio, verbale tanto quanto scritto, e ai suoi fondamentali fini di comunicazione e relazione sociale, civica, politica (nel senso nobile del termine, pressoché estinto nell’omonimo ambito istituzionale).

È un altro grave segno del degrado culturale nel quale sta sprofondando la nostra società, spinta in tale baratro da vigorose spinte ormai quotidiane arrecate, il più delle volte, da quei soggetti che invece dovrebbero preservarla dallo stesso pericolo.
Così almeno la penso, io.