Dürrenmatt imperituro

Pochi giorni fa si sono ricordati i 30 anni esatti dalla morte di Friedrich Dürrenmatt, uno dei maggiori scrittori del Novecento europeo in senso assoluto e tutt’oggi figura ricchissima di suggestioni letterarie, culturali, intellettuali offerte a profusione in ogni suo scritto, dai più celebri romanzi fino agli articoli apparentemente secondari. A me, da grande appassionato e studioso di “letteratura alpina” (ovvero scritta nelle Alpi e che di Alpi tratta in modi più o meno diretti), e dunque da cultore della produzione svizzera, piace indagare, ricercare e scoprire in Dürrenmatt le affinità con quella produzione più tipicamente alpina; il grande scrittore bernese non è certamente annoverabile nella cerchia degli autori di quell’ambito letterario eppure sia nello stile, prevedibilmente, che in certe atmosfere costruite e narrate nei suoi romanzi, meno prevedibilmente e niente affatto solo come mere scenografie, vi ritrovo le montagne e il loro paesaggio, la loro cultura e lo spirito. Parrebbe una cosa scontata, visto che qualsiasi svizzero le Alpi le ha costantemente davanti agli occhi e “dentro” quasi ogni aspetto pratico della quotidianità nazionale: questo è certamente vero, ma la grandezza della scrittura e dell’invenzione letteraria di Dürrenmatt rende tale aspetto molto più stratificato e, come detto, ricco di suggestioni di varia natura. Una peculiarità che, insieme a molte altre, fanno di Friedrich Dürrenmatt un autore imprescindibile (al di là delle considerazioni “alpine” qui da me proposte) e ancora oggi capace di sorprendere come pochi altri oltre che, senza dubbio, di affascinare ogni lettore sensibile.

In modo parimenti “scontato” (ma magari no) il pregevole sito di informazione “SwissInfo” dedica un bell’articolo all’anniversario dürrenmattiano nel quale è possibile vedere un altrettanto bel documento video d’annata: un ritratto a 360 grandi dell’artista elvetico tratto da una trasmissione della RSI – la Radiotelevisione della Svizzera Italiana – del 5 gennaio del 1981, in occasione dei 60 anni di Friedrich Dürrenmatt. Godetevelo: è un modo tanto suggestivo quanto approfondito per conoscere meglio (se non si è già edotti al riguardo) uno dei più importanti autori letterari (e non solo) degli ultimi decenni e, magari, per coltivare la curiosità di leggere le sue sublimi opere.

Sragionamenti natalizi

Nell’eccitazione mitica del Santo Natale, molte cose accadono non previste, non ragionevoli, anzi impossibili; cerimonie di rara aurata solennità, aromi arcaici, si mescolano a fantasmi di abeti, dovunque si accendono luci da bordello, miserabili fiocchi simulano un riso che, non potendo essere innocente, corteggia i riti e le smorfie di una mediocre follia. Fa parte di questa iconografia sconcia la presenza della neve; il cui candore mima in verità la carta da pacchi di un mondo regalato.

(Giorgio Manganelli, Il presepio, Adelphi Edizioni, 1992. Immagine tratta da qui, da me rielaborata.)

La comicità non è una camicia da indossare

La gente mi chiede se ho mai paura di svegliarmi una mattina e di non far più ridere. La risposta è no, perché la comicità non è una cosa che si indossa come una camicia e che si può perdere da un momento all’altro. È molto semplice: o sei capace di far ridere, oppure no. Non è una specie di follia passeggera. Il che non significa che tu non possa svegliarti di cattivo umore, pieno di odio per il mondo e per la stupidità della gente, esasperato per un universo privo di senso – cosa che ammetto di fare ogni mattina -, ma questo serve a cavar fuori il mio senso dell’umorismo, non a cancellarlo. Come Bertrand Russell, provo una profonda tristezza per il genere umano. A differenza di Bertrand Russell, non sono bravo in matematica. E forse non sono in grado di trasmutare la mia sofferenza in grande arte o in grande filosofia, ma sono capace di scrivere delle buone battute che per un attimo possono distrarre e arrecare un breve sollievo alle irresponsabili conseguenze del big bang.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.337.)

Sholem Aleykhem, “Un consiglio avveduto”

Un appassionato cultore come me della letteratura umoristica sa benissimo che lo humor è fatto per far ridere ma è cosa assai seria, per certi aspetti di matrice filosofica (e infatti c’è quel bel saggio di John Morreal, intitolato proprio Filosofia dell’umorismo, che lo spiega bene) e per ciò, come tutte le correnti filosofiche, dotato di proprie “scuole di pensiero”. Le due principali, per la risata moderna e contemporanea ovvero alle quali il ridere di oggi fa sostanzialmente riferimento, sono probabilmente quella anglosassone, con pilastri come Wodehouse, Waugh, Adams fino agli inimitabili Monty Python, e quella ebraica, per la quale basti citare i Fratelli Marx, Mel Brooks o Woody Allen. Tra i padri fondamentali dello humor ebraico bisogna senza dubbio annoverare Sholem Aleykhem, scrittore ucraino (nato Solomon Naumovič Rabinovič) emigrato poi negli Stati Uniti e dunque esponente “pieno” della parte di Europa, quella orientale, che ha sostanzialmente dato i natali all’umorismo ebraico in un confronto geografico – ma non antitetico – con l’occidente europeo nel quale, appunto, si è invece sviluppata la scuola umoristica anglosassone. Per di più Aleykhem ha usato come idioma precipuo per le sue opere lo yiddish, espressione linguistica di genesi (e genetica culturale) assolutamente europea nonostante la radice storica mediorientale, dunque mettendo per iscritto, a suo modo ovvero con le sue narrazioni, una parte certamente significativa della presenza e del carattere dell’ebraismo nella storia dell’Europa tra Otto e Novecento.

Le sue narrazioni, appunto: Un consiglio avveduto (Adelphi Edizioni, 2003, traduzione di Franco Bezza, Haim Burstin, Anna Linda Callow, con una nota di Claudia Rosenzweig) raduna tre racconti, tra cui quello che dà il titolo al volume, che rappresentano assai bene lo stile di Aleykhem, innanzi tutto, oltre che l’impalcatura originaria e fondamentale dell’invenzione umoristica di scuola ebraica che non soltanto un elemento concettuale ma pure geografico: lo shtetl, il villaggio-ghetto tipicamente abitato dalla popolazione di religione ebraica nell’Europa orientale dall’Ottocento in poi []

(Leggete la recensione completa di Un consiglio avveduto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

L’infelicità natalizia

Nella città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui potrei vivere, sta arrivando il Natale. Alcuni dicono, il Santo Natale. Sebbene la mia vita sia distratta e disorientata, da molti segni, come gli animali, mi accorgo della imminenza del Natale. L’irrequietezza agita i miei simili; una sorta di inedita tristezza che si accompagna ad una smania, una torbida cupezza, una litigiosità capziosa, non di rado violenta, ma soprattutto aspramente angosciosa. Quando il Natale si approssima, l’infelicità si scatena su tutta la terra, invade gli interstizi, ci si sveglia al mattino con quel sentimento, discontinuo durante l’anno, che vivere a questo modo pare intollerabile, forse disonesto, una bestemmia. Strano che abbia scelto questa parola, sostanzialmente pia, per descrivere l’infelicità natalizia. E infatti questo avverto, che a differenza della desolazione che direi privata, attraverso la quale passiamo in vari momenti dell’anno, questa è una tetraggine che ha dell’astronomico, come a dire che gli astri sono coinvolti, e forse la tristezza che suppongo mia in realtà è un affetto che tocca gli estremi dell’universo, e oltre, se si dà un oltre.

(Giorgio Manganelli, Il presepio, Adelphi Edizioni, 1992. Immagine tratta da qui, da me rielaborata.)

Se la festa del Natale arriva puntuale e inevitabile, Il presepio di Manganelli torna necessario e imprescindibile.
Fino al 25 tenetelo presente se passerete di qui, eh!