Arrendersi al turismo più insensibile e cafone? Giammai!

[Immagine generata con l’AI di ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer.]
Capisco bene lo scoramento di Carlo Alberto Zanella, ammirevole presidente del CAI Alto Adige e persona di gran pregio, che riguardo l’iperturismo che sta caratterizzando e degradando molte località montane di recente ha dichiarato alla stampa:

Questa non è più montagna, è un palcoscenico per selfie e influencer. Un turismo tamarro, rumoroso, insensibile. Mi sono arreso.

In effetti sembra che l’industria turistica, in combutta con certa politica locale, abbia consegnato le nostre montagne al turismo più becero e rovinoso. Ma io credo che sia così solo all’apparenza. Quel turismo massificato tamarro, rumoroso, insensibile che spesso ritroviamo sulle località montane è rovinoso anche verso se stesso, mentre intorno, nel frattempo, continua a crescere un pubblico turistico sempre più attento, sensibile e consapevole verso i territori montani, la loro preziosa bellezza e la cultura peculiare che li caratterizza. Un pubblico che evita di andare in auto sotto le Tre Cime di Lavaredo o in funivia al Seceda oppure ad affollare i solarium di Cortina d’Ampezzo, Livigno o Courmayeur ma sceglie territori montani genuini, poco turistificati, dei quali nessun influencer scrive sui social e ci va proprio per questo, alimentando un’economia turistica dai numeri crescenti e, soprattutto, dall’impatto sui territori e sulle comunità veramente sostenibile: dalla esemplare valle Maira ai numerosi “Villaggi degli Alpinisti” e “Villaggi Montani”, dai borghi dell’Appennino che stanno rinascendo ai numerosi cammini sempre più frequentati o alle decine di località “Bandiere Verdi” – ma sono solo alcuni dei tantissimi esempi citabili al riguardo.

Quella dell’iperturismo è chiaramente una bolla che molto presto si sgonfierà, se va bene, oppure scoppierà se va male: provocherà di sicuro dei danni o delle macerie, a meno che tutti i soggetti che subiscono tali fenomenologie turistiche riescano finalmente a riprendere in mano le sorti dei propri territori: mi riferisco innanzi tutto alle comunità locali, ai soggetti economici che fanno accoglienza, non turismo di massa, alla società civile e all’associazionismo che opera nei territori in questione; invece non mi riferisco alla politica, troppo spesso disinteressata, ambigua quando non ipocrita e, come detto, sovente asservita o in combutta con l’industria turistica.

Insomma: pur capendo Zanella e solidarizzando pienamente con lui, ribadisco, a mio parere non è affatto il caso di arrendersi ma di combattere, unirsi, fare massa critica, agire fattivamente in ogni modo possibile per difendere le nostre montagne e qualsiasi territorio eccessivamente turistificato non tanto dai turisti, in fondo loro stessi vittime del meccanismo perverso che li sfrutta, ma da ogni soggetto del potere che verso le terre alte dimostri insensibilità, incompetenza, disinteresse e mero affarismo senza ritegno.

È l’iperturismo tamarro che presto si dovrà arrendere (sempre che ancora prima non si sgonfi o imploda, come detto), non certo le nostre montagne!

Ma la vacanza, oggi, è ancora una “vacanza”?

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]

Turismo oggi significa soprattutto consumo, intrattenimento, distruzione, superficialità e velocità; e la sua pratica è diventata talmente disciplinata e concentrata da essere talvolta più fonte di stress che di benessere. Spesso i turisti globali non sono interessati all’anima e alla storia del luogo che visitano, bensì vi si recano solo per fotografare e collezionare esperienze, sgomitando nervosi fra tante altre persone che si trovano nella stessa destinazione per lo stesso motivo, attratte dalle tendenze dei social più che da reali desideri. Mettersi in mostra online e poter affermare di averlo fatto è ormai diventato più importante del viaggio stesso. Invece, la fine del turismo e la nuova ecologia degli spazi del tempo libero possono significare la nascita di nuove forme di vacanza più educate, rispettose, lente, limitate e gestite; nelle quali il viaggio è lungo e fa parte dell’esperienza, e la meta non è un luogo da consumare e immortalare sullo schermo dello smartphone, bensì un territorio da osservare e conoscere nella sua complessità e in cui confrontarsi con l’altro, inteso come una cultura diversa dalla propria. ln questo modo la vacanza può diventare per tutti uno spazio di rigenerazione, benessere e arricchimento del sé, che si tratti di una città storica o di un ambiente naturale. Ciò si può accompagnare a una rivendicazione dell’ozio e del riposo, altrettanto importanti nella prospettiva della maggiore quantità di tempo libero da conquistare.

[Alex Giuzio, Turismo insostenibile. Per una nuova ecologia degli spazi del tempo libero, Altreconomia, 2025, pagg.153-154.]

Già, dice bene Alex Giuzio in questo passaggio del suo ottimo e illuminante libro (che ho avuto la fortuna di presentare lo scorso giugno a Oltre il Colle con l’autore): ma la vacanza per come ci viene venduta e imposta dai modelli turistici contemporanei, è veramente una vacanza? Oppure è solo una messinscena, una finzione che siamo indotti a recitare, una circostanza artificiosa ovvero la riproposizione dei conformismi e dei cliché del nostro modus vivendi quotidiano, soltanto modulati in altre forme per ingannarci al riguardo? E se fosse anche per ciò che molta parte del turismo oggi proposto fosse “insostenibile”? Perché non è sostenibile che si possa realmente considerare “turismo” nel senso buono del termine?

Forse anche questi aspetti del tema in questione andrebbero finalmente analizzati e compresi meglio, se si vorrà elaborare un’evoluzione dei modelli turistici veramente virtuosa e benefica per i territori, le comunità che li abitano e i vacanzieri che li frequentano.

Una camminata per il Lago di Garda

[Immagine tratta da www.funiviedelbaldo.it.]

Una gran tazza argentea,
il cui placido olivo per gli orli nitidi corre
misto a l’eterno lauro.

(Giosuè Carducci)

Il Lago di Garda, una delle zone in assoluto più belle d’Italia.

Di certo un paradiso per i turisti, ma pure un inferno per i residenti?

È ancora una domanda, per il momento. Dettata dalle cronache degli ultimi tempi che registrano casi sempre più frequenti di overtourism e relative conseguenze, di scarsa o nulla gestione politica dei flussi turistici, di assenza d’una visione territoriale al riguardo, di crescente degrado dei luoghi ma di contro di nuove proposte di turistificazione del territorio gardesano.

Come detto, per ora è una domanda quella sopra proposta. È bene che non diventi una risposta, senza più il punto interrogativo, su cosa sia diventato il Lago di Garda. E il rischio che lo diventi, a quanto pare, c’è.

Dunque tutti dovremmo avere consapevolezza piena di ciò e agire per annullare tale rischio, per quanto possibile. Sabato 7 giugno prossimo c’è un’ottima possibilità per cominciare a farlo:

Per qualsiasi informazione al riguardo, potete visitare il sito web www.camminataperilgarda.it, mentre qui trovate il “manifesto” della giornata.

[Vedute da sud (sopra) e da nord della zona di Garda e di Costermano, nella quale si svolgerà la camminata.]
P.S.: detto tra noi, quanti politici locali e amministratori gardesani interverranno alla Camminata? Io spero molti, e non solo per presenziare e dire belle parole e poi fare tutt’altro. La speranza è sempre l’ultima a morire, no? Be’, facciamo in modo che il Garda non muoia prima!

Risolvere l’overtourism con la destagionalizzazione e la delocalizzazione? Sicuri?

[La spiaggia Caló des Moro, a Maiorca: un tempo era poco conosciuta, poi sono arrivati gli “influencer” e ora soffre di sovraffollamento. Immagine tratta da “Il Post“.]
Di frequente, in tema di overtourism e overcrowding – l’iperturismo e il sovraffollamento periodico – oltre ai presunti disincentivi come tasse di soggiorno, prenotazioni obbligatorie, ticket d’ingresso eccetera (scrivo “presunti” perché, nel modo in cui vengono applicati, sono a mio parere utili soprattutto a far cassa e a poco altro) si invocano spesso la destagionalizzazione dei flussi turistici e la loro delocalizzazione, il che in pratica significa mandare i turisti in luoghi suggestivi ma ancora poco frequentati per alleggerire il carico in quelli più rinomati e troppo frequentati.

Nel principio sembrerebbero due azioni valide da attuare; le si invoca spesso anche per i territori montani, nei quali iperturismo e sovraffollamento possono generare disagi e danni più che altrove.

Bene: in Spagna, paese che prima di altri ha cominciato a riflettere sugli eccessi del turismo di massa, non di rado protestandovi contro, hanno messo in pratica le due azioni suddette attraverso un sistema assai in voga oggi: chiedendo a influencers e content creators del web di postare immagini di luoghi poco frequentati, così da invogliare chi non li conosca ad andare lì al posto che nelle solite mete iperturistiche – si veda qui al riguardo e l’immagine lì sopra. Un sistema al quale ad esempio hanno pensato anche in Svizzera, paese che proprio dai suoi paesaggi montani elabora la massima attrattiva turistica.

Risultato: ora pure in quei luoghi poco frequentati ci sono troppi turisti, con problemi anche più gravi di quelli che devono affrontare i luoghi più rinomati i quali, per ciò, sono comunque più attrezzati a gestire grandi masse turistiche mentre i primi, per il motivo opposto, non lo sono affatto.

Era ed è inevitabile che ciò accadesse: come sostengo da tempo, in mancanza di una vera e ben elaborata gestione dei flussi turistici contestuale ai territori che ne sono oggetto, l’unico effetto che la destagionalizzazione e la delocalizzazione ottengono è la riproposizione e la diffusione dello stesso modello iperturistico nel tempo e nello spazio, dunque degli stessi disagi e danni per i territori e le comunità residenti su una più vasta scala spaziale e temporale.

Dalla padella alla brace se non direttamente tra le fiamme, in pratica!

D’altro canto, temo (a pensare male si fa peccato ma si indovina!) che questa spalmatura dei flussi turistici sia proprio quello a cui molti amministratori locali puntano, al fine di aumentare il business turistico senza metterne in discussione i modelli e le evidenti numerose storture che li caratterizzano, a totale discapito dei territori e di chi li abita. Dopo che per anni hanno agognato e poi alimentato i massimi numeri di presenze turistiche, tanti amministratori, albergatori e ristoratori, responsabili del turismo e associazioni di categoria oggi se ne lamentano e invocano soluzioni come quelle citate ma, sotto sotto, non vogliono affatto rinunciare al business e pensano solo a accrescerne la portata trascurandone completamente le conseguenze sui luoghi e sulle comunità Le quali anzi «non hanno nulla di che lamentarsi», visto che più ci sono turisti più possono fare affari – come non di rado mi capita di sentire.

Ecco: sono queste le sensazioni assai vivide che mi sorgono al riguardo.

Per tali motivi, quando leggo o sento dichiarazioni sulla necessità di destagionalizzare e delocalizzare i flussi turistici ma non colgo analoghe volontà di attivare una gestione progettualmente strutturata, storco il naso e penso male. Ad esempio: quante di quelle località, e dei rispettivi responsabili (pubblici e privati) del turismo, dai quali giungono le suddette invocazioni “contro” la massificazione turistica, hanno pensato di elaborare per i propri territori le relative capacità di carico – una delle prime cose che ci sarebbe da fare, in una meta turistica – e di applicarne concretamente le risultanze nella gestione concreta dei flussi?

Credo che per la risposta, e per contare tali località, le dita di una sola mano siano fin troppe.

Dunque, di che stiamo realmente parlando quando ci riempiano la bocca con quei termini, destagionalizzare, delocalizzare così come con valorizzare, sviluppare…? Del nulla, temo. Sono tante belle parole il cui possibile buon senso viene troppo spesso gettato alle ortiche per interpretarle in modi del tutto distorti e funzionali a fare affari sulle spalle dei nostri territori, della loro bellezza, e della qualità di vita di chi li abita.

Ma anche qui, come in altre circostanze, a tirar troppo la corda il rischio pressoché inevitabile è che prima o poi si spezzi. E poi hai voglia a riportarla integra – sempre che si possa farlo!

Un vostro punto di vista sul turismo

Cari amici, vi sottopongo un quesito al quale chiedo di rispondere (se ne avete voglia, ovviamente) rimarcandomi il vostro punto di vista al riguardo:

Esiste il turismo sostenibile?

O, per dirla in altra forma:

Il turismo può essere realmente sostenibile?

So bene che prima dovremmo stabilire cosa intendere con l’aggettivo «sostenibile», ma è pur vero che il naturale parametro di riferimento sono le circostanze della realtà che riscontriamo intorno a noi le quali in effetti “definiscono” il valore corrente dell’aggettivo, nel bene e nel male nonché al netto di accezioni tanto “ideali” quanto poco o nulla diffuse.

Grazie di cuore per le risposte che vorrete fornire!