Il monofascismo erboso

Trovo parecchio sconcertante (e irritante, ma non dovrei dirlo) l’atteggiamento di molte persone che, nei pubblici dibattiti sulle piccole o grandi realtà del mondo, siano esse importanti o meno, identificano arbitrariamente e rigidamente i propri interlocutori in categorie pressoché indiscutibili, facendo «di tutta l’erba un fascio», come dice il noto detto popolare. Monofascismo erboso, appunto – e tale mia definizione ritenetela ironica ma non troppo.

Per fare un esempio attuale (purtroppo), in questi giorni quelli che come me sostengono la causa dell’Ucraina contro l’attacco russo al paese ordinato dal presidente Putin, per molti sono “sicuramente” filoamericani e servi della propaganda USA. Oppure, per fare un altro esempio: ci si pone in modo critico nei confronti di qualche manufatto turistico in ambiente naturale? Si è “ambientalisti da salotto” o addirittura – come un tizio scrisse rivolto a me – «uno che vorrebbe che in montagna non si toccasse nemmeno un sasso». Eh, proprio!
Tuttavia, ribadisco, è un atteggiamento che non nasce oggi e che i social amplificano a dismisura ma non hanno affatto inventato, visto che si rifà direttamente ad un pensiero di stampo manicheista tipico di certa “cultura” nostrana.

A quanto pare, questi individui non conoscono per nulla cosa sia la libertà di pensiero e l’indipendenza di opinione (forse, nemmeno la libertà in senso generale), concetti che non sanno cogliere ed elaborare – tanto più che solitamente non conoscono nemmeno le persone che etichettano in quei modi. Accusano quelli che non la pensano come loro di essere “servi” quando, con il proprio comportamento palesano senza alcun dubbio come siano essi quelli sottomessi a una tale forma mentis deviata e così degradante la loro libertà intellettuale – non a caso si esprimono spesso per slogan presi direttamente dai media o dal web. Dimostrando in tutto ciò pure una malcelata insolenza, per giunta.

Trovo veramente sconcertante e triste constatare questi atteggiamenti. Proprio triste. Ma, d’altro canto, è buona cosa non curarsi di loro ma guardare e passare avanti, ecco.

Vedo ma non ci credo

P.S. – Pre Scriptum: ecco un altro di quegli articoli scritti tempo fa – quattro anni per la precisione, gennaio 2018 ovvero quando il Covid non esisteva  – che se riletti oggi e meditati rispetto al mondo odierno e alla sua realtà, non perdono nulla del loro valore. Il che è sempre un brutto segnale: significa che il tempo passa ben più di quanto stiano passando certe mancanze umane. Anzi: essendo il tempo un concetto relativo semmai legato al moto, e non essendoci qui moto ma al contrario immobilità se non arretramento, è come se restassimo sempre più bloccati in un passato che ci ingloba e impedisce di andare verso il futuro. Il quale intanto scappa, e chissà quando lo si riprenderà.

Fino a qualche tempo fa, quando ci si trovava di fronte a qualcosa di dubbio oppure non lo si aveva davanti e dunque c’era la necessità di una relativa constatazione diretta, valeva la celebre “regola pseudo-evangelica” del “se non vedo non ci credo”.

Oggi, a quanto pare, l’analfabetismo funzionale pandemico sta sempre più imponendo una nuova “non regola”: non vedo ma ci credo. Alla quale l’unione di un’altra “regola” questa volta di genesi biblica, “vox populi, vox dei” (che oggi potrebbe essere drammaticamente aggiornata in “vox social, vox dei”), finisce per generare danni culturali (e dunque inevitabilmente sociali) spaventosi.

Vediamo invece di rendere valido un ulteriore e ben diverso “precetto”: vedo ma non ci credo. Ovvero, giammai l’invito a un relativismo rigido e radicale ma a verificare sempre e nel modo più articolato possibile una realtà prima di poterla ritenere una “verità”. Vedo ma ci crederò, insomma – dopo aver appurato ciò che mi è stato detto e/o spacciato per cosa certa.

È questione di qualche attimo, con le infinite possibilità informative e culturali disponibili grazie al web. Sì, appunto: mica ci sono solo i social – così come non c’è solo la TV – e mica vale più come un tempo il citato “vox populi, vox dei”. Perché se il popolo per sua ampia parte non capisce ciò che dice, state pur tranquilli che non ci sarà onniscienza divina che tenga. Anzi, l’esatto opposto, purtroppo per noi tutti.

(Immagine trovata sul web con testo in inglese, semplicemente tradotta.)

No, il cretino non prevarrà (forse)

P.S. (Pre Scriptum): solo dopo che ho scritto di mia più spontanea riflessione il testo sottostante, ho letto dell’ultimo “Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese”, pubblicato oggi 03 dicembre (dal quale è tratta la tabella qui sotto riprodotta), che fotografa una società italiana per troppa parte impregnata di “irrazionalismo” – un bel termine per definire la cretinaggine nelle sue varie forme. Una coincidenza, insomma, di quelle che tuttavia non appaiono poi così casuali.

Comunque, uno dei problemi fondamentali di questo nostro mondo resta quello per cui le persone capaci, competenti, talentuose e argomentative vengono ancora troppo spesso messe a tacere o in ombra da persone incompetenti, ignoranti, incapaci di far tutto fuorché alzare la voce e farsi sentire, e ciò con la disdicevole complicità dei media contemporanei sempre pronti a dare eco alla banalità, più facile da trasmettere e comprendere senza usare il cervello, che alla complessità con la quale agevolare il pensiero intellettuale. In tal modo si alimenta la “rotazione” del relativo circolo vizioso il cui moto spinge sempre più in basso il livello di cognizione generale diffuso, al contempo indebolendo l’efficacia degli strumenti culturali che potrebbero contrastare questo degrado.

Di contro, quei media contribuiscono pure a ingigantire il problema: in realtà gli incompetenti restano in minoranza, la «prevalenza del cretino» evocata dai mirabili Fruttero & Lucentini in tempi non sospetti, ovvero quando non c’era ancora la cassa di risonanza “perfetta” dei social network, non è affatto soverchiante. Solo che, appunto, i competenti e i talentuosi, consci delle loro doti, fanno e dicono cose senza aver bisogno di urlarle e di doversi “realizzare” attraverso la pubblica compiacenza, mentre gli incompetenti a volte fanno notizia anche per l’entità dei danni che compiono o delle stupidaggini che proferiscono – danni e stupidaggini poi mitigate e risolte proprio dagli altri, in silenzio e lontano dalle luci della ribalta mediatica. D’altronde, se non andasse così, la civiltà umana si sarebbe estinta già da un bel po’.

C’è da essere fiduciosi e pazienti, insomma, coltivare le personali capacità, competenze, cognizioni e doti (o lavorare sodo per formarle e renderle sempre più valide), aumentare gli strumenti culturali a disposizione personale e nel frattempo aspettare che gli inetti si estinguano da soli, facilmente con le proprie mani. Il cretino pensa sempre che i cretini siano gli altri e di non dover imparare nulla perché crede di sapere già tutto: in forza di ciò, prima o poi subisce le conseguenze delle sue azioni senza nemmeno rendersene conto (e continuando a incolpare altri, ma tant’è). Bisogna solo osservare l’unica accortezza di starsene lontani, da quelli, e di contenere le loro azioni affinché le conseguenti reazioni dannose non coinvolgano niente e nessun altro, ecco.

P.S. (Post Scriptum): anche se, ammetto, leggere dal rapporto Censis sopra citato che più di tre milioni e mezzo di italiani, anche con livello di istruzione elevato, crede che la Terra sia piatta non mi rende affatto tranquillo, riguardo il buon futuro – almeno di quello prossimo – del nostro mondo.

Le persone false, ma “vere”

[Foto di karosieben da Pixabay.]
Da che mondo è mondo, o da che l’umanità è l’umanità, di persone false ce ne sono sempre state, inutile dirlo. Però a me pare – forse mi sbaglio, chissà – che negli ultimi tempi e in modo crescente, soprattutto (io credo) per colpa del modo che utilizziamo per comunicare e che si è pressoché totalmente conformato allo stile “social media”, spesso fatto più di apparire che di essere ovvero dove conta non tanto ciò che è vero quanto ciò che può sembrare tale, anche quando palesemente non lo è, nonché proprio per questo diventato vieppiù l’ideale strumento di generazione e diffusione di piccole o macroscopiche quando non “deepfake news (al punto che persino tanti “prestigiosi” organi di informazione subiscono quando non si adeguano a, deprecabilmente, questo “stile” di comunicazione contemporaneo) – dicevo, a me pare che per tutto ciò di persone false, ovvero che diffondono piccole e grandi bugie e fanno di essere un elemento della relazione personale con gli altri, ce ne siano sempre di più. Ovvero, la loro pratica della falsità seriale stia diventando sempre più universale e radicata.

Lo fanno, queste persone, per ottenere qualche tipo di tornaconto, dal sembrare banalmente più piacente al guadagnare vantaggi poco o tanto materiali ma, forse, col tempo lo fanno anche solo “tanto per fare”, perché ormai “va così”, è “normale”, è divertente: lo fa la TV, lo fanno i politici, lo fanno sul web, «a questo punto perché non dovrei farlo io?» tanti sembrano chiedersi. Parimenti sembrano ugualmente convinti che funzioni un po’ come con certe foto pubblicate sui profili social, nei quali si può apparire belle/i come Miss/Mister Universo (il fotoritocco regna sovrano, lo sapete) che tanto poi basta non farsi riconoscere in giro e nel caso, ci si inventa qualche buona scusa, ovvero l’ulteriore bugia di un circolo vizioso e senza fine – ma intanto la “verità” presunta e creduta dai più è quella della foto sui social, non l’effettiva: e questo è ciò che conta.

Insomma: in un mondo reale che sta diventando sempre più virtuale e artefatto al punto da rendere spesso difficile capire cosa sia vero e cosa no, e condizionati dal fatto che molto di ciò che accade è sul web con tutto quanto ciò comporta, lo stiamo diventando anche noi, così tanto fasulli? Risulta sempre più valido il principio (divenuto tempo fa il titolo di alcuni volumi popolari) per cui «tutto ciò che sembra vero è falso», al punto che il celebre paradosso del mentitore diventerà l’unica attestazione indiscutibile e quindi a suo modo paradossalmente (appunto) “vera”, fin nella più ordinaria quotidianità? Come oggi circolano per le pubbliche vie i vigili urbani per controllare che nessuno commetta infrazioni, dovranno circolare pure dei debunker civici pere verificare ciò che è vero e ciò che non lo è, come già accade sul web?

Forse, al riguardo, più di tutti ha ragione – cioè dice una gran veritàOscar Wilde, quando sostiene in Un marito ideale che

La falsità è la verità degli altri.

Una certezza, praticamente

Una tragica verità che i membri della minoranza etnica “Tk’emlúps te Secwépemc” (dei nativi della British Columbia meridionale, in Canada) sospettavano da decenni è venuta alla luce in tutta la sua macabra crudeltà: i resti di 215 bambini sono stati trovati vicino a quella che un tempo era la Kamloops Indian Residential School, uno degli istituti del sistema delle cosiddette “Indian residential schools”, una rete di scuole fondate dal governo e amministrate dalle Chiese cattoliche che rimuovevano i figli degli indigeni dalla loro cultura per assimilarli nella cultura dominante.
Lo riporta la Cnn, che ricorda anche che i bambini che si trovavano in queste scuole erano spesso oggetto di abusi sessuali e fisici, e molti di loro pagarono con la vita la loro unica “colpa” di essere diversi.
La Kamloops Indian Residential School, una delle più grandi del paese, iniziò l’attività alla fine del 19esimo secolo sotto la gestione della Chiesa cattolica prima di passare sotto il controllo del governo nella seconda metà degli anni Sessanta e di chiudere i battenti nel 1978.
[…]
Secondo un rapporto del 2015 pubblicato dalla Commissione per la Verità e la Riconciliazione, molti dei bambini che frequentavano queste scuole non ricevevano nemmeno cure mediche adeguate, ed alcuni morivano di tubercolosi. La Commissione stima che in un periodo di vari decenni oltre 4’000 bimbi hanno perso la vita in queste scuole.

La “chiesa cattolica”, già.

Ogni qualvolta nel mondo occidentale salta fuori una storia del genere, in tutta la sua spaventosa realtà, la chiesa cattolica quasi sempre c’è, ne è pienamente e attivamente coinvolta.

Come scrisse bene Carlo Dossi,

Il Diavolo ha reso tali servigî alla Chiesa, che io mi meraviglio com’esso non sia ancora stato canonizzato per santo.

(Note azzurre, 1870/1907, postumo 1912-64.)

Oppure, forse, a voler restare nella stessa ironica allegoria del Dossi, che il “male” sia il Diavolo è solo un’altra delle secolari e funzionali bugie diffuse e imposte dalla chiesa. Verrebbe proprio da crederlo, sì.

P.S.: immagine e citazione tratte da questo articolo di Tio.ch.